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venerdì 8 luglio 2016

Area Scuola - 19/7/16 concertazione

 
Concertazione Ara Scuola martedì 19 luglio 2016 Sala delle carrozze di Villa Niscemi
 ore 15.30 calendario asili nido
 ore 17.00 calendario scuole dell'infanzia

Licenziamento disciplinare - circolare esplicativa

Decreto Legislativo 20 giugno 2016, n. 116, pubblicato in G.U. n. 149 del 28-06-2016.
Modifiche all'articolo 5-quater del D.Lgs 30/3/2001 n°165, ai sensi dell'art.17 comma 1, lettera s, della L.7/8/15 n°124, in materia di licenziamento disciplinare
 
la circolare esplicativa del Segretario Generale prot. n. 1075987/USG del 05/07/2016





 
 
 

martedì 5 luglio 2016

Pensione, opzione Donna

 
 Per la richiesta della pensione anticipata nel 2015 erano necessari 42 anni e sei mesi per i lavoratori e 41 anni e sei mesi per le lavoratrici. A partire dal 2016, tali requisiti sono aumentati di quattro mesi sia per gli uomini che per le donne.
PROROGATA OPZIONE DONNA: IL QUADRO RIASSUNTIVO SU CHI NE AVRA’ DIRITTO NEL 2016
E’ stata prorogata la cosiddetta ‘Opzione Donna’ che è la possibilità offerta alle lavoratrici donne di andare in pensione prima, cioè con almeno 35 anni di contributi e un’età non inferiore a 57 anni e 3 mesi se dipendenti sia del settore pubblico che privato e 58 anni e 3 mesi se lavoratrici autonome optando per il calcolo contributivo della pensione (è stata estesa alle lavoratrici in possesso dei requisiti entro il 31 dicembre 2015).
Una volta acquisito il diritto, la domanda può essere presentata anche quest’anno 2016 e probabilmente la misura, se ci saranno le risorse, potrà essere prorogata ulteriormente. In realtà era stata introdotta dalla riforma Maroni nel 2004 e prevedeva per le donne appartenenti al così detto regime ‘misto’ sia retributivo che contributivo, di continuare ad avere il diritto all’ex pensione di anzianità (35 anni di contributi ed età non inferiore a 57 anni se dipendenti e 58 se autonome con la condizione di optare per il criterio esclusivamente ‘contributivo’, in pratica le viene chiesto di rinunciare alla quota di pensione’retributiva’).
Riassumendo:
– Quali sono i requisiti richiesti di età per l’Opzione donna?
1) Età minima 57 anni e 3 mesi per le dipendenti (sia pubblico che privato);
2) 58 anni e 3 mesi per le autonome.
– Quando si devono maturare i requisiti?
La maturazione dei requisiti deve essere 31 dicembre 2015 per tutte le lavoratrici.
– Come funzionano liquidazione e cosiddetto effetto Finestra?
La liquidazione della pensione e il cosiddetto Effetto Finestra: per le lavoratrici dipendentidel privato dal 13esimo mese successivo a quello di maturazione dei requisiti; dal giorno successivo a quello di maturazione dei requisiti + 12 mesi per le dipendenti del settore pubblico; dal 19esimo mese successivo a quello di maturazione dei requisiti.
L’effetto ‘finestra’ aveva fatto sfumare l’opportunità di anticipare l’uscita dal lavoro che alcune donne lavoratrici avevano sperato soprattutto dopo la riforma Fornero che ha elevato i requisiti sia di età che di contributi, soprattutto perché le donne che avevano maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2015 ma non la decorrenza della pensione per via della ‘finestra’; l’Inps quindi con messaggio del 2 dicembre 2014 aveva consentito la presentazione delle domande anche a coloro le quali non avevano raggiunto la decorrenza della pensione per via della ‘finestra’, tali domande erano però tenute in considerazione ma temporaneamente ‘sospese’.
Pertanto la legge di Stabilità 2016  ha dato finalmente corpo alla riforma Maroni con il comma 281. E’ sufficiente far valere i predetti requisiti entro il 31/12/2015 per rientrare nell’opzione donna e andare in pensione ricevendo una pensione calcolata con il sistema contributivo e liquidata, una volta decorsa la ‘finestra’, anche nel 2016 o 2017: dal 1° giorno del mese successivo a quello di maturazione dei requisiti + 12 mesi di finestra per le lavoratrici del settore privato; dal giorno successivo a quello di maturazione dei requisiti + 12 mesi di finestra alle dipendenti pubbliche; dal 1° giorno del mese successivo a quello di maturazione dei requisiti + 18 mesi per la finestra per le lavoratrici autonome.
ANDARE IN PENSIONE PRIMA: COSA CAMBIA CON IL CALCOLO CONTRIBUTIVO?
Il calcolo contributivo della pensione però è comunque meno vantaggioso di quello retributivo, si stima una perdita di circa il 20-25% però, considerando che una volta si poteva andare in pensione a 60 anni, mentre adesso a + di 65, si sfrutta la possibilità di andare in pensione 3 mesi dopo i 57 anni.

venerdì 1 luglio 2016

Pa: Sorrentino (Fp Cgil), pronti a rinnovo contratti, nostre proposte innovative

“Il merito ce lo abbiamo presidente Renzi e siamo pronti, con proposte più innovative di quelle che sentiamo circolare perché il nostro obiettivo è un contratto per valorizzare il lavoro pubblico e migliorare i servizi ai cittadini”. Così la segretaria generale della Fp Cgil, Serena Sorrentino, in merito alle affermazioni del premier Matteo Renzi sul rinnovo dei contratti pubblici al #MatteoRisponde.

Per la dirigente sindacale “è un bene che Renzi ammetta che le risorse stanziate siano poche ma dimostri di essere coerente nella prossima legge di Stabilità altrimenti siamo, come sempre, agli annunci”. Inoltre, prosegue Sorrentino, “sommessamente continuiamo a ricordare al premier che il contratto è un diritto e non una concessione, quindi non è tollerabile che continui a dire che il governo è disponibile a 'rivedere il blocco dei contratti'. Per questo - conclude - attendiamo la convocazione annunciata dalla ministra Madia, ancora non pervenuta dopo gli impegni assunti”.

martedì 28 giugno 2016

30/6/16 sciopero regionale precari


Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl invitano tutti i lavoratori precari delle pubbliche amministrazioni siciliane (enti locali, Regione ed enti regionali, sanità) ed i lavoratori delle ex Province a scendere in piazza il 30 giugno a sostegno della piattaforma sindacale unitaria, condivisa nel protocollo del 16 luglio 2015 con l'Anci Sicilia e le altre organizzazioni autonome, per la stabilizzazione definitiva del precariato. Insieme a questo, sosteniamo la lotta dei lavoratori delle ex province per le salvaguardie occupazionali e per ottenere i trasferimenti delle risorse necessarie a garantire stipendi e servizi. 
I tre punti cardine della piattaforma per il precariato rappresentano l'unica strada percorribile, secondo il sindacato, per realizzare un'autentica stabilizzazione dei lavoratori nelle dotazioni organiche degli enti: superamento del regime delle proroghe avviando i processi di stabilizzazione nelle dotazioni organiche; storicizzazione delle risorse da parte della Regione in favore degli Enti; superamento dei vincoli assunzionali e finanziari da parte dello Stato.
I governi nazionale e regionali devono, senza ulteriore indugio, dare adeguate risposte alla nostra piattaforma che vadano nella direzione di quanto in essa vi è indicato, anziché continuare a perseguire soluzioni transitorie e parziali o, peggio ancora, che finiscano con il precarizzare ulteriormente i rapporti di lavoro e, più in generale, il servizio pubblico nel nostro Paese. 
D'altro canto, già altri apparati dello Stato hanno derogato alle norme generali sull'accesso per stabilizzare i precari, così come in altre Regioni sono state approvate norme non impugnate dal Consiglio dei Ministri che consentono l'accesso riservato ai precari per le stabilizzazioni. Per i lavoratori che ormai costituiscono l'asse portante di molti servizi non esiste altra strada che la stabilizzazione nelle dotazioni organiche degli enti.
Il governo nazionale, inoltre, rimanda ancora la decisione sul trasferimento dei 500 milioni per consentire alla Sicilia di chiudere i bilanci e per rendere strutturali a partire dal 2017 il miliardo e quattrocento milioni che la Regione ancora avanza per finanziare i servizi a tutti i livelli territoriali. Questa partita si deve chiudere al più presto con il definito riconoscimento di quanto dovuto.
Ma anche la Regione ha le sue responsabilità e negli ultimi tre anni, nonostante la determinata e costante pressione del sindacato, si è resa colpevole di notevoli passi indietro approvando norme sempre peggiorative che non solo non consentono le stabilizzazioni, ma finiscono con il togliere definitivamente le risorse agli enti locali. 
È ora che la politica nel suo complesso si assuma tutte le sue responsabilità e prevalga sui tecnicismi per superare i vincoli esistenti che, anziché essere rimossi, aumentano. Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl sono impegnate in questi giorni per la piena riuscita della mobilitazione del 30 che vedrà la partecipazione dei lavoratori massiccia e determinata, e che si concluderà solo quando otterremo risposte certe sugli impegni che il governo regionale e l'ARS devono assumere in merito ai contenuti della nostra piattaforma.

venerdì 17 giugno 2016

Sentenza stabilizzazione Comune di Pistoia - personale precario

un'importante sentenza sul riconoscimento del processo di stabilizzazione presso il Comune di Pistoia frutto dell'iniziativa della nostra Federazione territoriale.
Il Giudice ha condannato all'assunzione a tempo indeterminato una lavoratrice precaria che nel 2007 era stata esclusa dalla stabilizzazione perchè il Comune non aveva conteggiato il periodo di astensione obbligatoria per maternità.

giovedì 16 giugno 2016

Norme anti assenteisti


fonte: http://www.repubblica.it/economia/2016/06/15/news/furbetti_del_cartellino_tempi_certi_per_il_licenziamento-142052092/?ref=HRER3-1
Quarantotto ore per essere sospeso. Due settimane per difendersi. Altre due per essere sbattuto fuori. Tempi duri (e stretti) per chi è beccato in flagrante a timbrare il cartellino per sé (o per altri) e poi va in palestra, a fare shopping, torna a letto oppure corre al secondo lavoro. Il decreto attuativo della riforma Madia (presentato a gennaio e da stasera legge dello Stato) fissa un tempo certo - 30 giorni - per decidere la sorte del dipendente pubblico furbetto. I correttivi al testo finale - che recepisce le sollecitazioni di Parlamento e Consiglio di Stato - blindano la tempistica dell'iter disciplinare fin qui molto lasco. "Per i furbetti del cartellino è finita la pacchia", è "un provvedimento cattivo ma giusto" ha detto il premier Matteo Renzi al termine del Consiglio dei ministri: "D'ora in poi si va a casa".

Sospensione sprint, ma assegno alimentare. Il dipendente colto sul fatto viene sospeso dal dirigente entro 48 ore. Resta senza stipendio, ma gli viene riconosciuto un "assegno alimentare", pari a metà del salario base. Il dirigente deve inviare gli atti - "contestualmente" alla sospensione - all'ufficio per i procedimenti e così avvia l'azione disciplinare. 

Formula 15+15. L'iter si apre e chiude in un mese. Il conto alla rovescia parte dal momento in cui il (presunto) "fannullone" viene messo al corrente.  Da quell'istante il lavoratore ha 15 giorni per preparare la difesa (è convocato con preavviso). Gli altri 15 giorni sono dedicati al completamento dell'istruttoria. L'unica eventualità di allungamento dei tempi è legata al caso in cui il dipendente non sia reperibile: per avvertirlo occorre spedire una raccomandata e passa al massimo un altro mese (sempre meno dei 120 giorni previsti oggi).

Sanzione del dirigente. Rispetto al testo iniziale del governo, viene eliminato ogni automatismo di responsabilità penale per il dirigente. Se però questo fa finta di non vedere, si volta dall'altra parte e non fa partire subito il procedimento disciplinare può essere licenziato (oggi al massimo c'è la sospensione) e rischia il reato penale (dunque il carcere da sei mesi a due anni per omissione di atti d'ufficio, rischio teorico con la sospensione condizionale della pena), ma decide il giudice, non c'è più un collegamento diretto. 

Danni d'immagine. Il furbetto licenziato rischia di pagare allo Stato i danni di immagine, pari ad almeno sei mesi di stipendio (così nel testo originale). Ma il giudice deve decidere "anche in relazione alla rilevanza del fatto per i mezzi di informazione". Più se ne parla - in tv, radio, social, rete e giornali - più alta sarà la multa. 

Ulteriore stretta. E non finisce qui. Il ministero della Pubblica amministrazione è a lavoro sul Testo unico del pubblico impiego che renderà più facili i licenziamenti per tutti coloro che vengono sorpresi con le mani nel sacco (assenteisti, ma anche chi ruba o si macchia di peculato).

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fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/06/15/ok-ai-decreti-sulla-puibblica-amministrazoine.-renzi-i-furbetti-saranno-stangati_633a79cb-eda9-4d17-a511-7ab5b69108a5.html
"Per chi viene beccato a timbrare il cartellino e andarsene la pacchia è finita", è infatti legge il decreto sui licenziamenti "cattivi ma giusti" per i cosiddetti furbetti. Parole ferme quelle con cui il premier Matteo Renzi annuncia l'approvazione definitiva in Consiglio dei ministri delle nuove regole per sanzionare chi "truffa lo Stato". Una lunga lista di esempi, Sanremo il più clamoroso e Casera l'ultimo, hanno preceduto il sì al provvedimento che è destinato a fare scuola e avere ricadute anche su tutte le altre condotte illecite. La filosofia che sta dietro al provvedimento è così riassunta da Renzi: "Se mi freghi ti stango, se lavori bene premio il tuo lavoro". Gli ultimi ritocchi hanno rafforzato l'efficacia della misura, dopo 48 ore la sospensione e entro 30 si chiude, stabilendo che "un vizio formale" non può bloccare il licenziamento, spiega la ministra della P.a. Marianna Madia, che ha siglato il provvedimento. Insomma per i furbetti la possibilità di impugnare l'espulsione e ottenere la reintegra viene ridotta. D'altra parte nel privato l'operazione è stata ampia e generalizzata, come è noto la salvaguardia dell'articolo 18 è stata di molto circoscritta con la Fornero prima e il Jobs act dopo. Ora se nel pubblico la tutela dello Statuto dei lavoratori resta (la pronuncia della Cassazione in materia è giusto di qualche giorno fa) vengono però messi dei paletti al 'ricorso facile'. 

Sul punto Madia è chiara: "Nel pubblico le norme sulle sanzioni devono essere più rigide che nel privato, per motivi etici, e nel Testo Unico sul pubblico impiego continueremo il lavoro sui procedimenti disciplinari per cancellare le aberrazioni", basta un cavillo e si viene riammessi. Quindi le novità potrebbero essere estese anche ad altri comportamenti fraudolenti, colpendo non solo gli assenteisti ma anche, ad esempio, chi ruba. E sugli effetti della stretta non ha dubbi il sottosegretario alla P.A. Angelo Rughetti, viene "introdotta una norma che restringe il contenzioso e l'impugnativa". E le reazioni non si fanno aspettare, per il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto "l'ansia del governo di assecondare la pancia della piazza si traduce in provvedimenti raffazzonati, sbagliati, vere e proprie follie", come "il mancato annullamento del licenziamento anche in presenza di violazioni dei termini del procedimento, salvo che non risulti 'irrimediabilmente compromesso' il diritto di difesa". Le novità per gli statali però non finiscono qui, il Cdm ha dato anche l'ok all'accordo che riduce i comparti nel pubblico impiego, da undici a quattro. "Viene data speranza ai dipendenti pubblici", sottolinea Renzi, il passaggio sui settori, continua, "è condizione necessaria e sufficiente a riaprire una strada di dialogo per il rinnovo del contratto che è per noi un obbligo ma anche un impegno che prendiamo". Certo, ammette il premier, la cifra dello stanziamento per il rinnovo "dovrà essere valutata perché le richieste saranno superiori" e anche "i tempi saranno non semplicissimi". Un'apertura però c'è e arriva anche il plauso della Uil, tra i sindacati più battaglieri sul fronte P.a. Quanto alla flessibilità in uscita anche per i travet, con pensionamenti anticipati, il premier non si sbilancia: "Tutto è allo studio", comunque "il ragionamento dell'Ape è articolato sia sulla parte pubblica che privata". La faccia della Pubblica Amministrazione cambia anche per le imprese, grazie alla Scia Unica, definita dal presidente del Consiglio una "rivoluzione" e alla Conferenza dei servizi, dove lo Stato parlerà con "una voce sola". Arrivano poi, ma qui siamo ancora all'esame preliminare, le istruzioni per l'uso per chi vuole aprire un negozio o alzare un muretto. Il Governo ha stilato un Codice che mappa oltre 300 procedure. Anche in questo caso l'obiettivo è rendere la macchina pubblica più semplice ed efficiente.
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LA RIFORMA Madia rievoca il volto, pardon, le mutande del vigile che a Sanremo firmava il cartellino senza nemmeno fare la fatica di vestirsi. Lui è stato arrestato e ora fa l’aggiustatutto. I suoi epigoni, e in Italia sono tanti, rischiano di fare la stessa fine in tempi molto stretti. Il consiglio dei ministri ha approvato quattro decreti attuativi della riforma sulla Pubblica amministrazione varata a gennaio, tra cui spicca quello sui licenziamenti lampo per i dipendenti pubblici che vengono colti in flagrante a timbrare l’entrata (per sé o per altri) per poi precipitarsi in palestra, a fare la spesa, a coltivare l’orto. «In soldoni accade che chi viene beccato a timbrare il cartellino e ad andarsene vede finire la pacchia». Per il ministro della Pa, Marianna Madia, si tratta di «norme cattive ma giuste».
L’ULTIMA STESURA del decreto contiene alcuni ritocchi che tengono conto del dibattito svoltosi in Parlamento e dei rilievi del Consiglio di Stato. Ma la sostanza non cambia: chi è sospettato di essere un fannullone verrà sospeso in 48 ore, avrà due settimane per difendersi e altre due per essere sbattuto fuori. In attesa del verdetto il dipendente rimarrà senza stipendio, ma potrà contare su un ‘assegno alimentare’ equivalente alla metà del salario base. Tempi stretti, dunque, e blindati: due giorni per applicare la sospensione cautelare con ‘contestuale’ contestazione dell’addebito, 30 giorni (finora erano 120) per arrivare al licenziamento. Il dipendente sarà convocato per il contraddittorio con 15 giorni di preavviso. Gli altri 15 serviranno a completare l’istruttoria. Rischiano forte anche i dirigenti: «Per chi si gira dall’altra parte è previsto il licenziamento come sanzione definita», spiega Marianna Madia. Finora si rischiava solo la sospensione. Il licenziamento non è invece automatico quando si tratta di omissione d’atti d’ufficio. In questo caso per chi non ha fatto partire subito il procedimento disciplinare è prevista la segnalazione all’autorità giudiziaria. È il giudice che deve valutare se ci sono gli estremi per contestare il reato di omissione degli atti d’ufficio, che ha una rilevanza penale. Sui licenziamenti, ha sottolineato la Madia «ci sono norme più rigide che nel privato».
DIVENTANO LEGGE anche la Scia Unica (Segnalazione certificata di inizio attività), la Scia2 (un codice che detta le istruzioni per l’uso) e la Conferenza dei servizi. Tutte norme che si pongono l’obiettivo di garantire tempi e procedure certe nella definizione delle autorizzazioni. La Scia si potrà presentare anche in via telematica con un unico modulo che verrà pubblicato sul sito della Pa, valido in tutto il Paese.
Sulla segnalazione certificata, che serve a far partire una serie di attività soprattutto legate all’edilizia, il testo finale precisa che gli enti locali non potranno effettuare richieste ulteriori rispetto a quelle del modello standard, per assicurare che la procedura telematica scritta nella riforma sia davvero la strada unica chiesta dall’amministrazione pubblica. Entro 30 giorni la Pa dovrà dare il via libera anche con silenzio assenso. Riduzione dei tempi anche per la nuova Conferenza di servizi, che si riunirà in via telematica: «Finora poteva durare otto o nove anni, ora potrà andare avanti per massimo cinque mesi», ha spiegato la ministra della Funzione pubblica. «Più volte – ricorda Renzi – ho definito la Conferenza dei servizi una terapia di gruppo. Ora tutto è più semplice e c’è certezza sui tempi».

mercoledì 15 giugno 2016

Turnazioni Coll. Prof.le ai Servizi Culturali - incontro 20/6/16



Piano di mobilità - le proposte dell'A.C.



30/6/16 manifestazione regionale unitaria Amministratori e lavoratori EE.LL. - nota ANCISICILIA


CgilFP, in DL EE.LL. misure per assunzione personale

 “Tutelare e rilanciare i servizi offerti ai cittadini dagli enti locali attraverso un intervento urgente che garantisca l'assunzione di personale e che permetta deroghe alle sanzioni riferite al personale per quei comuni e quelle province che hanno violato i vincoli finanziari”. A chiederlo è la Fp Cgil Nazionale che, dopo l'allarme lanciato oggi dall'Anci, chiede al governo “di intervenire, con il decreto Enti locali di prossima emanazione, per affrontare le difficoltà che attraversano gli enti locali nell'erogazione di servizi ai cittadini”.

Servizi che, spiega il sindacato dei lavoratori dei servizi pubblici della Cgil, “versano in uno stato drammatico, a partire dalle scuole passando all'assistenza per arrivare alla polizia locale, e che impongono l'adozione di misure specifiche sul fronte dell'assunzione di personale e su quello della spesa”. Secondo la Fp Cgil, infatti, “i pesanti limiti imposti agli enti, dal turn over alla gestione delle finanze, hanno paralizzato l'azione degli stessi, con riflessi pesanti sui lavoratori e sulla qualità dei servizi offerti ai cittadini”. 

“Il blocco del turn over, la creazione di vaste sacche di precariato, insieme ai limiti finanziari che hanno ingessato la contrattazione integrativa e le sanzioni ai lavoratori per gli enti che hanno violato i vincoli finanziari  - afferma la Fp Cgil - hanno bisogno di una azione normativa risolutiva, attraverso il prossimo decreto Enti locali. Un provvedimento che dovrà dare risposte, a partire dall'assunzione di personale, così come sul tema della mobilità del personale soprannumerario delle Province. Il solo modo per dare risposte ai lavoratori e per tutelare e rilanciare la qualità dei servizi ai cittadini”, conclude.

lunedì 13 giugno 2016

Comunicato rinvio delegaz.trattante

La prevista chiusura della concertazione per il piano di mobilità e la prosecuzione del tavolo tecnico per la P.M. è rinviata al 20/06/2016, stesso luogo e orario

venerdì 10 giugno 2016

Cassazione art.18 vale ancora per la PA - rassegna stampa

Il Fatto Quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/09/jobs-act-cassazione-da-ragione-al-governo-per-i-dipendenti-pubblici-valgono-ancora-le-tutele-dellarticolo-18/2812860/
Sull’articolo 18 si è creata “una disuguaglianza insostenibiletra pubblico e privato”. E ora per fare chiarezza è indispensabile un intervento delle Sezioni unite della Cassazione o un intervento legislativo ad hoc. Così Aldo Bottini, presidente degli Avvocati giuslavoristi italiani, commenta la sentenza depositata giovedì dalla sezione Lavoro della Suprema Corte, che ha sancito che l’abolizione delle tutele previste dallo Statuto dei lavoratori non riguarda i dipendenti pubblici. Per i quali dunque, in caso dilicenziamento illegittimo, continua a valere il diritto alla reintegra nel posto di lavoro, e non la tutela risarcitoria o l’indennità come previsto dal Jobs Act per i dipendenti privati.
La Suprema Corte dà ragione alla Madia… – “Il licenziamento del personale del pubblico impiego non è disciplinato dalla ‘legge Fornero'”, che già nel 2013 ha ristretto le tutele per il lavoratore lasciato a casa, “bensì dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori”, scrivono i giudici nella sentenza 11868/2016, aggiungendo che “le modifiche apportate” dalla riforma del governo Renzi – che come è noto ha tra l’altro cancellato la reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa - “non si estendono” ai dipendenti della pa “sino al successivo intervento normativo di armonizzazione“. La Corte, che fa sapere di essere arrivata alla nuova sentenza “all’esito di una approfondita e condivisa riflessione“, dà quindi ragione al ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, cheha sempre sostenuto la non applicabilità ai dipendenti dello Stato e degli enti locali della licenziabilità senza possibilità di reintegrazione nel posto di lavoro.
…smentendo la propria sentenza del 2015. Giuslavoristi: “Discriminazione” – Il pronunciamento smentisce totalmente quanto sancito dalla stessa Cassazione lo scorso novembre. “Il Collegio ritiene che detto orientamento debba essere disatteso“, scrivono infatti a pagina 6, “giacché plurime ragioni inducono ad escludere che il nuovo regime delle tutele in caso di licenziamento illegittimo possa essere applicato anche ai rapporti di lavoro disciplinati dall’art.2 del d.lgs. n. 165 del 2001″, quello appunto sul lavoro pubblico. Ecco perché, secondo Bottini, “il contrasto andrà chiarito dalle Sezioni unite o da un intervento legislativo di interpretazione autentica, che peraltro il governo aveva annunciato di voler fare fin dallo scorso anno, quando entrò in vigore il Jobs Act ed era in discussione la riforma del pubblico impiego”. Nell’attesa, “sembra chiaro che sopravvivono due regimi diversi, in ambito pubblico e in ambito privato, in materia di licenziamenti. E questa, soprattutto in tempi di regime privatistico del contratto di pubblico impiego, rappresenta una disuguaglianza, unadiscriminazione non so quanto sostenibile anche da un punto di vista costituzionale”.
Il docente: “La politica non interviene e costringe i giudici a risolvere i problemi” – “Questa sentenza è il trionfo delformalismo giuridico”, chiosa Umberto Romagnoli, professore emerito di diritto del lavoro all’Università di Bologna. “Il testo sostiene che il potere di licenziare della pubblica amministrazione non ha la stessa natura del potere di licenziare dell’imprenditore. L’affermazione lascia quanto meno interdetti. Se questo vale per la questione del licenziamento, allora deve valere per tutte le situazioni. Si determinerebbe una specialità del pubblico impiego che esonderebbe in tutti gli altri ambiti del rapporto di lavoro. Mi sembra una tesi che non ha molto senso. Perché il pubblico impiego dovrebbe essere trattato in modo diverso? Bisognerebbe quanto meno spiegarlo, mettere dei paletti”. A questo punto “sarebbe meglio che intervenisse il ministero della Pubblica amministrazione, ma non lo fa: siamo di fronte all’ennesima fuga dalle proprie responsabilità politiche. I politici si lamentano che i giudici invadono il loro campo, ma sono i politici stessi che lasciano liberi questi spazi e costringono i giudici a intervenire. E’ solo un pretesto per potere attaccare i giudici quando danno fastidio”.
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Accolto ricorso del ministero dei Trasporti contro funzionario che faceva il doppio lavoro - Il verdetto della Suprema Corte ha accolto un ricorso del ministero delle Infrastrutture contro un funzionario licenziato perché faceva ildoppio lavoro al quale, tuttavia, la Corte d’appello di Roma aveva riconosciuto 6 mesi di indennità risarcitoria, come prevede la legge Fornero nel caso di licenziamenti ‘legittimi’ ma con violazione delle procedure di contestazione disciplinare. Il ministero nel ricorso in Cassazione aveva fatto reclamo contro i sei mesi di risarcimento. Ora il caso torna alla Corte d’appello di Roma.
Nel settore pubblico “generali interessi collettivi” – Il trattamento di favore rispetto a quello che vale per i lavoratori privati, scrivono i giudici, si giustifica proprio perché è diversa la natura del datore di lavoro. Un’eventuale modulazione delle tutele nel pubblico impiego “richiede da parte del legislatore unaponderazione di interessi diversa da quella compiuta per l’impiego privato” poiché, come stabilito dalla Consulta, nel settore pubblico ci sono “garanzie e limiti che sono posti non solo e non tanto nell’interesse del soggetto da rimuovere, ma anche e soprattutto a protezione di più generali interessi collettivi“. Gli ermellini ricordano che l’art.97 della Costituzione “impone di assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione pubblica”. “Se sei dipendente pubblico significa che hai vinto un concorso. Non è che se cambia sindaco allora quello ti licenzia”, aveva chiosato Matteo Renzi a dicembre.
Verso la norma contro i furbetti del cartellino - Proprio mercoledì le Commissione Affari costituzionali e Lavoro della Camera hanno intanto dato parere positivo con tre condizioni aldecreto legislativo della riforma Madia che prevede il licenziamento dei dipendenti pubblici “fannulloni, quelli colti in flagrante nel falsificare la propria presenza al lavoro. I cosiddetti “furbetti del cartellino“, che il governo ha promesso di allontanare “per direttissima” ma che di fatto possono essere licenziati anche sulla base della normativa attuale.
Il licenziamento del personale del pubblico impiego non è disciplinato dalla 'legge Fornero', bensì dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. E' la Corte di Cassazione a intervenire in un ambito assai dibatutto, "all'esito di una approfondita e condivisa riflessione", con la sentenza numero 11868 della Sezione Lavoro depositata oggi.

I giudici di più alto grado segnano un punto su una questione da tempo controversa, su cui ci sono state anche sentenze di diverso orientamento. Un tema sul quale il governo, in particolare con il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, ha sempre tenuto a precisare come l'articolo 18 per gli statali non sia stato cambiato né dalla legge Fornero, prima, né dal Jobs act, dopo. Nel 2012, infatti, l'ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, era intervenuto sui licenziamenti con modifiche sia nella procedura che "precede" il provvedimento, sia nella giustificazione dello stesso. La riforma del Lavoro targata Renzi-Poletti, poi, ha di nuovo modificato il celebre articolo 18, limitando di fatto il reintegro ai soli casi di licenziamento per motivi discriminatori e sostituendolo in tutti gli altri casi con un indennizzo in denaro.

Per il pubblico impiego nessuno di questi cambiamenti è da tenere in considerazione: stando alla Cassazione (e alla lettura dell'esecutivo), le garanzie sarebbero quindi intatte, come il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa. Un trattamento diverso rispetto ai lavoratori privati, sostiene il ministero, perché è diversa la natura del datore di lavoro. Per mettere fine a possibili diverse interpretazioni, il governo sarebbe sempre dell'idea di intervenire con una norma che chiarisca l'esclusione dei dipendenti pubblici dalle nuove regole. La precisazione dovrebbe trovare spazio nel testo unico del pubblico impiego, in attuazione della riforma della Pa.

Un impegno in questo senso era stato preso alla fine dello scorso anno da Madia, dopo una sentenza della stessa Cassazione che allora, però, sembrava dire il contrario, ovvero che le modifiche della Fornero valevano anche per gli statali. Ora tutto sia riallinea alla interpretazione dell'esecutivo.

Il principio di diritto fissato dalla Suprema corte esclude che la Fornero si applichi ai licenziamenti dal pubblico: "Ai rapporti di lavoro disciplinati dal dal d.lgs 30.3.2001 n.165, art.2 (le norme generali sul lavoro pubblico, ndr), non si applicano le modifiche apportate dalla legge 28.6.2012 n.92 (riforma del lavoro Fornero, ndr) all'art.18 della legge 20.5.1970 n.300 (lo Statuto dei lavoratori,ndr), per cui la tutela del dipendente pubblico in caso di licenziamento illegittimo intimato in data successiva all'entrata in vigore della richiamata legge n.92 del 2012 resta quella prevista dall'art.18 della legge n.300 del 1970 nel testo antecedente alla riforma". Per la sentenza, le innovazioni sull'articolo 18 "non si estendono ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni", sino ad un "intervento normativo di armonizzazione".

La decisione è nata da un ricorso del ministero delle Infrastrutture contro un funzionario - licenziato perché faceva il doppio lavoro - al quale la Corte d'appello di Roma aveva riconosciuto 6 mesi di indennità risarcitoria, come prevede la legge Fornero nel caso di licenziamenti legittimi ma con violazione delle procedure di contestazione disciplinare. Il Ministero nel ricorso in Cassazione aveva fatto reclamo contro i sei mesi di risarcimento. Ora il caso torna alla Corte d'appello di Roma. Soddisfatti, intanto, i sindacati: per Antonio Foccillo della Uil,
si conferma quello che hanno sempre sostenuto "la maggioranza dei giuristi, i rappresentanti sindacali e il ministro Madia", perché "i dipendenti pubblici hanno uno status diverso: sono assunti per concorso e sono garanti della cittadinanza e non del datore di lavoro".

http://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/cassazione_licenziamento_statali_articolo_18_fornero-1786456.html
«Il licenziamento del personale del pubblico impiego non è disciplinato dalla 'legge Fornerò, bensì dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Lo afferma la Corte di Cassazione in una nota nella quale spiega che si è arrivati a questa conclusione, «all'esito di una approfondita e condivisa riflessione», con la sentenza 11868 della sezione Lavoro depositata oggi.

La Cassazione interviene quindi su una questione da tempo dibattuta su cui ci sono state anche sentenze di diverso orientamento ma il governo, con il ministro della P.A. Marianna Madia, ha sempre tenuto a precisare come l'articolo 18 per gli statali non è stato cambiato né dalla legge Fornero, prima, né dal Jobs act, dopo. Per il pubblico impiego le garanzie sarebbero quindi intatte, con la reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa. Un trattamento diverso rispetto ai lavoratori privati, sostiene il ministero, perché è diversa la natura del datore di lavoro.

Per mettere fine a possibili diverse interpretazioni il governo resta dell'idea di intervenire, da quanto si apprende, con una norma che chiarisca l'esclusione dei dipendenti pubblici dalle nuove regole. La precisazione dovrebbe trovare spazio nel testo unico del pubblico impiego, in attuazione della riforma della P.A. Un impegno in questo senso era stato preso alla fine dello scorso anno da Madia, dopo una sentenza della stessa Cassazione che allora, però, sembrava dire il contrario, ovvero che le modifiche della Fornero valevano anche per gli statali. Ora tutto sia riallinea.

«Ai rapporti di lavoro disciplinati dal dal d.lgs 30.3.2001 n.165, art.2, non si applicano le modifiche apportate dalla legge 28.6.2012 n.92 all'art.18 della legge 20.5.1970 n.300, per cui la tutela del dipendente pubblico in caso di licenziamento illegittimo intimato in data successiva all'entrata in vigore della richiamata legge n.92 del 2012 resta quella prevista dall'art.18 della legge n.300 del 1970 nel testo antecedente alla riforma»: è questo il principio di diritto fissato dalla Suprema corte nella sentenza 11868 depositata oggi, con cui esclude che la riforma Fornero si possa applicare al pubblico impiego per quanto riguarda i licenziamenti.

Il verdetto ha accolto un ricorso del ministero delle Infrastrutture contro un funzionario licenziato perché faceva il doppio lavoro al quale, tuttavia, la Corte d'appello di Roma aveva riconosciuto 6 mesi di indennità risarcitoria, come prevede la legge Fornero nel caso di licenziamenti 'legittimì ma con violazione delle procedure di contestazione disciplinare. Il ministero nel ricorso in Cassazione aveva fatto reclamo contro i sei mesi di risarcimento. Ora il caso torna alla Corte d'appello di Roma.

«Non discuto la sentenza della Corte, l'art.18 appartiene a un mondo diverso», ha commentato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. La norma, ha specificato poi a margine, «appartiene al passato».