da www.unita.it di L. Mariucci
PUÒ APPARIRE SINGOLARE CHE SI DISCUTA DI UNASORTA DISCAMBIO tra la soluzione del problema dei cosiddetti «esodati» e l’approvazione definitiva della riforma del mercato del lavoro. Eppure tra questi due temi esiste una evidente connessione.Infatti tra gli ambiziosi propositi della riforma Monti-Fornero vi è quello di «realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ecc.» (articolo 1, primo comma). Ora non vi è dubbio che vi sia un certo contrasto tra tali propositi e la condizione di quelle persone che avendo accettato una uscita anticipata dal lavoro nelle diverse forme (accordi collettivi, individuali, cassa integrazione, mobilità, dimissioni ecc.) in vista di una prospettiva pensionistica ravvicinata, si sono viste mutare d’improvviso le regole del gioco e quindi allontanarsi l’età pensionabile, talora per un numero considerevole di anni. Persone che quindi a causa di una modifica unilaterale delle regole da parte dello Stato si sono trovate in un singolare limbo: né lavoratori attivi né pensionati, ma disoccupati involontari e senza reddito. Si può immaginare qualcosa di meno «inclusivo»? Quindi la soluzione del problema degli esodati dovrebbe essere considerata una condizione se non preliminare quanto meno coessenziale alla approvazione di una riforma che si vuole appunto «inclusiva». Il che può farsi con una chiara norma definitoria delle situazioni in oggetto e non sulla base di approssimative stime numeriche derivate, alquanto arbitrariamente, per deduzione dalle cifre stabilite in copertura finanziaria. È dunque positivo che il ministro Elsa Fornero riconosca ora che le misure fin qui adottate, riferite a una quota di 65.000 interessati, sono insufficienti. Ma il ministro ora dovrebbe fare un passo in più: individuare una soluzione chiara e definitiva del problema. La vicenda degli esodati appare per altro verso emblematica dell’errore di fondo che è stato compiuto nell’impostare la riforma del mercato del lavoro. Si sarebbe dovuti partire fin dall’inizio dalla individuazione dei problemi reali più che dal proposito di produrre messaggi simbolici di dubbia efficacia pratica. Invece si sono persi dei mesi a discettare sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sono rimasti in ombra i problemi veri: il sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro per quanti hanno perso il posto negli anni della crisi e per quanti, soprattutto giovani, cercano davvero lavoro e non lo trovano, o lo trovano solo di cattiva qualità ovvero precario. Questi erano i due punti essenziali da affrontare, da collegare a misure orientate a stimolare lo sviluppo. Invece si è messo mano a un complesso costrutto regolistico, i cui stessi aspetti positivi (come le misure introdotte per contrastare il ricorso abusivo a contratti di tipo precario) potranno determinare un effetto solo nel medio-lungo periodo, a condizione che si riattivi una dinamica di sviluppo. Ora pare che la riforma debba essere comunque approvata prima del Consiglio europeo del 28 giugno, per dare - si dice - una risposta ai mercati finanziari. Ma qui nasce un dubbio più profondo. Cosa sono questi mercati finanziari? Soggetti pensosi e occhiuti, ansiosi di conoscere il modo in cui in Italia si riformano l’articolo 18, i Cococo e le partite Iva, oppure un vasto e causale assemblaggio di istituzioni che si limitano a perseguire l’interesse immediato degli investitori, oppure una congrega di biechi speculatori, ovvero, ancora, come sostiene Scalfari nell’editoriale di domenica di Repubblica, addirittura un insieme di forze determinate a cancellare «ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale»? Ardui interrogativi, questi, che esigono risposte politiche. E non si accontentano di complessi marchingegni, dai tratti talora bizantini, in materia di regole del mercato lavoro
Luigi Mariucci
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mercoledì 20 giugno 2012
Lavoro, scelte chiare
da www.unita.it di L. Mariucci
PUÒ APPARIRE SINGOLARE CHE SI DISCUTA DI UNASORTA DISCAMBIO tra la soluzione del problema dei cosiddetti «esodati» e l’approvazione definitiva della riforma del mercato del lavoro. Eppure tra questi due temi esiste una evidente connessione.Infatti tra gli ambiziosi propositi della riforma Monti-Fornero vi è quello di «realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ecc.» (articolo 1, primo comma). Ora non vi è dubbio che vi sia un certo contrasto tra tali propositi e la condizione di quelle persone che avendo accettato una uscita anticipata dal lavoro nelle diverse forme (accordi collettivi, individuali, cassa integrazione, mobilità, dimissioni ecc.) in vista di una prospettiva pensionistica ravvicinata, si sono viste mutare d’improvviso le regole del gioco e quindi allontanarsi l’età pensionabile, talora per un numero considerevole di anni. Persone che quindi a causa di una modifica unilaterale delle regole da parte dello Stato si sono trovate in un singolare limbo: né lavoratori attivi né pensionati, ma disoccupati involontari e senza reddito. Si può immaginare qualcosa di meno «inclusivo»? Quindi la soluzione del problema degli esodati dovrebbe essere considerata una condizione se non preliminare quanto meno coessenziale alla approvazione di una riforma che si vuole appunto «inclusiva». Il che può farsi con una chiara norma definitoria delle situazioni in oggetto e non sulla base di approssimative stime numeriche derivate, alquanto arbitrariamente, per deduzione dalle cifre stabilite in copertura finanziaria. È dunque positivo che il ministro Elsa Fornero riconosca ora che le misure fin qui adottate, riferite a una quota di 65.000 interessati, sono insufficienti. Ma il ministro ora dovrebbe fare un passo in più: individuare una soluzione chiara e definitiva del problema. La vicenda degli esodati appare per altro verso emblematica dell’errore di fondo che è stato compiuto nell’impostare la riforma del mercato del lavoro. Si sarebbe dovuti partire fin dall’inizio dalla individuazione dei problemi reali più che dal proposito di produrre messaggi simbolici di dubbia efficacia pratica. Invece si sono persi dei mesi a discettare sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sono rimasti in ombra i problemi veri: il sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro per quanti hanno perso il posto negli anni della crisi e per quanti, soprattutto giovani, cercano davvero lavoro e non lo trovano, o lo trovano solo di cattiva qualità ovvero precario. Questi erano i due punti essenziali da affrontare, da collegare a misure orientate a stimolare lo sviluppo. Invece si è messo mano a un complesso costrutto regolistico, i cui stessi aspetti positivi (come le misure introdotte per contrastare il ricorso abusivo a contratti di tipo precario) potranno determinare un effetto solo nel medio-lungo periodo, a condizione che si riattivi una dinamica di sviluppo. Ora pare che la riforma debba essere comunque approvata prima del Consiglio europeo del 28 giugno, per dare - si dice - una risposta ai mercati finanziari. Ma qui nasce un dubbio più profondo. Cosa sono questi mercati finanziari? Soggetti pensosi e occhiuti, ansiosi di conoscere il modo in cui in Italia si riformano l’articolo 18, i Cococo e le partite Iva, oppure un vasto e causale assemblaggio di istituzioni che si limitano a perseguire l’interesse immediato degli investitori, oppure una congrega di biechi speculatori, ovvero, ancora, come sostiene Scalfari nell’editoriale di domenica di Repubblica, addirittura un insieme di forze determinate a cancellare «ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale»? Ardui interrogativi, questi, che esigono risposte politiche. E non si accontentano di complessi marchingegni, dai tratti talora bizantini, in materia di regole del mercato lavoro
Luigi Mariucci
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