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lunedì 20 maggio 2013

Dopo riforma

Riforma del lavoro e rappresentanza. Un primo confronto fra le parti sociali, da una parte, e una firma già annunciata che invece tarda ad arrivare, dall'altra, con la cancellazione dell'incontro tecnico previsto per oggi. La settimana che si apre è densa di appuntamenti. Mercoledì è la giornata clou: mentre in mattinata Confindustria inizia la due giorni della sua assemblea nazionale, nel pomeriggio (alle 16) il ministro Enrico Giovannini incontra per la prima volta in modo ufficiale (informalmente ha già visto buona parte degli astanti) le parti sociali per un «monitoraggio sulla riforma Fornero del mercato del lavoro'', ma soprattutto per affrontare il tema degli interventi già annunciati dal governo in fatto di occupazione giovanile. Al tavolo Cgil, Cisl, Uil e Ugl assieme a Confindustria, Abi, Ania, Rete Imprese Italia, Confcommercio e Confcooperative. Giovannini punta a sfruttare l'uscita dalla procedura europea sul deficit per avere risorse a disposizione. Se nei primi giorni dopo la nascita del governo si era parlato della possibilità di far entrare alcune prime misure già nel decreto su cig in deroga e Imu, come incentivi alla stabilizzazione e riduzione della tassazione e della contribuzione a carico delle imprese in caso di assunzioni a tempo indeterminato, in special modo al Sud, ora le misure appaiono accantonate per la loro poca efficacia. L'ultimo capitolo di discussione riguarda le modifiche alla riforma Fornero sul lavoro. Gli obiettivi già dichiarati da Giovannini sono due: ridurre gli intermezzi tra un contratto a tempo determinato e l'altro (innalzato dalla Fornero a 60-90 giorni dai 20-30 iniziali) e una riduzione del cuneo fiscale. In più si spera nei 600 milioni che potrebbero arrivare dalla «Youth guarantee>, del piano Barroso. In più proprio durante la conferenza stampa, Giovannini ha parlato di riforma della cassa in deroga: un tema molto delicato. Insomma, tanta carne al fuoco per un incontro che non sarà sicuramente risolutivo ma che è importante per sancire un rapporto di fiducia e di confronto totalmente nuovo rispetto al governo Monti e la gestione di Elsa Fornero. Sulla rappresentanza invece le cose si sono complicate e i tempi sembrano allungarsi. Cgil, Cisl e Uil già il 30 aprile hanno già sottoscritto un testo comune che prevede la certificazione di iscritti e voti che permetta ai sindacati con più del 5 per cento di partecipare alle trattative e la necessità che le piattaforme siano sottoscritte almeno da sindacati che rappresentano il 50 per cento più uno così come gli accordi per i contratti nazionali siano sottoposti ad una consultazione certificata fra i lavoratori. L'accordo con Confindustria sembrava una formalità. Dopo vari incontri tecnici, giovedì sera nella foresteria di Confindustria Giorgio Squinzi, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti sono usciti soddisfatti dall'incontro. Qualcuno parla di una telefonata di Squinzi a Letta per annunciare l'accordo mentre è vero che venerdì mattina la Cgil aveva in tutta fretta convocato un direttivo per sabato mattina con cui la segreteria voleva illustrare i termini dell'accordo.




CONFINDUSTRIA FRENA Il brusco stop è dovuto interamente a Confindustria. Più che sul merito, vanno sistemati solo dettagli come se la consultazione dei lavoratori vada fatta prima o dopo la firma o sull'esigibilità dei contratti si prevedano sanzioni esplicite in caso di mancato rispetto, i problemi riguardano i tempi: come detto mercoledì e giovedì Confindustria ha in programma l'Assemblea annuale. Assolombarda (i falchi vicini a Bombassei) e una parte di Federmeccanica non sono convinte del testo e puntano ad imporre condizioni. Pesa poi il vicino cambio della guardia a Federmeccanica: al posto di Luigi Ceccardi (autore dei contratti seperati) arriverà il reggiano Fabio Storchi, uno abituato a discutere (e fare accordi) anche con la Fiom.



Massimo Franchi





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martedì 7 maggio 2013

Modificare la riforma Fornero

da: http://www.cgil.it/rassegnastampa/articolo.aspx?ID=10422
Il presidente del consiglio Enrico Letta l'ha indicata come chiara priorità per rilanciare l'occupazione: riformare la riforma Fornero (bisticcio di parole voluto) potrebbe indurre le imprese a tornare ad assumere. Uno dei principali «difetti» imputati alla legge voluta dalla ex ministra del Lavoro, è la modifica delle pause che intercorrono tra un contratto a termine e l'altro: gli intervalli sono stati dilatati, da 10 giorni a 60 giorni per i contratti di durata fino a sei mesi; e da 20 giorni a 90 per quelli superiori ai sei mesi. Questo lasso maggiorato, secondo Fornero avrebbe dovuto spingere le imprese a evitare gli abusi (magari assumendo i lavoratori di cui non potevano fare a meno troppo a lungo), ma in realtà ha spinto a un vero e proprio «usa e getta», con l'assunzione di nuove persone nel periodo di stacco e la conseguente incertezza maggiore del posto per il precedente contrattista.


Proprio in questi giorni i ministeri guidati da Fabrizio Saccomanni (Economia) ed Enrico Giovannini (Lavoro) stanno contattando più o meno informalmente le parti sociali per saggiare la disponibilità a una riforma veloce e condivisa. Concertata, insomma.

In particolare, Letta vorrebbe riabbreviare le pause tra un contratto e l'altro, ma anche agire sul cosiddetto «causalone», ovvero l'apposizione di una motivazione per l'accensione del contratto, che la riforma Fornero aveva eliminato per il primo contratto, di fatto così liberalizzandone l'utilizzo. Il presidente del consiglio, adesso, vorrebbe eliminare le causali anche per i contratti successivi: magari non per tutti, ma perlomeno per il secondo e il terzo. Così da «facilitare» le imprese.

Ancora, si vuole eliminare l'aggravio di costo (l'1,4% in più di contributi, indirizzati al finanziamento dell'Aspi) imposto sempre da Fornero alle imprese che stipulano contratti a termine. C'è anche da dire che questa norma non è poi così «malvagia» come sembra: in quanto non solo, alzando i costi, spinge a farli stipulare quando veramente ce n'è bisogno (e non solo per l'«usa e getta») e poi prevede anche la possibilità del rimborso fino a 6 mesi nel caso di stabilizzazione del precario.

Infatti la Cgil, già a partire da questo ultimo punto, si dice contraria. «Secondo noi l'1,4% è stato un'ottima scelta: le aziende peraltro, se assumono a tempo indeterminato il lavoratore al quinto mese, non hanno praticamente nessun aggravio, perché viene rimborsato tutto. E se lo fanno dopo 8 mesi, hanno il rimborso di 6». A esprimersi per la Cgil è Claudio Treves, del Dipartimento Politiche Attive del Lavoro, tra i sindacalisti più esperti in questo campo e di solito presente ai tavoli che discutono leggi e riforme.

Non a caso, questa maggiore imposta è stata avversata dalla Confindustria. Che invece (manco a dirlo) ha tifato per la rimozione della causale dal primo contratto a termine: «Siccome la Direttiva Ue che riguarda i rapporti a termine dice che devi giustificarne l'utilizzo, soprattutto per i contratti successivi al primo, hanno sostenuto al tavolo che quindi per il primo si poteva rimuovere - spiega Treves, ricostruendo quello che avvenne ai tempi di Fornero - Noi della Cgil eravamo contrari alla rimozione della causa anche dal primo contratto, e siamo assolutamente contrari a "liberalizzare" quelli successivi. Non solo si violerebbe la Direttiva Ue, ma sarebbe il far west, peraltro inutile: non è la causale e frenare le aziende. Oggi non si assume perché manca la domanda». Insomma, si userebbe l'emergenza crisi per giustificare nuovi colpi di mano "precarizzanti".

Allo stesso modo, conclude il sindacalista della Cgil, «temo sia irrilevante tornare indietro sulle pause tra i contratti: tantopiù per il fatto che grazie a un accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria avevamo ottenuto, nel successivo decreto Passera, una modifica che permette agli accordi di secondo livello di rimodulare quegli intervalli a piacimento. Perché è proprio in azienda, e con le Rsu, che si discute meglio di organizzazione. E magari si riescono anche a spuntare delle stabilizzazioni».





Antonio Sciotto

mercoledì 20 giugno 2012

Lavoro, scelte chiare

da www.unita.it di L. Mariucci PUÒ APPARIRE SINGOLARE CHE SI DISCUTA DI UNASORTA DISCAMBIO tra la soluzione del problema dei cosiddetti «esodati» e l’approvazione definitiva della riforma del mercato del lavoro. Eppure tra questi due temi esiste una evidente connessione.Infatti tra gli ambiziosi propositi della riforma Monti-Fornero vi è quello di «realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ecc.» (articolo 1, primo comma). Ora non vi è dubbio che vi sia un certo contrasto tra tali propositi e la condizione di quelle persone che avendo accettato una uscita anticipata dal lavoro nelle diverse forme (accordi collettivi, individuali, cassa integrazione, mobilità, dimissioni ecc.) in vista di una prospettiva pensionistica ravvicinata, si sono viste mutare d’improvviso le regole del gioco e quindi allontanarsi l’età pensionabile, talora per un numero considerevole di anni. Persone che quindi a causa di una modifica unilaterale delle regole da parte dello Stato si sono trovate in un singolare limbo: né lavoratori attivi né pensionati, ma disoccupati involontari e senza reddito. Si può immaginare qualcosa di meno «inclusivo»? Quindi la soluzione del problema degli esodati dovrebbe essere considerata una condizione se non preliminare quanto meno coessenziale alla approvazione di una riforma che si vuole appunto «inclusiva». Il che può farsi con una chiara norma definitoria delle situazioni in oggetto e non sulla base di approssimative stime numeriche derivate, alquanto arbitrariamente, per deduzione dalle cifre stabilite in copertura finanziaria. È dunque positivo che il ministro Elsa Fornero riconosca ora che le misure fin qui adottate, riferite a una quota di 65.000 interessati, sono insufficienti. Ma il ministro ora dovrebbe fare un passo in più: individuare una soluzione chiara e definitiva del problema. La vicenda degli esodati appare per altro verso emblematica dell’errore di fondo che è stato compiuto nell’impostare la riforma del mercato del lavoro. Si sarebbe dovuti partire fin dall’inizio dalla individuazione dei problemi reali più che dal proposito di produrre messaggi simbolici di dubbia efficacia pratica. Invece si sono persi dei mesi a discettare sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sono rimasti in ombra i problemi veri: il sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro per quanti hanno perso il posto negli anni della crisi e per quanti, soprattutto giovani, cercano davvero lavoro e non lo trovano, o lo trovano solo di cattiva qualità ovvero precario. Questi erano i due punti essenziali da affrontare, da collegare a misure orientate a stimolare lo sviluppo. Invece si è messo mano a un complesso costrutto regolistico, i cui stessi aspetti positivi (come le misure introdotte per contrastare il ricorso abusivo a contratti di tipo precario) potranno determinare un effetto solo nel medio-lungo periodo, a condizione che si riattivi una dinamica di sviluppo. Ora pare che la riforma debba essere comunque approvata prima del Consiglio europeo del 28 giugno, per dare - si dice - una risposta ai mercati finanziari. Ma qui nasce un dubbio più profondo. Cosa sono questi mercati finanziari? Soggetti pensosi e occhiuti, ansiosi di conoscere il modo in cui in Italia si riformano l’articolo 18, i Cococo e le partite Iva, oppure un vasto e causale assemblaggio di istituzioni che si limitano a perseguire l’interesse immediato degli investitori, oppure una congrega di biechi speculatori, ovvero, ancora, come sostiene Scalfari nell’editoriale di domenica di Repubblica, addirittura un insieme di forze determinate a cancellare «ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale»? Ardui interrogativi, questi, che esigono risposte politiche. E non si accontentano di complessi marchingegni, dai tratti talora bizantini, in materia di regole del mercato lavoro Luigi Mariucci

lunedì 23 aprile 2012

Riforma Lavoro - Bruno Ugolini blog



Non è mia la pretesa di riesumare l’immagine del mostro Frankenstein. La definizione è di un noto studioso, Franco Carinci, docente di diritto del lavoro a Bologna. La verità è che fioriscono una serie di rilievi anche crudeli attorno alla riforma perseguita dal ministro Fornero. Non è facile trovare una bussola. Sono rilievi che vengono da destra e da sinistra. C'è ad esempio un esperto come Giuliano Cazzola che accusa la Fornero (“Italia oggi” del 19 aprile) di sospettare come fasullo ogni rapporto di lavoro flessibile. Alla fine, profetizza, «le imprese non assumeranno secondo i diktat di Susanna Camusso». Mentre da sinistra un giuslavorista come Piergiovanni Alleva esprime un parere contrario: «Forse il peggio è stato evitato, ma vi è assai poco o nulla da gioire perché nel complesso tutta la riforma realizza un arretramento delle tutele e non solo con riguardo all’art. 18». Ma torniamo a Franco Carinci che, prima di addentrarsi minuziosamente nella disanima, parla di un testo «abborracciato e approssimato». E spiega come la flessibilità affrontata «è pur sempre una flexibility at the margin, cioè assicurata da tipologie contrattuali parallele rispetto a quella del contratto a tempo indeterminato… ». Mentre «la sicurezza sul mercato del lavoro è a tutt’oggi all’insegna di una sostanziale continuità col passato». Critiche anche dall’ordine dei consulenti del lavoro che spiegano come sia «l'elevato costo del lavoro il principale ostacolo, visto che esso ammonta al 115% in più rispetto alla retribuzione netta da corrispondersi al lavoratore». Mentre altre cause sono «il peso della burocrazia, la lentezza della giustizia, la criminalità organizzata e – solo per ultimo – la rigidità dei licenziamenti». Nel testo all'esame del Parlamento «manca una spinta propulsiva verso chi il lavoro dipendente lo genera». Certo i consulenti vorrebbero ridar peso al «lavoro a chiamata». Con richieste diverse da quelle sostenute dai sindacati. La Cisl elenca elementi positivi e avanza specifici rilievi. La Cgil, pur sottolineando i risultati raggiunti (vedi reintegro), presenta una ventina di necessarie correzioni. Riguardano i licenziamenti individuali e collettivi (ad esempio il termine «manifesta insussistenza» di motivazioni economiche). Altre correzioni per ammortizzatori sociali e precarietà («c’è un arretramento rispetto ai risultati del confronto con le organizzazioni sindacali»). Infine «I giovani non più disposti a tutto» chiedono di «abolire i contratti che nascondono sfruttamento legalizzato» per favorire «un vero contratto di formazione e accesso al lavoro». Toccherà al Parlamento e al governo ascoltare queste voci. Magari per rendere umano quel “Frankenstein” di cui si è parlato.

http://ugolini.blogspot.com❖

Bruno Ugolini

venerdì 13 aprile 2012

Riforma lavoro


«Non toccare l'art. 18. Vincoli anti-precarietà»


ROMA - Le nuove norme sui licenziamenti incassano il sostegno dei sindacati che, però, considerano un «arretramento» le misure sulla flessibilità in entrata, sollecitando un'estensione della platea di lavoratori tutelati dal nuovo sistema di ammortizzatori sociali.

Sono questi, in estrema sintesi, i giudizi espressi dai leader di Cgil, Cisl e Uil nell'audizione di ieri sera alla Undicesima commissione del Senato sul Ddl di riforma del mercato del lavoro. Per Susanna Camusso è «straordinariamente grave» che tra il testo licenziato dal Consiglio dei ministri e quello concordato con le parti sociali «ci siano molte differenze», in particolare «c'è stato un significativo arretramento sui temi della precarietà e delle forme di ingresso», mentre sugli ammortizzatori sociali «siamo molto lontani da un vero criterio di universalità». La numero uno della Cgil ha chiesto al Parlamento di intervenire su «precarietà e ammortizzatori», per creare un sistema di tutele inclusivo per i lavoratori discontinui. Sui licenziamenti la «riconquista del reintegro per i licenziamenti economici insussistenti» è «un primo risultato» che per la Cgil deve scattare in automatico e non in base alla decisione del giudice. Come forma di pressione la Cgil ha in programma un pacchetto di 16 ore di sciopero decise a livello territoriale: il 18 toccherà a Milano con 4 ore nel privato e 8 ore nel pubblico.

Mentre Raffaele Bonanni giudica il testo presentato in Parlamento «un risultato equilibrato», l'auspicio del leader della Cisl è che «non venga stravolto, che non si faccia il gioco dell'oca per tornare punto a capo». Per Bonanni sono «positive e condivisibili» le finalità della riforma, «frutto in larga parte di trattativa con le parti sociali». Bene la conciliazione obbligatoria tra le parti per risolvere le controversie, anche se al Parlamento la Cisl propone di introdurre una procedura di arbitrato, fatta salva la possibilità per il lavoratore di adire in giudizio. La Cisl propone anche due vincoli affinché l'incremento contributivo per i collaboratori non produca una riduzione del compenso e affinché ai voucher per il lavoro accessorio venga attribuito un valore orario e un coerente agganciamento alla contrattazione.

Per Luigi Angeletti le ultime modifiche apportate dal governo al Ddl «spostano un difficile equilibrio faticosamente raggiunto»; il riferimento è alle formulazioni adottate per l'associazione in partecipazione ‐ per la Uil va ripristinato il limite per le sole parentele di primo grado ‐ e per il lavoro accessorio. Sull'articolo 18 per Angeletti «non si può iniziare una nuova discussione nella speranza di trovare un equilibrio migliore di quello trovato». Sui contratti a termine l'esenzione dell'incremento dell'1,4% per la Uil va esteso al lavoro stagionale, anche come definito dalla contrattazione. In controtendenza, Giovanni Centrella (Ugl) boccia la riforma e chiede al Parlamento di «rivedere la formulazione sui licenziamenti», considerando il testo «in alcuni aspetti confuso, quindi di difficile interpretazione», il che sarà «un problema in più per i lavoratori quando dovranno difendersi in sede di giudizio».

Giorgio Pogliotti

giovedì 12 aprile 2012

Riforma lavoro



Come prima giornata di esame, difficilmente poteva finire peggio. Il disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro viene solennemente bocciato da partiti e parti sociali. A distinguersi questa volta per le critiche però non è la Cgil (comunque non tenera) ma Pdl e imprese, con Confindustria che non arretra. Il Pdl ieri ha ribadito la richiesta di «profonde modifiche sulla flessibilità in ingresso», con l’ex ministro Renato Brunetta che guida la protesta e Angelino Alfano che media e oggi incontrerà tutte le parti sociali. Confindustria invece ha riunito le altre imprese promettendo di preparare a giorni un elenco di richieste di emendamenti comuni: «Venerdì - ha spiegato Marcegaglia - si ritroveranno i tecnici per iniziare il lavoro». Alla commissione Lavoro del Senato per il battesimo parlamentare della sua riforma arriva direttamente Elsa Fornero. Il governo spiega è disponibile «a miglioramenti» della riforma del mercato del lavoro purché «non ci siano arretramenti».

AUDIZIONI SERALI PER LE PARTI SOCIALI In serata arrivano le parti sociali. Per la Cgil il testo presentato al Senato «contiene numerose e negative modifiche » rispetto a quello «approvato dal Consiglio dei ministri». Molti i punti su cui si chiedono modifiche al parlamento. Sui licenziamenti viene giudicato «un primo risultato positivo la riconquista dello strumento del “reintegro” nel caso di licenziamenti economici. Ciò insieme alla velocizzazione dell’iter di giudizio, il permanere dell’onere della prova dell’impresa, al ruolo del sindacato nella conciliazione ricostituiscono il potere di deterrenza dell’art.18». Però la Cgil chiede che «la disposizione reintegratoria nel caso di insussistenza di licenziamenti motivati da ragioni economiche» non sia «soggetta alla discrezionalità del giudice», ma invece «deve essere esplicitamente prevista come sanzione per l’illegittimità del licenziamento». Per la Cgil «è incomprensibile e interpretabile, quindi da eliminare il termine “manifesta” a proposito della insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento per motivi economici». Corposo l’elenco delle modifiche richieste sulle tipologie di impiego: peculiarità del sistema pubblico, aumento della quota degli stabilizzati per l’uso dell’apprendistato, ripristino della finalità nel primo contratto a tempo determinato, limitazione al lavoro intermittente (jobon call), minimo salario orario per i co.co. pro., associazione in partecipazione solo per i parenti di primo grado. Sugli ammortizzatori sociali si chiede di estendere i requisiti e modalità di calcolo per l’Aspi ai collaboratori e l’estensione dei fondi di solidarietà bilaterali anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Cisl e Uil sono meno critici. Raffaele Bonanni spera «che la riforma venga sostenuta proprio per evitare un risultato opposto, spero che il parlamento stia attento a non ascoltare certe sirene ipocrite ». Luigi Angeletti sull’articolo 18 non vede «la possibilità che possa cominciare una nuova discussione nella speranza di trovare un equilibrio migliore di quello individuato », e poi ha chiesto le stesse modifiche della Cgil su associazione in partecipazione e lavoro accessorio. L’Ugl invece chiede di cambiare il testo sull’articolo 18 in quanto «confuso». Unitaria è poi la richiesta delle federazioni alimentari e agricole di modificare l’articolo 70, quello sui vaucher, ribadendo che «il valore dei buoni» sia «orario» e non riguardi i lavoratori agricoli già presenti negli «elenchi anagrafici ».❖

giovedì 2 febbraio 2012

Cautamente ottimista?



La volontà di riformare il mercato del lavoro, ponendosi l'obiettivo di superare l'emergenza dettata dalla diffusa precarietà, fanno dire alla CGIL di essere 'cautamente' ottimista circa l'esito del tavolo di domani a palazzo Chigi col governo sul tema lavoro. Il secondo round, dopo l'incontro “interlocutorio” di circa dieci giorni fa, che si spera possa essere l'avvio di una trattativa seria. Non solo sul mercato del lavoro ma anche, e soprattutto, sul come riavviare la crescita nel Paese.

Susanna Camusso, ospite del Tg3, risponde alle domande del direttore Bianca Berlinguer, a partire dall'incontro 'informale' di stamattina tra CGIL, CISL e UIL e la Confindustria. Alimentato da una strana fantasia, ovvero l'ipotesi rivelatasi infondata di un documento condiviso da portare al confronto col governo, oggi le parti hanno “ragionato sugli ammortizzatori sociali”, dice Camusso sottolineando la necessità di estenderli e di salvaguardarli in quei processi sempre più frequenti di ristrutturazione del nostro sistema industriale manifatturiero.

Ma l'attenzione passa ovviamente al tavolo di domani e il Segretario Generale della CGIL ha modo di ribadire al Tg3 il deciso no al confronto sull'articolo 18: “Lo abbiamo detto con nettezza, e continuiamo a dirlo: l'articolo 18 non è il problema del mercato del lavoro”. Il vero problema è dettato dalla giungla contrattuale, dalle 46 forme contrattuali che formano il nostro sistema. Per questo bisogna partire dando rilevanza al contratto di apprendistato e a quello di reinserimento per gli ultra cinquantenni. La logica che deve muovere l'operazione sul mercato del lavoro, sostiene il leader della CGIL, è la 'buona occupazione': “Bisogna incentivare buona occupazione, e non è la strada della riduzione dei diritti quella che dà buona occupazione”, dice.

La CGIL sbarra quindi la strada ad una riduzione delle tutele: “Pensiamo che la difesa dal rischio di licenziamenti discriminatori debba essere un elemento di civiltà”, dice Susanna Camusso, che invita ad un atto di coraggio: “Si sta facendo sul tema dell'articolo 18 una discussione totalmente falsa. Si abbia il coraggio di dire che nel nostro Paese ci possono essere licenziamenti discriminatori”.

E sempre sul tema della flessibilità in uscita, rispondendo ad una domanda sulla posizione del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, aggiunge: “Credo che il ministro sappia bene che bisognerebbe smetterla di dare una immagine del nostro Paese che non corrisponde alla realtà. E se c'è una cosa che proprio non si può dire è che nel nostro Paese non c'è una, e ahimè! ampia, uscita dal mondo del lavoro”. Quanto all'incontro di domani con il governo, il cauto ottimismo della Camusso è legato, spiega, al fatto che “è importante fare questa discussione”, ed è “molto importante rimettere al centro del dibattito in questo Paese il tema dell'occupazione e delle sue prospettive”.