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mercoledì 18 luglio 2012

Famiglia come welfare

da: http://www.cgil.it/rassegnastampa/articolo.aspx?ID=8826
«La famiglia come welfare alternativo non regge più»


La famiglia, grande ammortizzatore sociale nel nostro Paese, non ce la fa più a reggere il peso, i redditi modesti diventano sempre più vulnerabili, e a vederla in prospettiva la situazione non sta affatto migliorando».
Però l’Istat parla di una sostanziale stabilità della povertà relativa. «I problemi di fondo restano gli stessi, ma stavolta ci sono alcuni segnali ancora più preoccupanti». La sociologa Chiara Saraceno analizza il rapporto Istat 2011 sulla povertà in Italia: 8 milioni di persone povere, tre quarti delle quali risiedono al Sud, mentre il 7,6% delle famiglie vive appena sopra la soglia critica, col rischio di scivolare per una qualsiasi spesa imprevista.
Quali sono i segnali più preoccupanti? «Il fatto che la povertà sia in aumento anche tra le famiglie con uno o due figli, quindi non solo tra quelle più numerose. E soprattutto che sia peggiorata la situazione delle famiglie in cui il reddito di riferimento peggio ancora, l’unico è operaio. Gli operai, insomma, sono sempre meno in grado di far fronte ai costi familiari: per colpa dell’inflazione e dell’effettiva riduzione del reddito, che deve spesso fare i conti con la cassa integrazione e con l’impossibilità di integrare con gli straordinari. In più, moglie e figli nel mercato del lavoro non riescono proprio ad entrarci, il che significa che non c’è più compensazione, né integrazione, come invece accadeva più diffusamente fino ad un paio di anni fa. Adesso anche il principale percettore di reddito arranca. Fanno più fatica in generale i lavoratori dipendenti, inclusa una buona quota di autonomi».
Le famiglie a reddito modesto, insomma,non ce la fanno più: o sono già povere, o rischiano di diventarlo. «Di sicuro, non possiamo continuare a pensare che “tanto ci pensa la famiglia”, che il reddito scarso o intermittente dei giovani venga integrato con quello degli adulti. Di converso, chi ha migliorato in termini relativi la propria situazione sono i pensionati: non che si siano arricchiti, ovvio, è solo perché possono contare su un reddito fisso, sicuro. Il problema è che tutta questa situazione rischia solo di peggiorare».
È la tendenza ad essere negativa,insomma. «Esatto. Perché il mercato del lavoro non sta migliorando, anzi: i dati dei due trimestri 2012 non sono affatto rosei, peggiora la situazione dei giovani, che ovviamente sempre meno si possono permettere di uscire di casa, aumenta la cassa integrazione, i salari non crescono, le donne fanno sempre più fatica, e i servizi si vanno riducendo».
Itagli alla sanità (enonsolo)previsti dalla spending review non aiutano. «Rischiamo l’effetto avvitamento: più donne quelle in famiglie con reddito modesto costrette a casa per il lavoro di cura. Poveri sempre più poveri, insomma. Se spending review si traduce nel tagliare i servizi, invece che gli sprechi, significa che si sta selezionando chi può rivolgersi al privato e chi no».
Ma la riforma del mercato del lavoro non doveva agevolare i giovani? «Chiamiamola con il suo nome: quella è una, parziale, riforma degli ammortizzatori sociali per costruire protezioni più adeguate per chi non ne aveva affatto. Ma non fa sviluppo, né crescita, né aiuta a creare e aumentare il lavoro per nessuno. L’hanno enfatizzata come soluzione alla scarsa flessibilità, ma non è certo quello il problema del lavoro».
Una situazione sociale che si fa insostenibile: come arginarla? «Io sono sempre molto perplessa quando vedo che tutta la spesa sociale viene considerata improduttiva. E credo che nel capitolo investimenti vadano considerati anche l’istruzione e i servizi, intesi come infrastrutture sociali. Bisognerebbe fare come col Fondo sociale europeo per il Mezzogiorno: sono investimenti in capitale umano, in coesione sociale, in una società un po’ più equa. In una parola, nel futuro. E, tra i molti, un comparto produttivo cui mettere mano è senza dubbio il turismo: se ci superano Grecia e Spagna è perché il nostro è troppo costoso e non di eccelsa qualità».
Chiara Saraceno

mercoledì 7 marzo 2012

Welfare, antidoto al debito pubblico


Lo stato sociale non è beneficenza e neppure un lusso: il welfare è un potente antidoto al debito pubblico. Questo perché, tanto più in una fase di crisi come questa, risponde meglio e in modo mirato ai bisogni delle persone ed è economicamente più vantaggioso. Questo è il messaggio di sintesi che è stato lanciato da oltre 50 organizzazioni sociali che si sono ritrovate a Roma per la Prima Conferenza nazionale “Cresce il welfare, cresce l’Italia” che si è tenuta al Centro Congressi Frentani il 1 e 2 marzo.

Nelle due giornate si sono succeduti oltre 200 interventi che hanno toccato varie tematiche, approfondite in sette sessioni di lavoro, dai livelli essenziali di assistenza sociale alle questioni della democrazia e della partecipazione, dall’integrazione socio-sanitaria al tema delle risorse. Proprio quest’ultimo aspetto ha catalizzato l’interesse di molti relatori: come rilanciare il welfare e allo stesso tempo sviluppare il nostro paese. Bloccare i tagli, definire i livelli essenziali e rilanciare le politiche sociali: queste sono state le richieste indirizzate al governo e alle istituzioni locali e regionali.

I temi della delega fiscale e quello del Patto per la salute devono tradursi nella definizione delle risorse che devono restare disponibili per i livelli essenziali e per accelerare sull’integrazione socio-sanitaria e sul tema dell’autosufficienza. Le oltre 50 organizzazioni sociali che hanno dato vita a questo primo appuntamento hanno deciso di proseguire nel percorso di confronto e coordinamento. Terzo settore, forze sociali e rappresentanze delle autonomie locali daranno vita ad un tavolo permanente di confronto e di analisi con l’obiettivo di stimolare la politica e spingere in avanti le buone pratiche che stanno maturando sul territorio. L’Assemblea della Conferenza “Cresce il welfare, cresce l’Italia” ha approvato all’unanimità una mozione che afferma l’esigenza di una drastica riduzione delle spese militari e “chiede al governo l’immediata rinuncia all’acquisto degli aerei F35 che permetterebbe di acquisire risorse straordinarie per oltre 10 miliardi”.