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mercoledì 6 luglio 2011

Helg attacca il Sindaco pro-tempore\ la città è allo sbando


"Palermo merita un sindaco che alle prossime elezioni amministrative sappia esprimere una leadership che lavori veramente per la città". Lo ha detto il presidente della Camera di commercio Roberto Helg a margine della presentazione dell'Osservatorio economico 2010.

"L'amministrazione guidata da Cammarata - ha aggiunto - fra dipendenti diretti, delle aziende partecipate e precari, paga circa 22 mila stipendi con oltre il 70% delle spese rappresentato da quelle correnti, e non riesce a far fronte neanche alla manutenzione ordinaria della città".

"I conti del Comune di Palermo - ha sottolineato Helg - traballano, il bilancio 2011 vede calare i trasferimenti correnti dello Stato, si dimezzano i fondi del Cipe, scendono del 10% le entrate extratributarie, il settore della pubblica istruzione subisce un taglio del 46%, mentre 291 milioni vengono spesi per stipendi dei dipendenti comunali".

"Naturalmente in questo disastro - ha lamentato poi Helg - nulla è previsto per lo sviluppo e il sostegno delle imprese e ciò nonostante che nei dieci anni dal 2002 al 2011 il Comune di Palermo abbia beneficiato dallo Stato di circa 800 milioni oltre ai trasferimenti ordinari".

"La città - ha concluso - sembra ormai sprofondata in una situazione di decadenza, nel pieno di una drammatica crisi politica, finanziaria e amministrativa".

Finanziaria 2011 - la norma salva premier - quando manca la coscienza





VALE LA PENA meditare su cosa significhi precisamente partito degli onesti, visto che a proporlo è stato il nuovo segretario del Pdl. Ossia della formazione che sin qui non aveva la rettitudine come stella polare. Può darsi che Alfano abbia emesso un mero suono, un flatus vocis senza rapporto alcuno con la realtà, ma i realisti che credono nella consistenza delle parole hanno tutto l'interesse a ripensare vocaboli come onestà, morale pubblica, virtù politica.

A meno di non essere incosciente, il ministro della Giustizia non può infatti ignorarlo: i passati diciassette anni non sono stati propriamente intrisi di probità (lui stesso ne è la prova vivente, avendo aiutato Berlusconi a inserire nella manovra economica un codicillo ad personam, che tutelando il premier dalla sentenza sul Lodo Mondadori nobilita a tutti gli effetti il concetto di insolvenza nel privato).

Alle spalle abbiamo un'epoca corrotta, molto simile al periodo dei torbidi che Mosca conobbe fra il XVI e il XVII secolo, prima che i Romanov salissero al trono e mettessero fine all'usurpazione di Boris Godunov.

Meditare sull'onestà dei politici significa che da quest'epoca usciremo - se ne usciremo - a condizione di capire in concreto cosa sia la morale pubblica, e come la sua cronica violazione abbia prodotto una propensione al vizio quasi naturale, che va ben oltre la disubbidienza alle leggi. Soprattutto, significa guardare al fenomeno Berlusconi come a qualcosa che è dentro, non fuori di noi: la cultura dell'illegalità, i conflitti d'interesse vissuti non come imbarazzo ma come risorsa, non sono qualcosa che nasce con lui ma hanno radici più profonde, non ancora estirpate.

Sono un male italiano di cui il premier è il sintomo acutizzato: chiusa la parentesi non l'avremo curato ma solo preteso d'averlo fatto. L'inferno non sono gli altri, ogni giorno lo constatiamo: dal dramma dei rifiuti a Napoli alle vicende che scuotono il partito di Bersani e D'Alema.

Il fatto è che ci stiamo abituando a restringere la nozione di morale pubblica. L'assimiliamo a una condotta certamente cruciale - l'osservanza delle leggi, sorvegliata dai tribunali - ma del tutto insufficiente. Perché esistano partiti onesti, altri ingredienti sono indispensabili: più personali, meno palpabili, non sempre scritti. Attinenti alle virtù politiche, più che a un dover-essere codificato in norme scritte. Precedenti le stesse Costituzioni.

Di che c'è bisogno dunque, per metter fine alla leggerezza del vizio che riproduce sempre nuovi boiardi e nuovi disastri trasversali come la monnezza napoletana e la corruttela? Gli ingredienti mancanti sono sostanzialmente due: una memoria lunga della storia italiana, e un'idea chiara di quelle che devono essere le virtù politiche a prescindere dalle norme scritte nel codice penale.

La memoria, in primo luogo. Non si parla qui di un semplice rammemorare. Le celebrazioni ci inondano e forse anche ci svuotano; esistono date che evochi continuamente proprio perché sono stelle morte. Per memoria intendo la correlazione stretta, e vincolante, tra ieri e oggi: ogni atto passato (come ogni omissione) ha effetti sul presente e come tale andrebbe analizzato. Diveniamo responsabili verso il futuro perché lo siamo del passato, di come abbiamo o non abbiamo agito. Il ragionamento di Tocqueville sull'individuo democratico vale anche per le sue azioni, specialmente politiche: la "catena aristocratica delle generazioni" viene spezzata, e lascia ogni anello per conto suo. Così come avviene per l'individuo, l'atto - sconnesso dalla vasta trama dei tempi - "non deve più nulla a nessuno, si abitua a considerarsi sempre isolatamente (...) Ciascuno smarrisce le tracce delle idee dei suoi antenati o non se ne preoccupa affatto. Ogni nuova generazione è un nuovo popolo (...) La democrazia non solo fa dimenticare a ogni uomo (a ogni azione) i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei: lo riconduce incessantemente a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del suo cuore".

La citazione si applica perfettamente alla calamità napoletana. Sono settimane che i leghisti sbraitano, negando la solidarietà con una città che precipita. Se la memoria funzionasse, non potrebbero. Dovrebbero dire, a se stessi e agli italiani, la verità: se Napoli e la Campania sono diventate un'immensa mefitica discarica di rifiuti tossici e non tossici, è perché il Nord da vent'anni ha perpetuato quello che Tommaso Sodano, ex senatore e oggi vice di de Magistris, chiama lo "stupro del Sud": una "specie di guerra etnica, giocata con l'arma del rifiuto, alimentata dalla camorra, ma anche da una catena di falsificazione e di enti di controllo assenti". Il Nord è responsabile di quanto avviene a Sud, quali che siano le colpe delle amministrazioni campane. La sua industrializzazione ha prodotto rifiuti tossici smaltiti senza trattamento nel Sud, sancendo con la connivenza di clan camorristi la morte del Mezzogiorno, e avvelenando uomini, animali, fiumi, piantagioni (Tommaso Sodano, La Peste, Rizzoli 2010).

Il secondo ingrediente, essenziale, è la virtù personale del politico. Indipendentemente dal codice penale, essa dovrebbe escludere frequentazioni di mafiosi, connivenze con personaggi come Cosentino, assuefazione infine alla droga che è il conflitto d'interessi. Piano piano cominciamo a capire come mai, sul conflitto d'interessi berlusconiano, la sinistra non ha mai fatto nulla, anche quando governava: il conflitto era droga anche per lei. Come definire altrimenti il caso Franco Pronzato? Ecco infatti un uomo, vicinissimo ai vertici Pd, che nello stesso momento in cui agiva nel consiglio d'amministrazione dell'Enac (Ente nazionale per l'aviazione civile), era coordinatore nazionale del trasporto aereo nel Pd. Pronzato ha percepito tangenti sulla rotta Roma-Isola d'Elba e il suo corruttore, Morichini, ha fatto favori finanziari a D'Alema. "L'incarico pubblico assegnato senza neppure mascherare la sua finalità lottizzatoria viene notato ora solo perché Pronzato va in carcere", ha scritto Gad Lerner su Repubblica (30 giugno).

Lo scandalo esiste solo quando la magistratura interviene: qui è il male italiano che precede Berlusconi, e per questo è urgente pensare la morale pubblica. Il mondo si rimette nei cardini così: individuando il punto dove la legge non arriva, e però cominciano le indecenze, le cattive frequentazioni, la triviale leggerezza del politico. Non tutte le condotte sono perseguibili penalmente (il doppio incarico di Pronzato non è illegale) ma politicamente non denotano né probità né prudenza: due virtù fra loro legate. Si parla di giustizialismo, del potere dei giudici sulla politica. Se questo accade, è perché la morale pubblica ha come unico recinto la magistratura, e non anche la coscienza.

Borsellino ha detto, in proposito, cose che restano una bussola: "La magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire: ci sono sospetti, anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica (...) Però siccome dalle indagini sono emersi fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi". Se le conseguenze non sono state tratte, "è perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza". (La presenza di grossi sospetti) "dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, non soltanto a essere onesti ma a apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche non costituenti reati". Era questo il fresco profumo di libertà che augurava all'Italia, prima d'esser ammazzato. Non era flatus vocis, il suo, anche se è stato preso per tale da un'intera classe politica.

Dopo Berlusconi, la morale pubblica sarà da reinventare: non uscirà come Afrodite dalle acque. S'imporranno farmaci forti, perché gli italiani osino fidarsi del Politico. Oggi non si fidano: i No-Tav pacifisti di Val di Susa dicono questo. Possiamo sprezzarli, possiamo denunciare la sindrome Nimby (Not In My Backyard, "non nel mio cortile"). Ma non senza dire, prima, che tutti soffrono la stessa sindrome, a cominciare dal Nord di Bossi.

Notte della rete - presidio di democrazia


Contro un potere libero da ogni vincolo. In grado di oscurare qualsiasi contenuto condiviso in rete. Una censura che rischia di mettere il bavaglio al web come luogo di aggregazione, di "ridurre in silenzio chi si esprime su Internet". Oggi, a Roma, blogger, artisti, politici e esponenti del mondo della cultura daranno vita alla Notte della Rete (su twitter #notterete). Una no-stop, dalle 17,30, con la quale far arrivare all'Agcom un messaggio chiaro: rinunciare all'approvazione del provvedimento che, da più parti, viene definito liberticida. La mobilitazione in rete è stata grande: "Cari membri dell'Agcom: vi chiediamo di rimettere la questione nelle mani del Parlamento".

La notte della Rete. L'appuntamento è alla Domus Talenti di Roma. In scaletta numerosi interventi di chi, negli ultimi anni, ha fatto della difesa della libertà in rete la propria bandiera. Un fronte trasversale che mette insieme blogger e uomini politici, artisti e attivisti. Un momento per confrontarsi sul presente e sul futuro della rete e sulle sue possibilità di implementare la qualità della democrazia e della partecipazione nel Paese. Già confermati gli interventi di Emma Bonino, Pippo Civati, Antonio Di Pietro, Dario Fo, Beppe Giulietti, Fabio Granata, Margherita Hack, Ignazio Marino, Gianfranco Mascia, Gennario Migliore, Roberto Natale, Leoluca Orlando, Luca Nicotra, Guido Scorza, Antonio Tabucchi, Vincenzo Vita e Vittorio Zambardino. E tutto sarà anche in diretta web: la notte della rete, infatti, sarà trasmessa da numerosi portali e blog.

Domani la riunione dell'Agcom. E tutti avranno gli occhi puntati sulla seduta dell'Agcom prevista per domani. Dove dovrebbe iniziare la discussione intorno alla "delibera ammazza-internet", la 668 del 2010. Un provvedimento che prevede la cancellazione automatica dei contenuti protetti da diritto d'autore condivisi sul web. E in rete la mobilitazione non si ferma, anzi. Su Avaaz. org la petizione 1 lanciata per chiedere ai membri dell'Agcom di rimettere la questione nelle mani del Parlamento ha superato le 200mila firme. E sui portali Agorà Digitale 2 e Sitononraggiungibile 3continuano ad essere diffusi informazioni e contenuti per spiegare agli utenti gli effetti della delibera.

Le associazioni del settore. Intanto continuano le prese di posizione delle associazioni che riuniscono gli operatori del settore. 100Autori 4 auspica che "si apra una ampia discussione sulla delibera del AGCOM, così che tutti i soggetti interessati possano dare il loro contributo di idee e conoscenze per aggiornare l'attuale diritto d'autore alle nuove tecnologie". E una valutazione positiva del provvedimento dell'Agcom arriva dall'Anica 5, l'Associazione delle Industrie Cinematografiche Audiovisive: "Si tratta di argomenti di massima importanza per il futuro della libertà di espressione e della produzione culturale e artistica; tali quindi da richiedere chiarezza d'analisi e onestà intellettuale. Anica sostiene con convinzione l'orientamento dell'Agcom". Ed Enzo Mazza, presidente della Fimi 6: "in realtà le rimozioni dei contenuti illeciti sono una cosa all'ordine del giorno da qualche anno ormai. Solo la nostra antipirateria dall'inizio del 2011 ha fatto rimuovere oltre 370 mila link a musica o video musicali illeciti di solo repertorio italiano".

lunedì 4 luglio 2011

45 mln per la Gesip


Una trattativa durata quattro giorni. Una partita a scacchi tra i ministri siciliani e la Lega affinché il consiglio dei ministri staccasse un assegno per salvare la Gesip e traghettasse la città alle elezioni 2012 in un clima di pace sociale. Una trattativa giocata soprattutto sul tavolo del ministro dell'Agricoltura Saverio Romano che avrebbe parlato chiaramente al collega leghista Roberto Calderoli: il sì alla "norma Palermo", 45 milioni per salvare la Gesip, era irrinunciabile. Poi, c'era la massima apertura ad accogliere richieste. E di richieste la Lega ne aveva eccome. A partire dalle quote latte, lo stop alla riscossione coattiva, da parte di Equitalia, delle multe ai produttori. Una misura finita dentro la manovra finanziaria approvata dal consiglio dei ministri. Dove c'è anche l'assegno salva Gesip. Ma alla Lega interessa anche mantenere una fetta di potere dentro un ministero, quello dell'Agricoltura, nel quale Romano siede ancora da pochi mesi. E così la norma Palermo è passata all'unanimità.

La trattativa è cominciata lunedì pomeriggio, quando il primo cittadino Diego Cammarata è volato a Roma per affrontare la settimana più lunga dei suoi dieci anni di sindacatura insieme con il presidente del Senato Renato Schifani. Che, atterrato a Fiumicino, come raccontano i berlusconiani vicini al sindaco e ai ministri siciliani, si sarebbe subito attivato per ricordare agli uffici di predisporre la norma. Ma gli uffici aveva già fatto quello che dovevano. All'Economia, del resto, le truppe del Pdl siciliano potevano contare sull'appoggio del sottosegretario Luigi Casero, vicino ad Alfano.

La partita ancora da giocare era tutta politica. E la Lega lo scoglio da superare. Sarebbe stato proprio Schifani ad attivare Romano che alla Lega avrebbe fatto sapere che sulla norma Palermo non sarebbero state accettate obiezioni. Assicurando, per tutto il resto, una totale apertura al dialogo. Una strategia, quella di ascoltare, trattare, che il suo staff definisce la linea "rivoluzionaria" di Romano. Ma decisivo, raccontano gli uomini a lui vicini, sarebbe stato anche il ruolo di Alfano che mercoledì, alla vigilia del consiglio dei ministri, avrebbe chiamato Giulio Tremonti per ricordargli la misura per Palermo e chiedere al collega di tenerlo aggiornato sugli eventuali sviluppi.

Cammarata, intanto, era a Roma a giocare, tra telefonate e incontri con i suoi big sponsor, la partita decisiva della sua carriera da sindaco. L'incubo, fino a poche ore prima del voto, era che la misura finisse in un emendamento con un rischio altissimo di fallimento che avrebbe riportato la guerriglia in città.

Due giorni fa, dopo un consiglio dei ministri durato ore, è stato Romano a chiamare il primo cittadino per dirgli del via libera all'assegno che gli permetterà di arrivare a fine mandato. Cammarata, che incassa una vittoria personale, a caldo ringrazia Schifani, Alfano e Romano. Ma anche Raffaele Fitto - i fondi utilizzati sono Fas - e Maurizio Sacconi. La norma Palermo passa con il benestare della Lega. Ieri, solo un senatore del Carrocio, Piergiorgio Stiffoni, ha bollato la norma come "una vergogna", "accattonaggio dei soliti mendicanti della politica". La sua resta una protesta isolata. Sui fondi per Palermo resta ancora un nodo da sciogliere: il mezzo attraverso il quale arriveranno e la data in cui saranno versati. "Arriveranno entro il 16 luglio", assicura Cammarata.