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venerdì 5 aprile 2013

Sindacato in Italia - intervista a M. Landini

da: http://www.cgil.it/rassegnastampa/articolo.aspx?ID=10205
Landini, perché il sindacato dovrebbe continuare ad esistere in un'Italia che ha fretta di mettere il suffisso "post" ad ogni forma di organizzazione otto/novecentesca? La parola "sindacato" significa "insieme con giustizia", e il sindacato esiste se le persone che lavorano hanno la possibilità di organizzarsi collettivamente e di non essere da soli ad affrontare i loro problemi e i loro datori di lavoro. Mai come adesso, che c'è un attacco senza precedenti al lavoro e ai diritti delle persone che lavorano, il sindacato è necessario. Mai come adesso il lavoro è stato svalorizzato, perché il lavoro è precario, inesistente, malpagato. Mai come adesso ci sono così tante persone in cerca di lavoro. Il diritto di chi lavora di potersi coalizzare e di poter contrattare la propria posizione e la propria condizione, è un fatto di civiltà in una democrazia che si vuole compiuta.


Ecco, la democrazia. E proprio li che si vacilla.... Nel nostro Paese siamo di fronte a una crisi di rappresentanza, non solo sindacale e politica, ma anche dell'associazionismo e dell'impresa. Gli strumenti che avevano reso possibile una mediazione tra diversi interessi (il contratto nazionale, la contrattazione collettiva) , oggi sono messi sotto attacco. Dentro un'idea del mondo per cui esiste solo il mercato, e dentro un'idea di finanziarizzazione dell'economia. L'unica risposta a questo grave stato di cose è la democrazia. Se il sindacato esiste o no, lo devono poter decidere le persone che lavorano. Non è che lo può decidere qualcun altro.

Nelle vicende anche recenti che hanno riguardato i lavoratori Fiat di Pomigliano, lei ha sempre fatto appello al comportamento anticostituzionale di Marchionne. Ma anche la Costituzione Italiana non è più così "intoccabile". Oggi viviamo nel più totale arbitrio. Una impresa ha in Italia il potere di imporre il proprio punto di vista e di sottoporre a ricatto i lavoratori. In una situazione come questa, dove ci sono livelli di disoccupazione da paura, dove la crisi viene strumentalizzata per cambiare i rapporti di forza e i diritti di cittadinanza, non possiamo non appellarci al rispetto dei principi della Costituzione.

Cito da un editoriale di Fausto Bertinotti: «Siamo alla coda della storia del movimento sindacale organizzato, almeno per come l'abbiamo conosciuto in Italia... Siamo di fronte a un processo che può condurre a un sindacato che non sia più espressione del punto di vista e delle esigenze proprie dei lavoratori...». Forse resto un uomo del Novecento, ma sono convinto che il problema del lavoro resti centrale per la vita delle persone. Mai come adesso c'è bisogno di un'azione sindacale che unisca tutti i lavoratori e permetta di riacquisire tutti i rapporti di forza. Allo stesso tempo, per far questo c'è bisogno di ripensare il modo in cui è organizzato il sindacato e la strumentazione con cui esercitare i propri diritti. Per molto tempo i sindacati hanno vissuto l'idea di una legge sulla rappresentanza come una lesione della propria autonomia, io invece ho maturato un'idea differente: penso che oggi una legge sulla rappresentanza sia decisiva perché significa rimettere nelle mani di chi lavora il diritto di potersi organizzare in sindacato e di farsi lui stesso, con una partecipazione diretta, sindacato.

Se conflitto di classe c'è, è il conflitto della classe "padronale" contro la classe dei lavoratori". Ma vogliamo chiamarlo ancora così, conflitto di classe? Secondo me ha ancora senso parlare di conflitto di classe. Se non altro perché oggi il conflitto di classe lo creano non quelli che stanno peggio, ma quelli che comandano. Molti dicono che la crisi che stiamo vivendo è peggiore della crisi del '29. Come dire: non eravamo preparati a questa situazione. E sono state fatte leggi che consentono alle imprese di fare tutto ciò che vogliono. Del resto, il contratto nazionale aveva proprio l'obiettivo di porre vincoli sociali al mercato. In questo momento siamo di fronte al fatto che l'impresa, il mercato, vivono qualsiasi vincolo come una cosa insopportabile. Questo è il problema. Certo che esiste il conflitto di classe.

Teoricamente, lei è il segretario di un sindacato di categoria. Ma l'azione che ha fatto la Fiom in questi anni ha provocato uno slittamento dell'immaginario al punto che ogni tanto qualcuno si alza e dice: Landini difendi anche noi che metalmeccanici non siamo... In un momento storico in cui l'obiettivo è quello di costruire tante realtà aziendali e corporative l'una contro l'altra, noi vogliamo essere un sindacato "generale", confederale, che vuole creare solidarietà tra? tutte le forme di lavoro. Que sto è secondo me il punto.

Una delle accuse che viene rivolta al sindacato è di conti- nuare a rappresentare i diritti di chi sta dentro trascurando quelli di chi non riesce ad entrare: gli invisibili, gli intermittenti, gli scomparsi. Io credo che questa differenza tra garantiti e non garantiti tra dentro o fuori, sia un modo sbagliato di vedere il problema. C'è bisogno di un. sistema universale di tutela del lavoro. Il che vuol dire estendere la cassa integrazio-ne e il diritto di cittadinanza a tutti. Allo stesso tempo, non ha più senso avere trecento diversi contratti nazionali. In Italia ma anche in Europa bisogna andare verso un sin datato dell'industria, verso una riunificazione, in modo da avere dei diritti minimi che siano garantiti a partire dal principio costituzionale che, a parità di lavoro e di mansione, deve corrispondere parità di diritti e di retribuzione.

Una concezione dell'uomo legata solo alla sfera del diritto e del lavoro, non nega la complessità della macchina uomo, macchina desiderante al di là di certi bisogni? Continuo a pensare che l'uscita dalla precarietà passi per la possibilità non solo di fare un 'cambiamento e soprattutto lavoro ma di potersi realizzare nel lavoro, cioè di esprimere pienamente in quella sfera la propria identità. Ci saranno pure desideri e bisogni che cambiano, ma questo desiderio "originale" di realizzazione di sé è insopprimibile e primario.

Quindi libertà "nel" lavoro e non "dal" lavoro. Certo, libertà nel lavoro. Per combattere i modelli "fordistici" che sopravvivono ancora. Se guardiamo a come sono organizzati i cali center, i servizi, le aziende, ci troviamo di fronte a modelli autoritari di gestione dell'impresa. Quindi bisogna cambiare il modello sociale.

Come legge lo scenario politico del momento Non sono spaventato dall'esito del voto. Al fondo vedo una domanda di cambiamento. Il problema è nella risposta che si darà. C'è ovviamente il rischio di un blocco, che la politica non sia in grado di cambiare e di modificarsi in base alla domanda che è stata espressa. Se non vai verso modelli di aperture democratiche, che diano risposte entro c'è il rischio di svolte autoritarie E anche di un acutizzarsi del conflitto sociale... Il conflitto non è per forza un elemento negativo. Anzi adesso ce n'è ben poco rispetto al passato. È paradossale, ma adesso quelli che si arrabbiano sono quelli che stanno meglio. Quelli che stanno male, e sono cioè la maggioranza, sembrano ras segnati. Vuol dire che quelli che stanno meglio non vogliono rinunciare a nulla di quello che hanno. Sono poco abituati a stare male.

Rispetto a queste frange di popolazione più rassegnate e intristite, che cosa può fare il sindacato? Moltissimo. C'è un vuoto terribile, una crisi totale della politica. In questo scenario, e parlo in particolare della Fiom e della Cgil, deve fare di più e di meglio rispetto al passato. Il che significa anche accettare il essere più democratici e mette re in discussione il nostro modo di operare.



K.Ippaso

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