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martedì 17 novembre 2015

Rassegna Stampa riforma P.A.

PA: CGIL, NO A 3 COMPARTI, SERVE ACCORDO CONDIVISO Valorizzare contrattazione e rinnovare contratti, 28 novembre in piazza Roma, 11 nov. (AdnKronos) - "Il modello proposto dall' Aran di passare da 11 a3 comparti non ciconvince ma, come è stato posto in premessa, confermiamo la disponibilità a raggiungere un accordo sulla riduzione, ridefinendo e costruendo insieme i criteri di composizione dei comparti". Lo afferma la segreteria confederale della Cgil, Serena Sorrentino, al temine dell' incontro all' Aran. "Bisogna insieme -sottolinea la sindacalista. stabilire e definire l' ambito soggettivo di applicazione dei singoli comparti e i rapporti tra i livelli contrattuali, tra il primo e il secondo livello. La contrattazione va valorizzata, a partire dai rinnovi contrattuali e dallo stanziamento di risorse adeguate nella legge di Stabilità. Quelle al momento previste sono assolutamente insufficienti per un rinnovo dignitoso. Auspichiamo che nel corso dell' esame della manovra si stanzino risorse adeguate". Per quanto ci riguarda, conclude Sorrentino, "i rinnovi contrattuali, come diritto dei lavoratori e garanzia per migliori servizi ai cittadini sono una priorità. Per questo, per il ' Contratto Subito',saremo in piazza unitariamente sabato 28 novembre". (Eca/AdnKronos) 
11-NOV-15 19: 46 NNN *********************************** 

PA: ARAN, PROPOSTA 3 COMPARTI NON E' ULTIMATIVA, DISCUSSIONE CONTINUA si potra' arrivare al massimo a 4 Roma, 11 nov. (AdnKronos) - L' incontro con i sindacati del pubblico impiego, che si è svolto oggi per la riorganizzazione dei comparti, non è stato "completamente negativo" a giudizio di Sergio Gasparrini, presidente dell' Aran. Tuttavia i sindacati non sembrano convinti, hanno manifestato perplessità alla proposta messa sul piatto dal governo, tramite l' Aran, nonostante non sia "una proposta ultimativa", come afferma Gasparrini all' Adnkronos. "Abbiamo proposto di aggregare gli 11 comparti attualmente esistenti in 3: un comparto per la Scuola, un altro per Sanità e un maxi comparto che raccoglierebbe insieme moltissimi dipendenti pubblici, dagli impiegati delle Agenzie ai Ministeri, da quelli degli enti pubblici non economici a Regioni e autonomie locali", spiega il presidente dell' Aran. Una ripartizione che tiene conto di una "omogeneizzazione delle funzioni amministrative e allo stesso tempo mira a salvaguardare la caratterizzazioni professionalmente elevate, in quanto a seconda le tipicità - afferma- non sarà applicata una disciplina tout cour per tutti, cercheremo di armonizzare quello che si può". I margini per aggiustare il tiro ci sono ancora, secondo il presidente dell' Aran, anche se ribadisce che "l' obiettivo di razionalizzare e restringere prevede che si possa arrivare al massimo a 4 comparti, come impone la legge". La discussione quindi è aperta, l' Aran ha chiesto ai sindacati di fare in sostanza una controproposta in tempi ragionevoli, non è stata fissata una data ma si presume che le parti si incontreranno di nuovo fra una decina di giorni. (Arm/AdnKronos)
 11-NOV-15 19: 55 NNN *********************************** 

PA: FOCCILLO (UIL) , INCONTRO ARAN NEGATIVO, NO A PROPOSTA 3 SOLI COMPARTI Roma, 11 nov. (AdnKronos) - La Uil boccia la proposta dell' Aran per lariorganizzazione dei comparti e registra "un esito decisamente negativo dell' incontro odierno tra l' Aran e le Organizzazioni sindacali". E' quanto dichiara Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil spiegandoche "ci è stato proposto di accorpare i vari settori in tre soli comparti e questo non è sostenibile per l' enorme differenza che caratterizza le tante realtà del pubblico impiego". "Noi siamo disponibili a trovare un accordo anche riducendo gli attuali comparti, ma non a queste condizioni - continua il sindacalista - peraltro, anche se si procedesse nella direzione indicata dall' Aran, sarebbe un passo inutile: la contrattazione sia nazionale sia di secondo livello continua a essere bloccata e i lavoratori continuano ad attendere ormai da sette anni il rinnovo dei loro contratti. È una situazione ormai ingiusta e insostenibile". (Sec-Arm/AdnKronos) 11-NOV-15 19: 04 NNN ***********************************

lunedì 21 settembre 2015

Rassegna Stampa


Colosseo: Camusso, volevano colpire i lavoratori

Il segretario generale della Cgil in una intervista al 'Quotidiano nazionale': "Il ministro sapeva da giorni dell'assemblea, ma non è intervenuto. Perché non sono stati avvisati i tour operator? Si chieda scusa a chi lavora al Colosseo"
Susanna Camusso, dopo il caso Colosseo si parla già di cambiare la legge sugli scioperi... «Alt. Prima un po' di storia — sbotta il segretario della Cgil —. Un anno fa il ministro Franceschini chiamò Cgil, Cisl e Uil per parlare proprio dei siti archeologici. E noi eravamo disponibili a cercare insieme soluzioni».

E invece? «Non è successo più nulla. Mai più convocati. Lo trovo offensivo. Se avessimo iniziato il confronto non ci sarebbero stati né il caso Pompei, né il caso Colosseo, e magari si sarebbero date risposte ai lavoratori. Non si racconti che l'unico problema è l'assemblea».

Pero l'assembla che ha chiuso il Colosseo... «Nessuno si domanda perché i lavoratori erano in assemblea? Pensate davvero che volessero fare un dispetto all'Italia? Da oltre un anno non viene loro pagato il salario accessorio. Come mai hanno tante ore di straordinario?».

Ribalta le accuse.
«Si attribuisce ai lavoratori la responsabilità dei turisti in coda, e mi dispiace tantissimo per i turisti, ma l'assemblea era stata organizzata giorni prima. Perché non si sono avvisati i tour operator? Non sono i lavoratori che tengono in ostaggio i turisti. È il governo che tiene in ostaggio le retribuzioni dei lavoratori».

Colpa del ministro?
«Bisogna chiedere scusa a quei lavoratori, non punirli per un'assemblea. Se avessero fatto il blocco degli straordinari, non lo aprivi il Colosseo. Il ministro era informato, perché non ha convocato le parti?».

I fondi per i salari ora sono stati trovati.
«Guarda caso li sbloccano improvvisamente. Al ministero dell'economia si sono ricordati che da un anno dovevano sbloccarli».

Tempestivi...
«In tre ore si fa il decreto sul Colosseo, a metà agosto ci hanno detto che in due settimane sarebbero intervenuti contro il caporalato. E' passato un mese e mezzo e non è successo nulla... E' questa l'idea del lavoro che c'è?».

I retroscena raccontano che il governo avesse già pronto il decreto sui beni culturali...
«Non inseguo i retroscena, ma osservo. Se fosse stato già pronto è ancora peggio, vuol dire non avere il coraggio di discutere con chi si occupa del tema. Vuol dire essere in cerca dell'occasione per colpire i lavoratori».

O il sindacato?
«Il dispetto non lo fanno al sindacato, ma ai lavoratori che tengono aperto il Colosseo 7 giorni su 7, 11 ore al giorno...».

Intanto avete confermato lo sciopero per ottobre
. «Lo sciopero era previsto da tempo, noi rispettiamo le regole. Se il governo non vuole una mobilitazione, convochi le parti, discuta del contratto. Si investe sulla cultura non solo con i bandi internazionali, ma risolvendo i problemi».

Ieri il Garante per gli scioperi ha detto che si potrebbe mettere mano alla legge sugli scioperi.
«Per fortuna è un garante, che per definizione non dovrebbe essere di parte».

Ma la legge 146 va riformata?
«Siamo pronti a discuterne da tempo, ma non c'è la volontà di trovare una intesa. Piuttosto infangano i sindacati per prendersela con i lavoratori».

Il premier sull'Unità è durissimo con voi. «E' insopportabile la dichiarazione del presidente del Consiglio che parla di sindacalisti che guadagnano 300mila euro all'anno di pensione. Dica i nomi, dica di che organizzazione sono, se ci sono. Siamo stufi. Questo si chiama fango».

Renzi ha scritto che faticate a rappresentare voi stessi... «Sarebbe bene ricordare che alle elezioni per le Rsu del pubblico impiego ha votato più dell'80% dei lavoratori, lo stesso accade nel privato. E il sindacato confederale prende la stragrande maggioranza dei voti. Non mi pare che alle elezioni politiche o amministrative ci sia una percentuale di partecipazione neppure comparabile».

Però sul lavoro il governo pare aver ottenuto risultati.
«La decontribuzione ha favorito l'accelerazione del turnover. Hanno funzionato gli interventi di ordine economico. Non l'eliminazione dell'articolo 18 o il demansionamento».

L'ultimo colpo di scena è che il premier vuole riaprire il capitolo flessibilità per le pensioni...
«Da mesi chiediamo al ministro del Welfare di discuterne. Per noi è essenziale che nella legge di Stabilità ci sia una risposta sulle pensioni e che sia chiara, che consenta l'ingresso dei giovani al lavoro, rispetti la diversità dei lavori e la fatica di chi li compie. E' la nostra priorità per la legge di stabilità e ci mobiliteremo per averla».
 
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Tabelle di equiparazione e DM mobilità - Documento della CGIL, FPCGIL e FLC CGIL

                                                                       
E' stato registrato alla Corte dei Conti il DPCM di "Definizione delle tabelle di equiparazione fra i livelli di inquadramento previsti dai contratti collettivi relativi ai diversi comparti di contrattazione del personale non dirigenziale"; in altre parole il provvedimento con cui il Governo dispone unilateralmente l'equiparazione tra i diversi livelli di inquadramento dei lavoratori dei comparti pubblici, allo scopo di avviare processi di mobilità da un comparto all'altro della Pubblica amministrazione, nell'ottica di una presunta razionalizzazione degli apparati.

I trasferimenti potrebbero implicare uno spostamento fino a 50 chilometri dei lavoratori coinvolti nelle procedure di mobilità, ma- assicura il provvedimento-  dovranno avvenire "senza pregiudicare, rispetto al requisito del titolo di studio, le progressioni di carriera acquisite".

Invece non è così, e con il DPCM si mette mano ai processi di mobilità senza aver valutato approfonditamente le molteplici implicazioni giuridiche ed economiche che il passaggio lavorativo da un ministero a un ospedale, da una provincia a un ente di ricerca, da una scuola a un Comune comporta, in primis professionalità, riqualificazione e formazione che sono aspetti fondamentali per affrontare con successo i percorsi di cambiamento.

Nelle tabelle è del tutto evidente la scelta del Governo di ignorare le garanzie contrattuali attualmente esistenti sia per quanto riguarda gli ordinamenti professionali che per le carriere.

Dalle tabelle non si evince, per esempio, alcuna possibile mobilità dei lavoratori della Croce Rossa verso il SSN ed è evidente che la collocazione in profili amministrativi anche di medici e operatori sanitari ne snaturerebbe completamente la vocazione e la professionalità acquisita negli anni.

Per quanto riguarda il comparto scuola il DPCM e le annesse tabelle non precisano che si tratta di mobilità "in uscita", verso altre amministrazioni, e non certo di mobilità "in entrata". Le norme vigenti sul reclutamento di docenti, personale educativo, personale Ata prevedono il possesso di requisiti specifici, titoli di studio, piani di studio, abilitazioni professionali molto precise per funzioni  finalizzate all'erogazione del servizio scolastico sancito dalla Costituzione come diritto fondamentale della persona. Queste norme sono richiamate sono in modo generico all'art. 2 comma 1nel Dpcm.

Sempre dalla tabella 9 tutti i docenti della scuola primaria e dell'infanzia sono inquadrati in Area II, anche se laureati. Questo non è accettabile, considerato che il profilo docente è un profilo unico e da oltre 15 anni  per accedere all'insegnamento nella scuola primaria e dell'infanzia è obbligatorio il possesso della Laurea. Questa discriminazione tra laureati della scuola secondaria e laureati della scuola del primo ciclo non ha più ragione di esistere neanche sotto il profilo legislativo. Nel comparto università in particolare per gli EP (Elevate Professionalità), che hanno come requisito di accesso la laurea + la specializzazione o abilitazione professionale (avvocati, architetti ecc.) ed hanno mansioni assolutamente paragonabili ad esempio ai tecnologi degli Enti Pubblici di Ricerca, la proposta di inquadramento in caso di mobilità è estremamente penalizzante. Guardando agli altri comparti del Pubblico Impiego si nota come nessuno possa essere inquadrato in EP ma come viceversa gli EP dell' Università possono essere inquadrati in tutti i comparti.

L'unico criterio seguito per la redazione delle tabelle di equiparazione realizza un sistema di inquadramenti terribilmente penalizzante per i lavoratori e discriminante, basato esclusivamente sulla retribuzione tabellare; un criterio "al ribasso" che stabilisce un principio di risparmio laddove sancisce la riassorbibilità dell'assegno ad personam per gli aumenti di salario a qualsiasi titolo conseguiti successivamente e che lede i diritti contrattuali acquisiti dai lavoratori, sia nell'inquadramento iniziale, sia nella progressione di carriera legata all'anzianità. La generalizzazione degli assegni riassorbibili nasconde un blocco contrattuale economico pluriennale.

Nell'Afam il criterio dell'equiparazione legata esclusivamente ad aspetti economici produce un vulnus irreversibile pretendendo di comparare  musicisti scultori, registi ecc...ai lavoratori con profilo amministrativo . Il vulnus aumenta laddove si propone la separazione tra docenti di I E II fascia in base al titolo di studio. Si tratta di una discriminazione totalmente priva di fondamento e lesiva sia dei diritti soggettivi dei singoli lavoratori.

Nella premessa al DPCM si afferma che le posizioni stipendiali del personale  della scuola e dell'AFAM sono "definite per fasce di anzianità", quindi non si indicano quadri di corrispondenza. Però alla tabella 9, poi, non ci limita ad indicare solo l'Area di corrispondenza del comparto ministeri (ovvero l'Area III, l'Area II o l'Area I) ma, illegittimamente, si fa riferimento alla posizione stipendiale che, per tutti, è solo quella iniziale (ovvero la F1 o F2 rispettivamente).

Per gli enti pubblici di ricerca l'equiparazione del collaboratore tecnico degli enti di ricerca appare impropria dal punto di vista imprescindibile del profilo professionale. La diminuzione retributiva prospettata è di tale impatto che per un Cter V o IV livello in caso di passaggio ad altro comparto conserverebbe un maturato economico talmente corposo, da impedire qualunque ulteriore incremento per il futuro di natura contrattuale. Del resto le ragioni che escludono i ricercatori e tecnologi per la loro specificità sono in buona misura le stesse che giustificherebbero l'esclusione del personale tecnico, le cui peculiarità professionali sono evidentemente ignorate dalla logica che ha costruito le equiparazioni proposte.

All'incontro con il Ministro Madia la Cgil aveva chiesto che fosse esplicitamente previsto l'esame congiunto con le OO.SS. di tutti gli atti di inquadramento adottati dalle amministrazioni in seguito al DPCM tabelle di equiparazione, ma il testo del decreto dimostra tutta la mancanza di volontà degli interlocutori governativi ad aprirsi a ragionamenti di merito che possano dare risposte concrete alle necessità e alle istanze dei lavoratori soggetti a mobilità ed è per queste ragioni che la Cgil ha dato mandato ai propri legali di    procedere all'istruttoria per l'apertura di un possibile contenzioso sul provvedimento.

Con la stessa visione limitata e gli stessi criteri "al ribasso" è stato varato il DM per la mobilità dei lavoratori delle Province, del personale di polizia provinciale e del personale della CRI, in attesa di visto dalla Corte dei Conti.

In seguito al riordino previsto dalla Legge Del Rio i dipendenti in soprannumero che dovranno trovare una collocazione presso le Regioni, i Comuni, il Servizio Sanitario Nazionale o anche il Ministero della Giustizia e quello delle Infrastrutture e dei Trasporti manterranno il trattamento economico fondamentale e accessorio "limitatamente alle voci con carattere di generalità e natura fissa e continuativa".

Il provvedimento contraddice la ratio della riforma Del Rio in quanto  viene data priorità alle esigenze di riduzione degli organici degli enti provinciali e delle città metropolitane, piuttosto che alle esigenze di continuità dei servizi che possono essere mantenuti solo se si tiene in considerazione la professionalità del personale interessato. Inoltre, rimane poco chiara la parte in cui si parla dell'inquadramento dei dipendenti provinciali trasferiti in mobilità per i quali non sembrerebbe scontato il mantenimento della retribuzione  all'atto del trasferimento.

Questa agghiacciante confusione normativa e mancanza di garanzie è frutto di tutte le misure riduttive sulle risorse delle Province e, in particolare, del comma 418 della legge di stabilità per il 2015 ( L. 190/2014) che prevede una riduzione della spesa corrente per le Province pari a 1 miliardo (1.180 milioni ) di euro per il 2015, 2 miliardi per il 2016 e 3 miliardi per il 2017. E' evidente che con un taglio delle risorse simile il Governo abbia dovuto derogare al principio della legge Del Rio e stabilire che i trasferimenti di personale non comportano trasferimento di risorse finanziarie.

Per i dipendenti della CRI, poi, il DM prevede la mobilità unicamente verso le funzioni centrali, escludendo in maniera esplicita la possibilità di trasferimento sia verso il SSN che verso le Regioni, con la conseguente forte perdita di professionalità di questi lavoratori e la grande penalizzazione che ne subisce il servizio pubblico in termini di qualità. I dipendenti della CRI sono esplicitamente esclusi dal contingente di 2000 unità in mobilità verso il Ministero della Giustizia ex L.132/2015 e, con un'evidente disparità di trattamento rispetto a tutti gli altri lavoratori, è sancita solo per loro la non applicazione del meccanismo dell'assegno ad personam anche nel caso di mobilità obbligatoria.

La proposta avanzata dalla Cgil va nella direzione esattamente contraria a quella voluta dal Governo, frutto di politiche miopi e discriminatorie e di continui tagli agli enti locali, e prevede l'estensione a tutta la mobilità obbligatoria delle norme del comma 96 della Legge 56/2014 in modo da congelare i trattamenti economici in essere, senza oneri per la finanza pubblica.

martedì 30 giugno 2015

Rassegna stampa

"Dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco della contrattazione collettiva e delle norme che lo hanno prorogato, il governo ha il dovere di convocare i sindacati e avviare la discussione sui rinnovi contrattuali". E' quanto si legge in una nota della Cgil nazionale. 

Per il sindacato di Corso d'Italia devono arrivare anche "risposte sui precari e sul potenziamento dei servizi pubblici oltre il riconoscimento delle prerogative contrattuali dei lavoratori".

"Il Governo - conclude la nota della Cgil - poteva trovare una soluzione politica riaprendo la contrattazione, ora dovrà prendere atto del legittimo riconoscimento della corte del diritto al contratto per i lavoratori pubblici che si reitera da sei anni".
 
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Il  governo ha scelto da che parte stare: non serve più l'accordo sindacale per controllare i lavoratori e si cancellano i limiti previsti dalla legge 300. Il Grande Fratello è niente in confronto a quanto previsto da questo provvedimento". Questa la denuncia contro il decreto Semplificazioni rilanciata dalla Cgil con una serie di flash mob che si terranno nelle principali città italiane.

Una campagna itinerante dal titolo: 'No accordo, no controllo', promossa dalla Cgil Nazionale contro le modifiche all'articolo 4 dello Statuto dei diritti dei Lavoratori sul controllo a distanza previste dal decreto attuativo del Jobs Act e per sensibilizzare l'opinione pubblica e fare pressione sul Parlamento per ripristinare regole di rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori.

Per la Cgil si pone "un problema di dignità e di equilibrio nei confronti dello strapotere aziendale, di maggiori possibilità di ricatto nei confronti delle persone che lavorano, sole e non più tutelate dall'Articolo 4 dello Statuto”. Ma per il sindacato di Corso d'Italia non solo si colpiscono ancora una volta i lavoratori, ma lo si fa senza alcun beneficio economico sull'altro piatto della bilancia: "questo decreto non aumenta la competitività delle imprese, non aumenta la produttività del lavoro, non facilita gli investimenti, nazionali o esteri, permette però ad alcune imprese di fare la faccia feroce".
 
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“Le affermazioni dei Ministri e del Presidente del Consiglio, che dipingono il nostro Paese quale leader mondiale nel contrasto ai cambiamenti climatici, evidenziano tutte le contraddizioni delle politiche governative, miopi e reazionarie”. Così Danilo Barbi, segretario confederale della Cgil commenta quanto emerso dagli Stati generali sul clima dello scorso 22 giugno, promossi dal governo in vista della COP 21 che si terrà a Parigi il prossimo autunno.

“Vogliamo ricordare al premier Renzi che nel corso degli Stati generali ha dichiarato: 'il nemico numero uno è il carbone' che - prosegue il dirigente sindacale - in Italia sono ancora attive tredici centrali a carbone per la produzione di energia elettrica e due di queste, Brindisi sud e Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, sono tra le prime trenta più inquinanti d’Europa”. All'esecutivo, Barbi chiede un impegno serio nel processo di decarbonizzazione dell'economia che, spiega “deve essere accompagnato da interventi di sostegno al mercato del lavoro per garantire la ricollocazione dei lavoratori dei settori altamente inquinanti che verranno dismessi e la creazione di nuova qualificata occupazione, attraverso investimenti, partecipazione dei lavoratori, riqualificazione delle competenze e dei curriculum verso i nuovi settori dello sviluppo sostenibile, protezione sociale e rispetto dei diritti dei lavoratori”.

Anche sul versante dei cambiamenti climatici l'impegno del governo risulta insufficiente:  “non ha in mente nessuna azione di mitigazione del rischio, siamo infatti l'unico dei grandi Paesi europei a non avere alcuno strumento strategico che fissi obiettivi e tappe di riduzione delle emissioni di gas serra, ma propone solo azioni di adattamento, ovvero: come far fronte alle modifiche del clima, date ormai per acquisite, e rispondere agli impatti dovuti all'aumento delle temperature e delle precipitazioni, alla riduzione delle risorse idriche e all'aumento della frequenza degli eventi estremi”.

Per la Cgil la COP 21 di Parigi 2015 è “una tappa fondamentale” nella lotta ai cambiamenti climatici. “Per questo motivo - spiega Barbi - siamo impegnati, anche all'interno della 'Coalizione italiana clima', per far sì che a Parigi venga siglato un accordo ambizioso e giuridicamente vincolante per il mantenimento del riscaldamento globale ben al di sotto dei 2° C, possibilmente 1,5°”. Un accordo che, sottolinea il dirigente sindacale “dovrà contenere le richieste del movimento sindacale globale per la giusta transizione e il lavoro dignitoso”. L'accordo di Parigi dovrà essere “equo e prevedere aiuti economici e trasferimento tecnologico dai paesi più ricchi a quelli più poveri. E' necessario – avverte Barbi - un impegno globale all'eliminazione di ogni tipo di sostegno alle fonti fossili e alle produzioni dannose per l’ambiente”. Allo stesso tempo, l'accordo di Parigi “dovrà garantire il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori: a partire dalla sicurezza alimentare, dal diritto alla terra, all'acqua, alla sicurezza energetica e alla ricerca della piena occupazione. Dovrà garantire il rispetto dei diritti delle popolazioni indigene e delle future generazioni prevedendo meccanismi di partecipazione e di autodeterminazione delle popolazioni”.

La Cgil, nell'ambito delle posizioni condivise ed espresse dalle confederazioni sindacali europee e internazionali ETUC e ITUC, ricorda Barbi “è impegnata nell'azione per il clima, convinta che solo un nuovo modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale, economico, industriale e ambientale possa garantire giustizia sociale, equità, piena occupazione, rispetto per la terra e per le future generazioni. Come ci ricorda la segretaria generale della ITUC Sharan Burrow: “Non c'è lavoro in un pianeta morto”, anche per questo l'azione climatica è una questione sindacale” sottolinea il segretario confederale.

Al fine di contrastare i cambiamenti climatici, perseguire la sicurezza energetica,  aumentare la produttività delle imprese riducendo i costi delle materie, tutelare l'ambiente e la salute, ma anche per cogliere tutti i vantaggi competitivi del cambiamento e sviluppare un settore produttivo industriale nazionale che offra prospettive di crescita economica ed occupazionale, conclude Barbi “per la Cgil è fondamentale che in Italia ci sia un'accelerazione della transizione energetica verso un modello basato su efficienza, fonti rinnovabili e lo sviluppo dell'economia circolare”.
 
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giovedì 18 giugno 2015

Rassegna Stampa Enti Locali e P.A.

"Con l'approvazione in Consiglio dei ministri del Dl Enti locali il Governo mette a rischio in Italia le politiche dell'ambiente e del lavoro". Questo il commento di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl circa le misure decise ieri dal Governo in Cdm sui Centri per l'impiego e la Polizia provinciale, nell'annunciare "una grande iniziativa nazionale di protesta a Roma per il 25 giugno, davanti al Parlamento". Per Cgil Cisl e Uil "la riallocazione delle competenze sulla gestione dei Centri per l'impiego alle Regioni porta con sé una spesa di oltre 215 milioni di euro l'anno di costi che difficilmente queste ultime riusciranno a sostenere. Firmando la convenzione esse decideranno di accollarsi una spesa ingente, anche considerando il timido contributo che lo Stato metterebbe a disposizione per favorire l'accordo: 70 milioni l'anno per il solo biennio 2015-2016. È a rischio la tenuta occupazionale degli oltre 8.000 dipendenti e, con essa, i servizi per l'impiego alla cittadinanza". Per quanto riguarda il problema della Polizia provinciale, i sindacati affermano: "Il trasferimento del personale ai comuni, non scontato per la totalità dei lavoratori considerati i limiti previsti dalla Legge, farebbe venir meno per il Paese un importante strumento di lotta alle frodi ambientali e di contrasto alla malavita organizzata". "Contrasteremo queste norme con tutte le azioni di protesta necessarie , iniziando con una grande iniziativa nazionale che terremo a Roma, dinanzi al Parlamento, il 25 giugno prossimo, per dire no a questo finto riordino e chiedere un riassetto dei servizi locali che tuteli cittadini e professionalità", concludono Fp Cgil Cisl Fp e Uil Fpl.

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Tre grandi assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori, delle delegate e dei delegati e delle Rsu del pubblico impiego - il 1° luglio a Milano, il 2 a Roma e il 3 a Bari - a segnare l'avvio della mobilitazione di Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uil Pa per il rinnovo del Contratto nazionale. "Continua la battaglia di Cgil Cisl e Uil per arrivare al rinnovo di un contratto fermo da anni e lo fa attraverso tre grandi assemblee, una al Nord, una al Centro e una al Sud, dalle quali uscirà una piattaforma per dare avvio al confronto con il governo", affermano i segretari generali di Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uil Pa, Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili, nello spiegare l'obiettivo di sindacati: "Attacchi continui contro i dipendenti pubblici, negazione della contrattazione, economica e normativa e una riforma che non innova e non riorganizza. Vogliamo spiegare al governo non solo come è possibile arrivare al rinnovo ma anche come affrontare una riforma della Pa attraverso la partecipazione attiva dei lavoratori e il confronto necessario con chi ogni giorno, e nonostante tutto, manda avanti con competenza e professionalità i servizi a persone e imprese".  "Vogliamo i contratti, vogliamo rinnovarli e vogliamo farlo subito - aggiungono i quattro segretari generali - e vogliamo farlo anche per dimostrare come il solo modo possibile di riformare la Pa, di cambiare il modo di gestire e di organizzare i servizi pubblici, è farlo attraverso la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Con queste tre assemblee parte la nostra sfida al governo, ci auguriamo quest'ultimo voglia cogliere quest'occasione ed essere all'altezza del confronto, ricordando che i contratti sono bloccati, per legge, da oltre 6 anni, con una riduzione costante del potere di acquisto dei lavoratori", concludono

venerdì 26 settembre 2014

Rassegna stampa







  • Draghi: sottostimato effetto disoccupazione su inflazione
Alcuni dei fattori che le stime della Bce sull'inflazione hanno sottovalutato sono "la disoccupazione elevata e le dimensioni della capacità produttiva inutilizzata". Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, a Vilnius.

Il presidente della Bce si aspetta una crescita economica modesta nel secondo trimestre e assicura che l'Eurotower è pronta ad agire ulteriormente, se sarà necessario. Il consiglio direttivo della Bce resta "unanimemente determinato" ad adottare "ulteriori misure non convenzionali" per fronteggiare i rischi posti da un periodo troppo lungo di bassa inflazione. Queste le parole di Draghi.
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  • Siamo disposti a trattare sui tempi del periodo di prova nelle assunzioni a tempo indeterminato e di una eventuale sospensione dell’articolo 18, ma la transizione deve essere breve e soprattutto ben delimitata nel tempo, dopodiché ai lavoratori devono essere garantite tutte le tutele valide per quelli che sono stati assunti prima di loro, reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa compreso. Altrimenti invece di migliorare la qualità del lavoro, si tornerebbe al lavoro servile. E’ questa - in estrema sintesi - la posizione espressa il, 24 settembre, dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha partecipato alla trasmissione ‘Porta a Porta’, condotta su Rai 1 da Bruno Vespa e che viene rilanciata dalle prime pagine dei maggiori quotidiani.

"Sono mesi che diciamo di voler discutere tranquillamente sui contratti a tempo a tutela crescente per anzianità di servizio", ha detto Camusso. “Se il periodo di prova deve essere maggiore dobbiamo parlarne - spiega Camusso - sento parlare di tre o sette anni, non è la stessa cosa. Comunque possiamo discuterne". "Capisco che ci siano stagioni in cui l'articolo 18 non vale, ma vale un indennizzo" ha osservato il segretario della Cgil. "Quello che non va bene è che quel lavoratore non raggiungerà mai le tutele che hanno gli altri".

Per Camusso così il risultato sarà molto negativo perché "creiamo il lavoro più servile" mentre "a noi serve che sia più competente e professionale". Discutere di una fase transitoria, ma modernizzare il lavoro non significa renderlo servile. Per la Cgil ci vuole dunque "una riforma vera che riunifichi il mercato del lavoro". "Se l'unica certezza sono le tutele che scompaiono, ho qualche dubbio", ha detto Camusso che ha sottolineato come per il sindacato di Corso Italia sia molto importante comprendere se il contratto a tutele crescenti andrà a sostituire le numerose forme di contratto atipico in vigore. "Ci si prende in giro se si produce un'altra forma di contratto, ma rimane la giungla".

Tra le altre cose il segretario generale della Cgil ha detto che "non possiamo avere un mondo di precari senza speranza e il vecchio mondo che continua, né vorremmo che si unissero nella precarietà". L'articolo 18 non deve essere quindi "uno scalpo da portare all'Europa".
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  • La discussione tra Governo e sindacati, in particolare con la CGIL, sta diventando incandescente, scatenando un dibattito inenarrabile sui media intorno all’art. 18. Diciamolo una volta per tutte: il Jobs Act peggiora, senza risolverli, i problemi del mondo del lavoro, producendo ulteriore precariato. La libertà di licenziamento non aumenta l’occupazione ma è vero anche che porta di sicuro a un drastico depotenziamento della capacità di rivendicazione collettiva da parte di chi lavora. Un’altra ovvietà è che la precarizzazione del lavoro conduce alla riduzione generale dei salari, all’aumento del lavoro nero e a un tasso di disoccupazione che cresce man mano che la protezione del lavoro diminuisce.
Con queste premesse, semplici e lineari, appare ovvio che il dibattito sull’art. 18 è ideologico, ma non da parte nostra! Un dibattito intorno a cui si stanno scatenando forze politiche e sociali e creando alleanze e opposizioni. Questo Governo, con un uomo solo al comando, sta mostrando derive populiste e di matrice di destra, che invocano in continuazione l’ossequio al volere di 12 milioni di elettori, e che tanto richiamano le frasi del berlusconismo del tempo che fu. Metodi autoritari da editto bulgaro che non possono soffocare l’esigenza di una discussione franca e senza tabù.
Ci si chiede se queste modalità, che a volte assumono contorni esasperati, non nascano da un difetto di esperienza e di capacità di mediazione, con la principale forza di governo che trasmette segnali di nervosismo al seppur minimo contrasto, oppure derivino da una strategia studiata a tavolino. Noi siamo per la seconda ipotesi.
Con i Sindacati, ma con la CGIL in particolare, il confronto è inesistente e si sostanzia a tratti con toni beffardi e insultanti che la dicono lunga sulla considerazione che l’esecutivo ha della rappresentanza dei lavoratori, considerati ferrivecchi. E anche se questo governo è reduce da un inimmaginabile consenso ottenuto alle Europee che lo ha pienamente legittimato, sta evidenziando difetti di democrazia partecipativa. Renzi si sta svelando un abile stratega e sta utilizzando l’art. 18 per superare le divisioni interne al suo partito e per aprire la comunicazione con la destra e soprattutto per catturare quegli elettori.
Abbiamo combattuto in questi anni Tremonti, Brunetta e Berlusconi, contrastando tenacemente norme che hanno umiliato il mondo del lavoro. Dalla parte dei lavoratori abbiamo mantenuto la nostra autonomia senza confonderci con le beghe di partito, perché non siamo un partito. Ma il problema non è oggi l’art. 18, il cui ridimensionamento, e lo ripetiamo per l’ennesima volta come un mantra, non ha prodotto un solo posto di lavoro, ma come si affronta questa crisi devastante, senza un progetto organico, una ricetta risolutiva, da parte di alcun partito.
Come CGIL abbiamo invece una progettualità che si esplicita nel Piano del Lavoro nel quale abbiamo proposto una revisione degli ammortizzatori sociali, l’assegno di disoccupazione universale, un nuovo Statuto dei Lavoratori che estende i diritti ai precari e che comporta una drastica riduzione dei 46 contratti in cui oggi è imbrigliato il mondo del lavoro. Ma occorrono tavoli e confronti, un grande senso di responsabilità, una coesione finalizzata allo sviluppo, un lavoro di squadra di tutte le parti in campo, che passano dall’attenzione, all’ascolto e alla restituzione della dignità ai lavoratori.

C’è bisogno di condividere un progetto. E’ stata messa in piedi una macchina mediatica che ci definisce conservatori, difensori di privilegi di casta, ma la gente deve sapere che i nostri salari sono solo poco più che dignitosi, che arriviamo ad autotassarci per mantenere grande e utile con gli stessi servizi la nostra Organizzazione, nel tentativo di non snaturare una confederalità a cui tutte le categorie fanno riferimento, perché ne costituisce l’anima.

Questo Governo, come afferma Camusso, ha meno coraggio di quello che dichiara: gli manca la volontà di affrontare i problemi veri ovvero la corruzione e l’evasione fiscale. Noi non abbiamo nel nostro dna decisionismi e vuoti annunci. Abbiamo dato casa al lavoro, abitandola di dignità e di diritti. I temi su cui ci vogliamo misurare sono la legalità, la formazione e l’istruzione, l’industria e il suo sviluppo, una Pubblica Amministrazione degna di questo nome e un welfare a misura di cittadino, con una progettualità costruita ascoltando e raccogliendo i bisogni della gente e dei lavoratori.

E’ di queste finalità che si nutre il Piano del Lavoro della città metropolitana di Bari, che rilegge il territorio rendendolo intelligente e fruibile. E allora, andiamo avanti, tiriamo fuori l’orgoglio, con una forza più grande perché è in gioco non solo il nostro destino ma soprattutto quello del lavoro e dei lavoratori. Malgrado il Governo cerchi di indebolire il sindacato attraverso l’attenuazione decisa delle sue prerogative, su vari livelli, noi continuiamo e continueremo a lavorare come sempre e anche di più. Sempre nel nome di quella causa giusta che ha ispirato Di Vittorio e continua ad ispirare noi.

*Segretario Generale Cgil Bari
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  • Da quello che leggiamo nel disegno di legge delega abbiamo dei seri dubbi che questa riforma del mercato del lavoro possa migliorare la qualità e la stabilità degli impieghi. Così come il decreto Poletti si rischia, anzi, di aumentare la precarietà e soprattutto di fare un’operazione politica che in linea con quello che sta accadendo in altri paesi europei scarica ancora una volta sulla contingentazione dei salari e delle modifiche dei diritti del lavoro una strategia di uscita dalla crisi”. Così Serena Sorrentino, segretaria confederale della Cgil, intervenuta questa mattina su Radioarticolo1 (qui il podcast). Tra i punti della legge delega più controversi, per la Cgil c’è l’articolo che riguarda la revisione degli ammortizzatori sociali: “Abbiamo subito lanciato l’allarme – aggiunge la sindacalista – presentando anche degli emendamenti unitari. Pensiamo, tra le altre cose, che il fatto che non si prevede nessun istituto e nessuno strumento per le imprese sotto i 15 dipendenti rischia, con la scomparsa della deroga, di creare un grande problema sociale”.

    Il problema della revisione degli ammortizzatori sta anche nel fatto che il governo ha annunciato che sarà una riforma a costo zero: “I risparmi sulla cassa integrazione ordinaria andranno a finanziare i contratti di solidarietà – dice Sorrentino –. E certo è positivo che sia stato introdotto un emendamento da parte del governo di rifinanziamento e di maggiore ricorso ai contratti di solidarietà espansivi. Rimane però il problema che se veramente si vuole estendere, a esempio l'Aspi, anche ai precari– da quello che leggiamo per adesso ci si limita ai collaboratori il che sicuramente è un primo segnale – solo questa misura vale circa un miliardo e mezzo, forse anche di più, che bisognerà trovare nella legge di stabilità. Ma da quello che leggiamo per adesso nelle previsioni di spesa aggiuntiva della legge di stabilità e di risparmi e tagli, il titolo rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e dell’estensione a una platea un po' più ampia di quella oggi che copre l'Aspi non c'è”.

    Altro tema centrale è quello delle politiche attive del lavoro: “Abbiamo un grande problema che è quello della ricollocazione dei lavoratori che fuoriescono dalla crisi e, soprattutto, del sostegno ai lavoratori discontinui; i lavoratori hanno bisogno di un grande processo di riqualificazione, di formazione, orientamento, bilancio delle competenze, presa in carico. E siccome si parla sempre di modello tedesco, vorrei ricordare che il nostro paese spende in tutto per le politiche attive circa 500 milioni di euro a fronte dei 5 miliardi che sono stati investiti in Germania e che nei nostri centri per l'impiego abbiamo in tutto circa 8600 persone, di cui 1.500 precari, mentre in Germania sono 110.000 i dipendenti pubblici che lavorano per l'agenzia del lavoro”.

    Non si può naturalmente prescindere dall’altro grande elemento di discussione, che riguarda l’articolo 18 e rispetto al quale una minoranza del Pd ha presentato un emendamento che prevede questo diritto per i neo assunti dopo tre anni.
    “La Cgil ha una sua idea su questo. – osserva Sorrentino – Noi pensiamo che la disciplina del licenziamento discriminatorio non può essere messa in discussione neanche in relazione al periodo che riguarda la tutele crescenti. Abbiamo anche dei dubbi sul licenziamento per motivi disciplinari. Per noi il lavoratore dovrebbe mantenere la doppia opzione tra il reintegro e l'indennizzo anche durante il periodo delle tutele crescenti”. Il punto delicato però è anche un altro, per la Cgil le 46 tipologie di lavoro esistenti e il decreto Poletti che liberalizza i contratti a termine per 36 mesi non rendono conveniente il ricorso al contratto a tutele crescenti: “Rischiamo insomma – chiosa la segretaria Cgil – di fare un'operazione che in realtà non fa pulizia nel mercato del lavoro e non riduce la precarietà”. E poi, ha concluso Sorrentino, “noi auspichiamo davvero che il Parlamento apra un dibattito che discuta di questo, che ci sia un confronto anche con le parti economiche e sociali. Se invece si dovesse procedere per decreto il sindacato certo non potrà stare fermo: c'è bisogno di una risposta all'altezza dell'attacco ai diritti e la Cgil, come ha dichiarato in queste ore, è pronta a farlo. Auspichiamo che questa risposta sia unitaria, ma se non dovesse esserci un percorso unitario la Cgil comunque andrà avanti da sola”.



martedì 10 giugno 2014

Rassegna stampa

"Il tema del rinnovo della parte economica del contratto merita di essere affrontato a partire dal prossimo anno". La questione sarà uno dei 45 punti della riforma della Pa, come emerge dal documento inviato dal ministero ai sindacati, in vista della riunione del 12. Il punto era stato indicato dalle sigle di categoria nella consultazione. 

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Fare ordine nei contratti di lavoro e semplificare. Per quanto riguarda infatti i nuovi contratti ne basterebbero quattro tipologie: part-time, apprendistato, tempo determinato con causale, tempo indeterminato a tutele crescenti. Così il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso ha invitato ''a fare ordine'' nei contratti nel corso di un dibattito organizzato questa mattina (10 giugno) a Milano dalla Fondazione Corriere della Sera con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. “Parlando delle regole del lavoro, bisogna chiedersi con quale finalità la regolamentazione del lavoro è stata costruita. La complessità che regna in Italia è figlia di un preciso blocco di potere – ha spiegato Camusso - noi sono anni che diciamo che bisogna smettere di fare leggi con funzione deregolatoria e pensare invece che la contrattazione risolve molti più problemi di quanti non producano le leggi”.


Di questa situazione di confusione, “un esempio lampante – ha continuato Camusso - è quello delle partite Iva, che in origine erano perfette per determinare e regolare il lavoro autonomo, mentre ora sono diventate una finzione, e servono solo per pagare meno tanti lavoratori. E nessuno sa più come uscirne. Vedo molte contraddizioni nel ragionamento del governo. La sua via con la quale si risponde a questa soluzione è di nuovo una moltiplicazione della legislazione. Il Jobs Act non fa altro che rendere più complessa la situazione”.

Per questo è necessario fare ordine e la linea su cui si sta muovendo il governo Renzi lascia aperti vari problemi. “La legge delega non diminuisce le forme del lavoro, ma prevede la moltiplicazione dei contratti più odiosi, come ad esempio il voucher - ha detto Camusso -. La delega non indica nessuna forma che si inizia a togliere, invece ne indica altre che si immettono. I contratti che regolano i rapporti di lavoro, in realtà, potrebbero essere cancellati quasi tutti”.

Per la CGIL è prioritario “ricostruire le tutele del lavoro, bisogna partire da questo presupposto. Perché le tutele nel corso del tempo sono venute meno, e il sistema non ne ha tratto alcun vantaggio. Il sistema, infatti, si è impoverito ed è diventato meno competitivo. Il contratto a tutele crescenti può risolvere alcuni problemi, ma le tutele vanno aumentate”.

giovedì 20 febbraio 2014

Rassegna stampa: contratto nazionale, italicu, piano del lavoro cgil

Le categorie della Funzione Pubblica di Cgil, Cisl e Uil chiedono l'apertura di una stagione contrattuale senza aggettivi. Potrebbe essere la sintesi delle linee guida presentate unitariamente dai sindacati di categoria. Perché di fronte al pluriennale blocco imposto ai salari delle lavoratrici e dei lavoratori delle pubbliche amministrazioni, il sindacato risponde con una piattaforma che non si ferma al solo contratto normativo, come previsto dal governo e dal ministro Gianpiero D'Alia. Non è possibile, sembrano dire i sindacati, una fuoriuscita da questa situazione di stallo che non comporti il recupero del maltolto e un rilancio delle retribuzioni. In questa fase, rischierebbe di essere vissuto come un palliativo. Ma non ci si può fermare solo al fattore economico e bisogna recuperare il filo della riforma del lavoro pubblico, mai realmente intrapreso.

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segretario Generale della CGIL in una intervista a 'il Mattino': "finora solo titoli. Ministri politici, basta tecnici"






Resta in un atteggiamento di attesa, Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, sul nuovo governo, Questione di contenuti «che ancora non si vedono», spiega, più che di simpatia o antipatia verso il premier incaricato Matteo Renzi. Ieri a Napoli per incontrare i lavoratori della sanità privata e quelli dell'Atitech a Capodichino, Camusso non appare incuriosita più di tanto dalla road map indicata dall'ormai ex sindaco di Firenze.



Una riforma al mese, ha promesso Renzi: cosa c'è che non la convince?

«Sono sempre stata convinta che in questo Paese si possano fare le cose in tempi brevi e certi. Ma mi colpisce il fatto che per ora abbiamo davanti a noi dei titoli, solo dei titoli. Ciò che il sindacato si aspetta, ora più che mai, è un programma, i tempi di realizzazione, gli interventi su cui si punta».



Renzi partirà dall'Italicum, poi il lavoro, la pubblica amministrazione e il fisco: ha dimenticato qualcosa?

«Il primo tema per la Cgil resta la disoccupazione giovanile e la creazione del lavoro, non un'ennesima riforma delle regole. Per questo abbiamo proposto l'introduzione della patrimoniale, la riduzione drastica delle tasse sul lavoro e sulle imprese, un grande piano per gli investimenti pubblici: tutti interventi che possono dare risposte concrete all'emergenza occupazione. Limitarsi ad aspettare solo gli investimenti dei privati come finora è stato fatto, non è una scelta saggia».



Il jobs act annunciato da Renzi non vi ha convinto ancora?

«Ripeto: il tema non è la riforma, l'ennesima, del mercato del lavoro. Occorrono ammortizzatori universali per sostenere le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso l'occupazione ma soprattutto servono scelte per la crescita e lo sviluppo».



Il finanziere Davide Serra, da sempre vicino a Renzi, dice che la tassazione delle rendite finanziarie e il taglio del cuneo fiscale sono necessari: non la pensate anche voi così?

«Serra proponeva di tagliare i salari e ora concorda con la Cgil che bisogna tassare le rendite finanziarie: un cambiamento che saluto positivamente. È giusto combattere i privilegi della rendita ma per un grande progetto sul lavoro servono risorse importanti come quelle che possono arrivare da una patrimoniale. Altrimenti si garantisce solo un po' di ossigeno allo Stato. A noi della Cgil in realtà preme molto la reintroduzione di un principio di uguaglianza che è stato smarrito dagli ultimi governi: una parte del Paese ha continuato ad arricchirsi, come emerge anche dalle ultime statistiche, e un'altra, ben più numerosa, si vede sempre più emarginata e in difficoltà. E questa è certamente una precisa responsabilità della politica».



Lei pensa che Renzi chiederà di incontrare anche i sindacati prima del giuramento del governo o farà a meno del loro parere?

«Non lo so. Abbiamo avuto esperienze in un senso o nell'altro. Dipende da come il presidente incaricato si regolerà».



Sorpresi anche voi dal cambio al vertice del governo?

«Non abbiamo mai fatto questione di formule e di presidenti ma di contenuti. Di risposte, cioè, che non sono venute anche dall'ultimo governo: si è parlato di grandi prospettive di cambiamento economico mentre in realtà abbiamo continuato a vedere la crescita della disoccupazione».



Oggi si mobilitano le partite Iva, le piccole imprese: che ne pensa?

«E la dimostrazione di una difficoltà forte. Il Paese ha discusso poco in questi mesi che per la crisi ci siamo giocati un quarto dell'apparato produttivo del Paese; ma dall'altro lato c'è anche molta delusione per il fatto che tanti provvedimenti annunciati non si sono tradotti in decreti».



Si riferisce al taglio del cuneo fiscale?

«Sì, perché la riduzione della tassazione sul lavoro e sulle imprese era e rimane indispensabile per far ripartire i consumi, l'occupazione e la crescita. Ma attenzione, non è che il sistema imprenditoriale può chiamarsi fuori dalle responsabilità della crisi: la storia che il piccolo è bello, la scelta della via finanziaria invece degli investimenti sono tutte parti di un sistema produttivo che si è assestato in una logica di riduzione dei costi e non certamente di sviluppo del Paese».



Il ministro dell'Economia, Saccomanni è nel mirino di molti: è giusto prendersela tanto con l'ex direttore generale di Bankitalia?

«Non rimprovero ad un singolo ministro ma agli ultimi governi di essersi fatti dettare la linea economica dalla Ragioneria generale dello Stato: una linea che di fatto ha impedito gli investimenti e non ha rimesso in moto un Paese in grave difficoltà come il nostro. Un Paese che senza investimenti pubblici difficilmente potrà tornare a crescere».



Meglio ministri di estrazione politica o tecnici, magari di gran nome?

«Non mi pare che in questi anni il ricorso ai tecnici abbia prodotto risultati significativi. Purtroppo uno dei danni di questa lunga stagione è di avere costruito un'idea della politica inutile e corrotta. E invece la politica è un mestiere serissimo perché è l'arte del governare, la garanzia della rappresentanza degli interessi. È utile che questa missione torni e si riaffermi anche nella coscienza collettiva».



Anche lei pensa che sull'agenda del nuovo governo continueranno a pesare i vincoli e le direttive dell'Ue, specie in materia economica?

«Quando la Cgil ha presentato la proposta di piano per il lavoro, abbiamo indicato anche le cose da fare rispetto all'Europa: se ad esempio il fiscal compact resta così com'è, rischiamo di ridurre a zero le possibilità di crescita. Un sistema fiscale che continua a non tassare chi ha tante case, per fare un esempio, aumenterà gli squilibri e le disuguaglianze del Paese. Detto questo, è anche vero che l'Europa spesso è diventata un alibi. Sui fondi strutturali, ad esempio, è difficile non essere d'accordo con Bruxelles che chiede di spenderli bene: ma questo chiama in causa i co-finanziamenti nazionali, ovvero la necessità di un intervento pubblico forte di cui l'Italia ha assolutamente bisogno».



Perché?

«Perché il mercato senza regole è fallito e ci ha portato alla crisi. Viene tanto citata come esempio la Germania ma veramente si pensa che in quel Paese abbiano fatto tutto gli imprenditori privati? O non dobbiamo piuttosto ammettere che nel rivendicare la riforma della Pubblica amministrazione ci siamo trovati di fronte solo alla logica dei tagli e non anche al miglioramento della qualità del lavoro e delle prestazioni? Prendiamo la sanità: la politica continua a mettere becco nella nomina dei direttori generali delle Asl, ma non dovrebbe prevalere piuttosto un'idea di servizio pubblico a tutti gli effetti?».

In Campania si sta cercando di ripianare il debito, il pubblico e in particolare la Regione si sono dati molto da fare...

«Non discuto ma intanto si va ancora avanti con la logica dei tagli, la logica che continua ad accreditare, ad esternalizzare. Non è una scelta casuale: noi spendiamo molto di più di quello che avremmo speso se si fosse investito nel settore pubblico».

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Il Piano del Lavoro della Cgil sintetizzato in 100 tweet, tutti accompagnati dall'hashtag #JobFact. E' questa l'iniziativa lanciata dal sindacato di Corso d'Italia sulla piattaforma di microblogging Twitter, così come su Facebook (nella pagina fan 'Congresso Cgil 2014' promossa dal profilo ufficiale della Cgil per accompagnare l'iter congressuale) dove i 100 tweet diventano status più 'corposi' ed esplicativi.




La crisi continua a bloccare il Paese e distruggere lavoro: la cassa integrazione non basta più a proteggere chi ha perso un impiego, un’intera generazione di giovani non ha mai conosciuto il lavoro, aumentano gli scoraggiati e i giovani che emigrano. Contro tutto questo occorre una nuova politica economica in Europa e in Italia. Gli ultimi governi si sono limitati a lanciare messaggi rassicuranti senza fare nulla.



E in questi giorni, in cui si sta costituendo un nuovo governo che dice di porre lo sviluppo e il lavoro al centro del suo programma, la Cgil per rilanciare il Piano del Lavoro, come strumento per avviare una crescita innovativa e creare lavoro di qualità, utilizzerà anche due potenti canali di comunicazione come Twitter e Facebook per sfruttare l'immediatezza e la diffusione garantita da questi due social network.



Ogni giorno, quindi, dai due profili 'social' di Corso d'Italia partiranno tweet e post sul Piano del Lavoro. A breve, inoltre, verrà aperto su rassegna.it un blog di approfondimento e di discussione, dove le interazioni, le domande, le osservazioni che arriveranno su Twitter e su Facebook riceveranno una risposta compiuta.








lunedì 12 agosto 2013

Rassegna Stampa




http://www.cgil.it/rassegnastampa/articolo.aspx?ID=10969  
Mentre la crisi politica è tornata ad avvitarsi su se stessa, sul fronte economico si è registrata una piccola schiarita, confermando le stime preliminari che avevano previsto un lieve miglioramento dal secondo trimestre di quest'anno. È troppo presto per dire che siamo fuori dal tunnel, perché sono migliorati soltanto alcuni indicatori e, nel complesso, il sistema economico del Paese continua a mostrare segni di grande difficoltà e ampie aree di disagio. Se non si può affermare che il peggio sia ormai alle spalle, è certo, invece, che bisognerebbe cogliere quest'opportunità senza incertezze, mettendo in campo politiche economiche che facciano leva proprio sul miglioramento di taluni parametri. Ma per farlo occorre un sistema politico forte, in grado di sostenere un'azione di governo incisiva, soprattutto agendo sugli elementi di maggiore fragilità del nostro sistema economico. Debolezze che rischiano, in un quadro più generale, di vanificare, o perlomeno indebolire, i miglioramenti registrati in alcuni ambiti. Servirebbe, per esempio, una riqualificazione della spesa pubblica, in modo da liberare risorse per ridurre la pressione fiscale sulle aziende e incoraggiare le assunzioni attraverso una sostanziale riduzione degli oneri sul costo del lavoro. Occorrono politiche dei redditi per dare ristoro alle famiglie e investimenti che riducano le aree del disagio e siano da stimolo alla domanda aggregata su tutto il territorio. Senza questi interventi non ci sarà una ripresa dell'intero sistema ma una "ripresina" debole e circoscritta ad alcuni ambiti e che, se non governata, rischierà di accentuare le fratture e le disuguaglianze sociali dando forma a una divisione in due dell'Italia: una di seria A dove l'uscita dalla crisi avverrà più rapidamente, e una di serie B dove la ripresa tarderà ad arrivare, con effetti pesantissimi sulla tenuta dell'intero "sistema Paese". Quanto sia alto questo rischio lo conferma il fatto che, nonostante il miglioramento di alcuni parametri macroeconomici, l'occupazione continua a calare e le previsioni stimano che l'onda d'urto della crisi continuerà a farsi sentire ancora a lungo frenando, inevitabilmente, la ripresa. Quello che dobbiamo attenderci è un miglioramento di alcuni indicatori economici (soprattutto in alcune aree geografiche come il nord e centronord) ma un peggioramento del tasso di occupazione (soprattutto nel Mezzogiorno) o perlomeno una sua sostanziale stabilità sui livelli attuali. È del tutto evidente che, se non cresce la massa di occupati e non si ricostruisce un ceto medio corposo, il Paese troverà con sempre maggiore difficoltà le risorse per finanziarsi e fare quegli investimenti che servono a stimolare la ripresa. Oltretutto, le "due Italie", avrebbero tra le proprie fila rispettivamente masse di occupati e di disoccupati, accentuando le differenze e le disuguaglianze sociali e territoriali. Il problema "occupazione" rappresenta, quindi, quello che presenta i maggiori rischi, molto più del debito pubblico. D'altronde, un'economia che soffre di un'insufficiente domanda aggregata ha bisogno di misure politiche per aumentare l'occupazione e i redditi attraverso azioni coordinate in modo da trasformare la spirale negativa, nella quale la disoccupazione e la stagnazione del reddito riducono la domanda e scoraggiano gli investimenti, in un volano positivo che stimoli la crescita. Se è vero che le previsioni per tutta l'Europa lasciano pensare che la ripresa, nell'immediato, non si accompagnerà a una sostanziale diminuzione del tasso di disoccupazione, ciò non deve farci adagiare sul "anche negli altri paesi è così", perché in Italia questa dinamica sta assumendo una dimensione endemica. Situazione per noi ulteriormente aggravata dal particolare tessuto imprenditoriale del nostro Paese, caratterizzato da un tessuto di imprese piccole e spesso piccolissime, che se in passato, in un quadro economico eccellente prova di se, ora soffrono la durata della crisi e non hanno più mezzi per andare avanti. La scarsa capitalizzazione del sistema imprenditoriale non consente, infatti, di sostenere a lungo gli shock economici, soprattutto quando questi sono accompagnati da poca (o nessuna) assistenza da parte del sistema creditizio. A pagarne il prezzo è il mondo del lavoro. Oltretutto, la dimensione medio- piccola delle imprese italiane, per diventare un driver dell'occupazione ha bisogno di un contesto favorevole dal punto di vista finanziario e giuridico. E nel nostro Paese sono venuti progressivamente a mancare sia l'uno che l'altro. Se i livelli di occupazione si sono mantenuti su livelli elevati, è grazie soprattutto alla nascita di nuove imprese del settore dei servizi. Il tema dell'occupazione soffre anche di un limite che si può definire di approccio. È, infatti, interpretato quasi esclusivamente dal punto di vista dell'offerta in relazione alla necessità di mantenere la competitività nel contesto della ripresa. Ciò è certamente importante, ma i problemi che l'Italia si trova ad affrontare si trovano anche sul versante della domanda. Per questo è altrettanto importante allineare alla crescita dell'occupazione l'evoluzione dei salari alle variazioni della produttività. Se permettere ai salari di crescere più velocemente rispetto alla produttività genera il rischio di perdite di competitività e conseguenti aggiustamenti gravosi, allo stesso modo una politica di compressione dei salari finalizzata all'aumento della competitività implica dei costi in termini di livelli più bassi di domanda effettiva e una variazione negativa delle quote salariali, con costi sociali particolarmente elevati. Porre al centro delle politiche economiche l'occupazione significa quindi incrociare anche il tema dei redditi, delle protezioni sociali e della riduzione delle disuguaglianze. Per questo è possibile uscire realmente dalla crisi soltanto percorrendo un cammino di riforme, fondato sul riconoscimento del valore del lavoro, dell'impresa e del sistema del welfare nell'economia del sistema Paese. Bisogna, cioè, superare la logica quantitativa della produzione, usando criteri di valutazione innovativi: non investire per produrre di più, ma per produrre meglio, riducendo gli sprechi e aumentando l'efficienza con cui si usano le materie prime, a cominciare dall'energia. C'è bisogno di "piani casa" per recuperare gli edifici già costruiti, anziché costruirne di nuovi; c'è bisogno di infrastrutture sociali, più scuole, più trasporti pubblici; di alimentare un'economia di prossimità e di filiere corte. Bisogna spostare il peso degli equilibri sociali dal mondo della produzione a quello del lavoro. Occorre assumere la salvaguardia e la qualificazione del Welfare come fattore di sviluppo e indicatore di qualità dello stesso, ridisegnando un ruolo attivo delle politiche pubbliche nel governo dell'economia. In buona sostanza, il nostro benessere e quello delle generazioni che verranno dipende dal modo nel quale riusciremo a uscire da questa crisi epocale.




Carlo Buttaroni



giovedì 8 agosto 2013

Recessione: per il Governo è finita


I dati ci vedono ancora in piena recessione, ma il governo ritiene che il ciclo sia arrivato alla conclusione e che vedremo la ripresa dopo l'estate. Ieri non solo il premier Enrico Letta ha detto che «siamo a un passo dall'uscita dalla crisi», ma addirittura il ministro dell'Economia Fabrizio Saccomannì ha preso di petto l'Istat, contestando le sue previsioni, tacciandole di «eccessivo pessimismo», e ha affermato che «la recessione è finita».
I numeri Istat, invece, sono inequivocabili: il secondo trimestre del 2013 è l'ottavo consecutivo in calo; ha segnato un -0,2% rispetto al primo trimestre, un -2% rispetto allo stesso periodo del 2012. La perdita di Pil acquisita per il 2013 è al momento al -1,7%.
Ad avviare però il mantra dell'ottimismo, come detto (e sospettabilmente per sostenere l'opportunità del proprio governo dì andare avanti dopo la bufera berlusconiana) è stato Letta: «I segnali ci sono tutti e indicano che siamo a un passo dal possibile. A un passo, cioè, dall'inversione di rotta e dall'uscita dalla crisi più drammatica e buia che le attuali generazioni abbiano mai vissuto». Come dire, fatemi continuare, datemi fiducia: «Il nostro impegno, a partire da oggi - ha concluso Letta - è quello di cogliere fino in fondo questi segnali positivi, di mettercela davvero tutta affinché il possibile diventi realtà, di proseguire nel percorso tracciato in questi primi 100 giorni. L'Italia può farcela». E non basta. In serata, al Tgl, dopo le parole dì Saccomanni, Letta ripete il suo must dell'ottimismo: «La caduta si arresta sono arrivati segnali importanti - dice - Oggi è importantissimo agganciare questa ripresa, bisogna cogliere le opportunità messe in campo dal governo. Gli strumenti ci sono». A sottolineare e indicare i segnali di ripresa (che il governo evidentemente vede al di là dei disastrosi dati Istat), è il ministro Saccomanni: «La recessione è finita? Credo di sì, credo che tra questo trimestre e il quarto l'economia entrerà ín ripresa, siamo nel punto di svolta del ciclo - ha spiegato il ministro - Ci sono dati che vanno tutti nella stessa direzione», ha aggiunto citando ad esempio quelli sulla fiducia dei consumatori e la ripresa della produzione industriale usciti nei giorni scorsi, e in effetti positivi. Ma non è tutto oro quello che luccica, e la vera uscita dalla recessione, quella che si traduce in qualcosa di concreto per le persone, la fine della crisi occupazionale, quella per il momento non la prevede neppure l'ottimista Saccomanni: «Per gli effetti sull'occupazione dovremo ancora aspettare», dice. Saccomanni ha poi fornito alcuni dati sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese: «Dei 20 miliardi di euro stanziati dal governo per il pagamento della prima tranche - ha spiegato - 17 sono stati erogati agli enti e, di questi, 5 miliardi alle imprese. Inoltre il governo sta continuando a monitorare e a mappare i debiti, che secondo la Banca d'Italia ammontano a 90 miliardi di euro, e per settembre si prevedono dati più dettagliati. Sulla ripresa è intervenuto anche Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria: «La ripartenza sarà molto debole e dipenderà soprattutto dal ioramento della situazione internazionale. Abbiamo bisogno di un intervento forte sulle riforme istituzionali, perché il paese con Io status quo non può agganciare la ripresa». Poi un assist evidente al governo Letta e alla sua continuazione di fatto: «Abbiamo bisogno di stabilità politica e di governo per portare avanti iniziative che vanno nella direzione giusta», ha detto Squinzi. Il governo Letta invece «deve cambiare passo» per la segretaria Cgil Susanna Camusso: »I primi provvedimenti dell'esecutivo non hanno un segno negativo ma con piccole cose non si fa una grande strada». Camusso ha poi auspicato una riforma della legge Fornero sulle pensioni (tutelare i giovani e modulare l'età di uscita sulle diverse professioni) e «l'estensione dei diritti base come la maternità ai precari». E infine ha detto: »Se si dovesse ritornare al voto, lo sí faccia su grandi temi come quello della redistribuzione del reddito».

Antonio Sciotto
http://www.cgil.it/rassegnastampa/articolo.aspx?ID=10948


lunedì 29 luglio 2013

Rassegna stampa

Li chiamano working poors, poveri che lavorano. Poveri nonostante abbiano un reddito mensile fisso. Una povertà nascosta sotto le mentite spoglie della normalità, per non darlo a vedere, per non essere considerati come tali. D'altronde, la crisi che stiamo vivendo genera nuove traiettorie d'impoverimento, modifica le forme del disagio sociale, sposta l'asse dalla marginalità alla vulnerabilità, vale a dire dall'idea di "povertà cronica" a quella di "processi d'impoverimento diffuso" in cui è coinvolta una moltitudine di persone cui il lavoro non assicura più i mezzi per una vita dignitosa e il sostentamento necessario. Ed ecco che quindi i workingpoors, definiti anche "poveri in giacca e cravatta", rappresentano una delle più drammatiche conseguenze del momento buio che stiamo vivendo: in altre parole, una zona grigia di nuove povertà. Forse la più rilevante, dal punto di vista economico e sociale, nel momento in cui rappresentano una povertà che ha radici non nella mancanza del lavoro, ma nel lavoro stesso che non è più in grado di garantire un reddito sufficiente per una vita senza stenti. Se, un tempo, la presenza di anche solo un membro portatore di reddito in famiglia era condizione sufficiente per non cadere in povertà, oggi, con le medesime condizioni, una famiglia è sotto la soglia di povertà. E questo vale per una famiglia su dieci che stenta ad arrivare alla fine del mese. Il fenomeno non ha "professione", ma ingloba quasi tutte le categorie: dal pubblico impiego alla piccola e media impresa, dall'edilizia all'artigianato, dal dipendente al lavoratore atipico, dai pensionati ai giovani in cerca di occupazione. Ed ecco che la gerarchia sociale introduce un nuovo tipo di classe, i cosiddetti "penultimi". Una grossa fetta di popolazione che ha perso speranza e coraggio, che non riesce più a puntare verso l'alto della piramide sociale, ma si sente risucchiata verso il basso e sfiora pericolosamente la soglia di povertà fino spesso a oltrepassarla, risultando così schiacciata verso l'indigenza. Un ceto medio che va scomparendo, quindi, portando alla destabilizzazione degli stabili, con una regressione nella scala sociale fino alla proletarizzazione. Guardandoli allo specchio, però, sono poveri che non sembrano poveri: perché hanno un lavoro, quasi sempre il cellulare e l'automobile, ma non hanno soldi a sufficienza per mangiare fino alla fine del mese, per mandare avanti la famiglia facendo fronte agli impegni quotidiani. Le storie sono tante. E diverse. Dipendenti con reddito fisso che hanno visto scemare il loro potere d'acquisto, anziani che percepiscono pensioni troppo basse, lavoratori precari o flessibili, donne separate con figli, famiglie numerose con più di tre figli, famiglie che collassano e crollano con il peggioramento delle condizioni socio-economiche, uomini separati che non hanno più casa e dormono in macchina, giovani con un titolo di studio medio o alto che non riescono a inserirsi in modo dignitoso nel mondo del lavoro e sono costretti ad accettare impieghi a termine e sottopagati, persone che all'improvviso perdono il lavoro di una vita o tutti i risparmi, persone colpite da gravi malattie invalidanti che le condannano all'emarginazione sociale. Non possono permettersi le vacanze, né curarsi adeguatamente. Sono 18 milioni gli italiani per i quali una spesa imprevista superiore agli 800 euro non sarebbe sopportabile. Cifre impressionanti. Per loro più che di nuove povertà, dovremmo parlare di povertà vecchie per persone nuove, con percorsi di caduta che accanto al tradizionale accumulo di eventi critici (disoccupazione, problemi di salute, disagio sociale, solitudine), se ne aggiungono di nuovi come l'intrappolamento nella precarietà. Forme di lavoro che non permettono alcun tipo di progetto o di percorso verso l'autonomia e che vedono sempre più giovani, donne e uomini maturi che non riescono comunque a far fronte agli impegni economici, né tanto meno riescono ad azzardare progettualità di alcun genere. Eppure spesso si tratta di soggetti che hanno quote elevate di capitale umano e che hanno acquisito significative competenze professionali e sociali data la loro lunga permanenza nel mercato del lavoro. Secondo l'Istat, gli italiani in condizioni di povertà relativa sono 9,6 milioni, un esercito cresciuto di 1,4 milioni d'individui in un solo anno. Tra il 2011 e il 2012 i nuclei familiari sono aumentati di 219mila unità, le famiglie povere di ben 450mila. Vale a dire che per ogni nuova famiglia che si forma, due scivolano verso l'indigenza. Ormai il 12,7% delle famiglie residenti nel nostro Paese vive in condizioni di povertà relativa. E se la difficolta' a trovare un'occupazione si associa a livelli di povertà certamente più elevati (ben il 35,6% delle famiglie con a capo una persona in cerca di lavoro vive in condizioni di povertà) non ne sono immuni quelle che un lavoro, invece, ce l'hanno, come le famiglie di operai, tra le quali l'incidenza della povertà è pari al 16,9%. Nel complesso, la condizione di povertà relativa riguarda il 10,8% degli occupati (era il 9,1% nel 2011) ed è cresciuta sia tra i lavoratori dipendenti (+1,9%) che tra gli autonomi (+1,1%) colpendo anche le fasce sociali affluenti del ceto medio, come dirigenti e impiegati (+2,1%). Tra il 2011 e il 2012 i segnali di peggioramento si rilevano in tutte le ripartizioni geografiche: l'incidenza di povertà e' passata dal 4,9% al 6,2% nel Nord, dal 6,4% al 7,1% nel Centro e dal 23,3% al 26,2% nel Mezzogiorno. In quest'area, in particolare, vive in condizioni di povertà il 32,3% delle famiglie di operai, il 24,1% di quelle con a capo un lavoratore dipendente e il 20,7% di quelle che hanno come persona di riferimento un lavoratore autonomo. L'Italia è il Paese che ha perduto più posizioni in Europa negli indicatori dello sviluppo economico e sociale e dove l'indice della popolazione a rischio di povertà propone gli scenari più inquietanti. I workingpoors rappresentano proprio il riflesso tremolante di un Paese fragile, ma che non ammette di esserlo

Carlo Buttaroni - Presidente Tecné








martedì 16 luglio 2013

Rassegna stampa

La sezione di controllo impone a Orlando misure drastiche. la replica: troveremo una soluzione. Allarme dei magistrati contabili per le spese del Comune su precari e partecipate: «Ha sforato i parametri»

La spesa per i precari è talmente alta da superare i limiti imposti da tutte le leggi nazionali ma sui conti pubblici pesano soprattutto le gestioni «senza controllo» delle principali società partecipate che rischiano di compromettere il bilancio del Comune di Palermo. La sezione di controllo della Corte dei conti, presieduta da Maurizio Graffeo, mette sul tappeto le emergenze frutto delle gestioni passate e impone all’amministrazione Orlando di provvedere. Il risultato saranno misure per nulla indolore visto che le manovre di risanamento e i tagli messi in atto finora sono «lungi dal costituire interventi strutturali e ben più modestamente riproducono divieti imposti da leggi nazionali». http://www.gds.it/gds/edizioni-locali/palermo/dettaglio/articolo/gdsid/274809/
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"Vorrei vivere in un Paese in cui non devo chiedere le dimissioni del vicepresidente del Senato perché si sarebbe già dimesso da solo". A dirlo, riferendosi al caso del ministro Kyenge insultata dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, è il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, durante un convegno a Milano contro la violenza sulle donne.
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"È indubbio che una parte consistente della violenza è anche nei luoghi di lavoro". A dirlo è il segretario della Cgil, Susanna Camusso, parlando della violenza sulle donne. Da parte sua, l'invito a ogni singolo militante a essere sempre più attivo contro le violenze nei confronti delle donne e la richiesta di "un po' di sentenze" su questi temi.
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D.L. Lavoro: contraddizione in termine;
 Da un lato si incentivano, giustamente, i rapporti di lavoro a tempo indeterminato e la stabilizzazione dei lavori precari, ma dall’altro si allargano di nuovo le maglie delle assunzioni temporanee, in particolare per i contratti a termine. Se poi si introducesse, come da varie parti si propone, la variante-Expo si verificherebbe un vero e proprio atteggiamento schizofrenico: per tre anni in nome della esposizione milanese i contratti a termine verrebbero totalmente liberalizzati, per giunta su tutto il territorio nazionale, con buona pace delle conclamate politiche di contrasto alla precarietà. Ma c’è un’altra norma del decreto che suscita forti perplessità. Mi riferisco a quanto previsto dal comma 4 dell’articolo 9 a proposito del noto articolo 8 della legge 148 del 2011. Si tratta della disposizione inopinatamente introdotta nel decreto legge di stabilizzazione finanziaria emanato nell’agosto 2011 dal governo Berlusconi in articulo mortis, poi convertito nella legge 148. Tale norma pretende di legittimare una sorta di aziendalizzazione anarchica del diritto del lavoro. Essa attribuisce infatti ai contratti aziendali e territoriali la facoltà di introdurre deroghe generalizzate sia ai contratti nazionali di categoria sia alle disposizioni di legge, in materia di licenziamenti, orari di lavoro, forme di assunzione, qualificazione dei rapporti di lavoro, partite Iva ecc. Ove questa norma si applicasse non esisterebbe più un diritto del lavoro fondato su un criterio, per quanto flessibile, di uniformità, ma una frammentazione regolativa di tipo situazionista, ispirata alla logica del «fai da te». Inutile dire che di una norma siffatta non c’è alcuna traccia negli ordinamenti dei Paesi civili, e che essa contrasta con una serie imponente di principi costituzionali e del diritto dell’Unione europea. Se ne trova traccia in un disegno di legge presentato a suo tempo al senato brasiliano, poi cassato a seguito del veto opposto dal presidente Lula. Tant’è che i sindacati fin qui l’hanno sostanzialmente sterilizzata: gli accordi interconfederali unitari del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013 sulle regole della rappresentanza hanno infatti riconfermato il carattere bipolare del sistema contrattuale e regolato le limitate potestà derogatorie della contrattazione aziendale rispetto alla contrattazione nazionale e non certo rispetto alle disposizioni di legge. Ciò è tanto vero che al momento della conversione del decreto agostano del 2011 la Camera dei deputati votò pressoché all’unanimità un ordine del giorno, proposto da Cesare Damiano, in cui si afferma che «le disposizioni dell’articolo 8 rappresentano un improprio intervento del governo sui temi del modello contrattuale e della rappresentatività sindacale, materie che non hanno alcun carattere di necessità ed urgenza e che non hanno motivo di essere trattate in un provvedimento di natura finanziaria come quello in esame» e che appare «estremamente grave, l’introduzione del principio della derogabilità di leggi e contratti collettivi nazionali da parte dei contratti aziendali, soprattutto laddove siano in gioco importanti e sostanziali diritti dei lavoratori». Talchè l’ordine del giorno si concludeva impegnando il governo «a valutare attentamente gli effetti applicativi dell’articolo 8, al fine di adottare ulteriori iniziative normative volte a rivedere quanto prima le disposizioni». In sede di conversione fu quindi introdotto un emendamento per così dire cautelativo: nel comma 2 dell’articolo 8 alla disposizione attributiva ai contratti aziendali e territoriali della facoltà derogatoria alla legge e ai contratti nazionali di lavoro fu infatti aggiunto l’inciso «fermo restando il rispetto della Costituzione nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali». Come se avesse senso in una legge ordinaria ipotizzare il contrario! Ora - e questo è il punto - lo strano governo in carica, che non si sa come chiamare (di eccezione? di servizio?) propone di aggiungere un ulteriore inciso «subordinatamente al loro (dei contratti) deposito presso la direzione del lavoro competente per territorio». L’emendamento è mosso certo da una buona intenzione: quella di introdurre un deterrente, di impedire il ricorso truffaldino ai contratti-pirata imponendo un obbligo di trasparenza. Ma come si sa di buone intenzioni sono lastricate… Infatti muovendo dalla volontà di fare emergere eventuali pratiche opache, si corre il ben più corposo rischio di legittimare implicitamente il ricorso al meccanismo della indiscriminata derogabilità a leggi e contratti nazionali. Accadde un fenomeno analogo quando la riforma Dini del 1995 introdusse la gestione separata e lo specifico prelievo contributivo per i collaboratori coordinati e continuativi. Anche in quel caso l’intenzione era buona: si trattava di fare emergere un fenomeno sommerso oltre che di fare cassa. La conseguenza fu tuttavia un’altra: la gestione separata presso l’Inps funzionò come un meccanismo implicito di legittimazione. Da quel momento infatti dilagò l’abuso del ricorso fraudolento ai co.co.co, a cui si sta ancora faticosamente cercando di rimediare. Meglio quindi lasciar perde. Una noma francamente indecente non può essere emendata: merita solo di essere cassata e cancellata definitivamente dall’ordinamento. ...




venerdì 12 luglio 2013

Rassegna stampa:

Le recenti stime della Banca dei Regolamenti Internazionali ci dicono che dal 2007 al 2012 il debito aggregato globale, comprendente non solo quello del settore pubblico degli Stati ma anche quello delle famiglie e delle imprese non finanziarie, è cresciuto del 20% in rapporto al Pil, cioè di ben 33 trilioni di dollari!


E’ cresciuto di circa il 40% negli Usa, di oltre il 50% in Francia e di circa il 65% nel Regno Unito. In Italia è aumentato del 25%. Pur se nel mezzo di un reale sviluppo economico, anche la Cina ha registrato una crescita di oltre il 50% del proprio debito aggregato in rapporto al Pil che, però, riguarda esclusivamente le famiglie e il settore delle imprese non finanziarie.



Sono dati che preoccupano per il loro potenziale destabilizzante. In Cina, anche se il rapporto debito pubblico/Pil è stabile, si teme per la tenuta dei mercati interni a causa degli andamenti di alcuni settori economici.



La Bri, nel suo rapporto annuale 2013, afferma a chiare lettere che si è perso tempo con le inconcludenti politiche finanziarie e monetarie attuate nei vari Paesi. I risultati sono stati a dir poco deludenti e non è stato messo a frutto il vantaggio temporale per realizzare i cambiamenti necessari. La famosa frase “whatever it takes” (tutto il necessario), usata da Bernanke e da Draghi per fronteggiare la più grande crisi finanziaria e bancaria della storia, conteneva soltanto l’illusione di una volontà di azioni e di soluzioni che in realtà non ci sono mai state.



Al contrario, l’effetto delle politiche di liquidità facile e dei bassissimi tassi di interesse è stato quello di rinviare ogni decisione importante, a partire dalle riforme del sistema finanziario globale, dal contenimento del deficit di bilancio e dalla riduzione del debito. Anzi molti hanno preferito aspettare una improbabile rivalutazione dei loro asset per mettere a posto le proprie situazioni patrimoniali devastate dalle perdite e dai buchi generati dalle speculazioni e dalla crisi. In questo contesto anche i bilanci delle banche centrali dei Paesi sia avanzati che emergenti sono passati dai 10,4 trilioni di dollari del 2007 ai 20,5 trilioni attuali, pari al 25% del Pil mondiale.



Perciò la Bri sostiene che la politica degli stimoli all’economia da parte della banche centrali è finita e che una sua possibile continuazione rappresenterebbe un pericolo per l’economia. Per la Banca di Basilea perciò si aprirebbe una fase molto difficile di riequilibrio del tasso di interesse con rischi di instabilità finanziaria non indifferenti. Per esempio, un aumento del tasso del 3% negli Usa comporterebbe una perdita di valore di 1 trilione di dollari, pari al 7% del Pil, per i detentori di bond del Tesoro. Per i detentori di obbligazioni della Francia, del Giappone, dell’Italia e del Regno Unito la variazione di valore del debito sarebbe molto più pesante, tra il 15 e il 35% del Pil dei rispettivi Paesi.



Pur non augurandosi una tale situazione, la Bri ricorda quanto accadde nel 1994 quando il tasso di interesse crebbe velocemente del 2%. Un simile evento oggi creerebbe gravi problemi di stabilità per l’intero sistema. I rimedi della Bri alle politiche finanziarie e monetarie fallimentari comunque non ci convincono e rischiano di aggravare la situazione. Essa individua nella rigidità del mercato del lavoro e dei prodotti la causa principale della mancata ripresa e sollecita di conseguenza i governi a riformare questi mercati e a ridurre anche le spese pensionistiche e del welfare. Noi riteniamo che sia irresponsabile continuare scaricare le responsabilità ed il peso della crisi e della mancata ripresa sul mondo del lavoro e dell’impresa e sui pensionati. Anche una deregulation tout court nel mercato del lavoro e nella commercializzazione dei prodotti e dei servizi sarebbe deleteria.



Proporre una simile medicina non aiuterebbe il malato ma aggraverebbe la crisi sociale, occupazionale ed imprenditoriale.