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giovedì 3 maggio 2012
Tagli EE.LL.
da www.siciliainformazioni.com Il ritorno all’accorpamento per sciogliere il nodo delle amministrazioni provinciali invece che semplificare il problema potrebbe renderlo di gran lunga più complicato. Nessuno dei criteri finora individuati hanno resistito alla logica dei localismi, lobbismi politici, apparati di partito, feudi parlamentari. Né la superficie territoriale delle province, né la popolazione residente, né le tradizioni hanno superato l’esame. E quando si è voluto formulare un criterio “integrativo” che mettesse insieme tutto, è finita che non si è capito più niente. C’è, infatti, chi continua a giocare la carta dello status quo da mantenere costi quel che costi, c’è chi vorrebbe mediare tra l’abolizione totale e la permanenza e c’è infine chi cerca una soluzione che sia accettata da tutti o quasi. Secondo le voci più accreditate sarebbero 36 le province in grado di superare lo tsunami dell’accorpamento con ragionevole sicurezza, per il resto tutto in discussione: dimagrimento per le amministrazioni, consigli e giunte, e per le prefetture e questure: Stato e enti locali, ognuno per la sua parte di sacrificio, sull’altare dell’abbassamento dei costi. Il taglio delle 109 province italiane è un rompicapo su cui, anche coloro i quali ne avevano voglia, hanno sbattuto. Perfino Parma e Piacenza, che erano insieme il Ducato storico (appunto, di Parma e Piacenza), hanno reagito malamente al solo pensiero che si potesse “accorpare”. Se dovesse andare avanti l’accorpamento, è facile prevedere quel che succederebbe, per esempio, in Sicilia. Già lo vediamo davanti ai nostri occhi il corteo di migliaia di persone guidato dai parlamentari della provincia e dai sindaci, sfilare prima per le vie cittadine di Palermo, poi davanti alle finestre di Palazzo dei Normanni. C’è solo da scommettere su chi guadagnerebbe la testa del corteo. Una competizione fra deputati e senatori di partiti diversi, che a Roma dovrebbero sostenere l’accorpamento, secondo le direttive dei gruppi parlamentari. Con il decreto Salva-Italia, i “professori” hanno affilato la scimitarra: le province a conclusione dei mandati sono state derubricate a enti di secondo livello, sono stati abolite le elezioni dei presidenti e dei consigli provinciali, le competenze sono state trasferite a regioni e comuni entro la fine dell’anno. Ora viene il peggio. Ciò che verrà deciso, sarà irreversibile: in Commissione Affari costituzionali della Camera sono all’ordine del giorno le modifiche agli articoli 114 e 133 della Costituzione. Le province non farebbero parte degli enti “costituzionali” della Repubblica. Non sopravviverebbero nemmeno “derubricate” le province che non raggiungono a un tetto minimo di abitanti. Si prevedono tre possibilità: la permanenza delle province con più di 350 mila abitanti, o 450 mila, o 500 mila abitanti. Se prevalesse la prima ipotesi, 350 mila abitanti, ne rimarrebbero in vita 58 (resterebbero fuori, nientemeno, Arezzo e Livorno, Trieste, Siena, Campobasso, Grosseto, Prato). Andrebbe peggio nella seconda ipotesi: 39 province (fuori anche Brindisi, Potenza, Catanzaro, Siracusa). Con 500 mila abitanti il ventaglio sarebbe ancora più stretto: 36 province (fuori Udine, Reggio Emilia, Latina, Pavia). I migliori alleati degli apparati “provinciali” (politici e burocratici), allo stato, sono proprio le popolazioni residenti. I campanili, insomma.
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