
da www.siciliainformazioni.it
Il ministro della Giustizia, Severino, e il Procuratore generale antimafia, Piero Grasso, hanno recentemente affermato che il codice antimafia vigente può essere rivisto e che anche alcuni tabù, come la certificazione antimafia, che burocratizza in modo deleterio l’attività delle imprese. Fino a qualche giorno fa sarebbe stato oltremodo audace e, per certi versi, rischioso mettersi di traverso sul certificato antimafia. Si può essere sospettati di contiguità, collusione o intelligenza con il crimine.
Tolto di mezzo questo tabù, è possibile fare altro?
Probabilmente sì, visto che si tratta di una questione “esterna” al rapporto con i clan, ma interna alla pubblica amministrazione.
Non sono in molti, infatti, a conoscere come stanno le cose grazie al codice antimafia, al riguardo dei beni confiscati alla mafia. Accanto ai problemi molto dibattuti, come i tempi del processo e le modalità di acquisizione dei beni, ce ne sono altri che interessano da vicino la Regione siciliana e gli enti territoriali.
Nell’Isola sono ubicati il 45 per cento degli immobili confiscati alla mafia, ma la Regione siciliana, e con essa le amministrazioni locali, non contano un tubo quando c’è da utilizzare il bene confiscato.
Perché?
Il pregiudizio di affidabilità non c’entra, anche se tutto fa pensare che possa averci messo lo zampino. La Regione e gli enti locali stanno in coda nell’elenco degli enti beneficiari degli immobili sequestrati. Solo nel caso in cui le amministrazioni statali e l’Agenzia per i beni confiscati non ne chiedono l’uso, la Regione siciliana o il Comune, la Provincia, può concorrere e fare istanza per ottenere l’utilizzo dell’immobile.
Quale sia la ratio di queste priorità non è riuscito a spiegarcelo nessuno. Il risultato è che la Sicilia in questo modo viene penalizzata due volte: la prima, perché subisce la mafia, il bene è stato ottenuto dalla cosca a causa di comportamenti illeciti, con la conseguente distorsione del mercato, impoverimento della parte lesa ecc; la seconda, a causa dell’attribuzione allo Stato del ricavato della vendita dell’immobile “siciliano” tolto alla famiglia di mafia.
E non è finita: la Regione siciliana paga l’affitto allo Stato per l’uso di beni sequestrati alla mafia e trasferiti al patrimonio dello Stato. “E’ auspicabile,ha affermato di recente l’assessore all’economia, Gaetano Armao, che le Regioni che utilizzano gli immobili confiscati assegnati al demanio dello Stato (anche se appartenenti a società oggetto del provvedimento di confisca), siano sgravate dei costi che in atto sostengono, com’è il caso dei costi ingenti per gli affitti a fini pubblici dei predetti immobili, che in atto gravano pesantemente sull’erario regionale. La sola Regione siciliana spende oltre sei milioni di euro l’anno”.
L’assessore, in verità, ha evidenziato anche “l’incompatibilità delle previsioni del c.d. Codice antimafia con l’art. 33 dello Statuto che assegna alla Regione i beni appartenenti allo Stato e da esso non direttamente utilizzati”.
La Conferenza delle Regioni, al termine della relazione, ha richiesto audizione alle Commissioni parlamentari per proporre le modifiche al testo governativo. “Nell’attuale formulazione del c.d. Codice antimafia (artt. 55 e segg.) le Regioni e gli altri enti territoriali sono posti soltanto alla fine dell’elenco dei soggetti beneficiari dei beni confiscati, in termini residuali e, pertanto, inaccettabili”, ha osservato Armao: “la scelta del Governo nazionale sembra individuare Regioni ed enti territoriali come soggetti ai quali i beni possono essere conferiti in via sostanzialmente marginale, solo dopo che le amministrazioni statali e l’Agenzia per i beni confiscati non ne richiedano l’assegnazione. Altro aspetto significativo riguarda il mancato coinvolgimento delle Regioni nella individuazione degli enti territoriali locali. In particolare questa scelta può provocare ritardi nell’adozione delle procedure e difficoltà gestionali”.
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