

A cura della redazione del sito www.lacgilchevogliamo.it
Confronto analitico tra le due mozioni del
XVI Congresso Nazionale della Cgil
“I diritti e il lavoro oltre la crisi” e “La Cgil che vogliamo”
Questo confronto è stato redatto per fare chiarezza sulle tante differenze di merito esistenti tra i due documenti ed agevolarne la comprensione e la divulgazione. A livello complessivo le differenze di impostazione generale possono essere così riassunte:
1. “La Cgil che vogliamo” (di seguito denominata Mozione 2) si caratterizza per la discontinuità richiesta rispetto al passato, mentre “I diritti e il lavoro oltre la crisi” (di seguito denominata Mozione 1) esprime una linea di sostanziale continuità.
2. La Mozione 2 si caratterizza per la chiarezza delle proposte, mentre la Mozione 1, su molti punti, lascia spazio ad interpretazioni differenti.
La CHIAREZZA delle proposte della Mozione 2 è evidentemente frutto di una maggiore convergenza d'intenti rispetto ai firmatari della prima mozione. Su diversi temi (mercato del lavoro, politiche contrattuali, bilateralità, democrazia partecipativa ed economica...) apparentemente non emergono sostanziali differenze in virtù di un'impostazione della prima mozione “volutamente” vaga.
Mercato del lavoro: la Mozione 2 propone la “semplice” sostituzione delle tipologie contrattuali di lavoro precario e/o di ingresso (esplicitamente somministrazione e collaborazioni in monocommittenza) con un'unica fattispecie, mentre la Mozione 1 propone un ventaglio di proposte che vanno dal mantenimento dei tempi determinati e delle somministrazioni (con le necessarie restrizioni), alla riforma del codice civile sul lavoro economicamente dipendente (dentro cui rientrerebbero le collaborazioni in regime di monocommittenza), alla creazione del contratto di formazione come sostituto di tutte le forme di accesso al mercato del lavoro (ovvero tutte le altre tipologie contrattuali che sono meno utilizzate).
Politiche contrattuali: la Mozione 2 propone il superamento dell'accordo separato e la fine della politica delle compatibilità, una politica salariale che possa essere accanto al fisco una leva per la redistribuzione dei redditi; la Mozione 1 propone il superamento dell'accordo separato determinando il salario in ragione del potere d'acquisto e della distribuzione di produttività, rimanendo nell'ambito della politica concertativa che ha caratterizzato, con pro e contro, gli ultimi 15 anni di storia sindacale
Bilateralità: la Mozione 2 chiede con nettezza il superamento delle ambiguità nella “cogestione”, la Mozione 1 ne difende una parte e ne rifiuta un'altra (ovvero quella sostitutiva di beni pubblici) senza minimamente far riferimento alla degenerazione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, lasciando di fatto sospesa la posizione confederale, che appare poco chiara.
Democrazia economica: la Mozione 2 sostiene di escludere la partecipazione agli utili, mentre la Mozione 1, dopo lungo preambolo, ne ammette la possibilità anche se solo in via aggiuntiva alle dinamiche salariali.
Democrazia partecipativa: apparentemente entrambi i documenti sono accomunati dall'investimento sulla vita democratica dell'organizzazione e nell'ambito della firma degli accordi; la differenza è nella costruzione del percorso democratico che nella Mozione 2 non si limita alla validazone ex ante ed ex post (come nella Mozione 1), ma è un processo che parte dal basso, dai livelli di rappresentanza dei posti di lavoro.
L’azione del Governo
La Mozione 1, chiede al governo di dimostrare se è in condizione di proporre un alternativa credibile di politiche economiche, fiscali, sociali, partendo dalla considerazione che questo ha agito senza un progetto.
La Mozione 2, nel rivendicare la necessità di definire per la CGIL una strategia di contrasto efficace al disegno del governo, riconosce che i provvedimenti su welfare, economia, mercato del lavoro e sul nuovo modello contrattuale perseguono un progetto organico al quale è indispensabile contrapporre le “nostre” priorità.
La DISCONTINUITA' richiesta dalla Mozione 2 si può declinare in:
- Discontinuità rispetto alla politica (di moderazione) salariale: si sceglie la strada della redistribuzione non solo attraverso la fiscalità generale, ma anche attraverso i rinnovi contrattuali, la fonte diretta della ricchezza.
- Discontinuità rispetto alla politica dei NO: si vuole il superamento di una politica di sola resistenza, occorre fare emergere con chiarezza le proposte e farle vivere nel corpo dell'organizzazione.
- Discontinuità nel modo di concepire la confederalità: si vuole il superamento di una logica tutta burocratica (che chiaramente non emerge nella mozione 1, ma nella realtà) della confederalità con l'intento di farla vivere a partire dai luoghi di lavoro. Da qui la proposta di snellire I costi degli apparati a favore del decentramento.
- Discontinuità nella formazione dei gruppi dirigenti: emerge senza equivoci la necessità di operare per un rinnovamento generalizzato del gruppo dirigente.
Quest'ultimo punto, la discontinuità nella formazione dei gruppi dirigenti, appare uno dei tratti distintivi della Mozione 2, che sui temi dell' “autonomia e dell'indipendenza delle decisioni e dei gruppi dirigenti” e sulla questione generazionale all'interno dell'organizzazione, esprime una progettualità forte che la distingue dalla Mozione 1, maggiormente caratterizzata da una sorta di “conservazione dell'esistente”, in continuità con la forma organizzativa e con le pratiche del passato e del presente.
Comparazione per temi
Lavoro-precarietà
La differenza più evidente è la richiesta, da parte de Mozione 1, di ricondurre il grosso delle tipologie contrattuali nell'ambito del contratto di formazione (mantenendo però sia il lavoro in somministrazione che il lavoro a termine che le collaborazioni); da parte della Mozione 2 c'è, invece, la proposta di ricondurre tutti i contratti (con esclusione dei soli contratti a termine e di quelli a causa mista) nella fattispecie unica del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, senza fare differenze tra “economicamente dipendente” e “subordinato”.
Dal punto di vista dell'organizzazione interna, la Mozione 2 propone il superamento del Nidil, esperienza che “in questa modalità organizzativa non fa che rafforzare la disgregazione dei giovani coinvolti e assecondare la lontananza dalle categorie”, e che quindi siano le singole federazioni a rappresentare ed a tutelare i precari, ai quali va esteso il diritto di voto per le Rsu.
La Mozione 2, chiede il superamento delle gare d'appalto al massimo ribasso e clausole sociali per la salvaguardia dei lavoratori, vuole regole diverse per contrastare le delocalizzazioni nei paesi dove il costo del lavoro e la tutela dei lavoratori sono decisamente più basso.
Modello contrattuale e rivendicazioni salariali
La differenza molto complessa è tra una logica ancora concertativa (Mozione 1) ed una di superamento della politica delle compatibilità (Mozione 2): in sostanza, da una parte si propone di determinare il salario in ragione del potere d'acquisto e della distribuzione di produttività, dall'altra di determinarlo con l'obiettivo della redistribuzione dei redditi (il contratto nazionale deve aumentare le retribuzioni reali perché la tassazione non può essere l'unico strumento di riequilibrio). Più netto il documento della Mozione 2 sulla riduzione dei contratti in un'ottica di razionalizzazione per macrocomparti, più timido il documento della Mozione 1 che attribuisce la colpa alle controparti. Sulla contrattazione di secondo livello non vi sono differenze. La Mozione 2 propone la definizione di una salario minimo contrattato di categoria, la Mozione 1 no.
Lavoro Pubblico e beni di pubblica utilità
La Mozione 1 non affronta il tema del Lavoro Pubblico in maniera organica, ma inserendo alcune valutazioni in diversi punti del documento. In generale la Mozione 1 esprime come punto programmatico la necessità di riunificare i “mondi del lavoro” (punto programmatico condiviso da entrambe le mozioni), affrontando il tema in diversi capitoli (contrattazione, welfare, servizi pubblici) ma senza costruire una proposta di riforma. La Mozione 2 affronta in maniera organica il tema del lavoro pubblico, unendolo alla questione dei beni di pubblica utilità, come leva per garantire uguaglianza e giustizia sociale (tema, questo dei servizi pubblici come garanzia di uguaglianza e tutela dei diritti, condiviso dalla due mozioni, ma che la Mozione 2 esprime con maggior vigore). La Mozione 2 pone inoltre particolare accento sulla questione della legalità, e sul legame inscindibile tra pubblica amministrazione trasparente di qualità e lotta alla corruzione, avanzando una proposta di istituzione di un osservatorio che costruisca rapporti sinergici tra gli operatori e le forze di pubblica sicurezza.
Sui beni di pubblica utilità, le due mozioni muovono un medesimo attacco al Dl 135, alla privatizzazione dei servizi pubblici locali.
La Mozione 2 ribadisce la posizione della Cgil, la necessità di mantenere proprietà e gestione pubbliche, chiedendo il ritorno al precedente sistema misto, precisando esplicitamente che la Cgil deve affermare la natura pubblica dell'acqua sia per la proprietà che per le forme di gestione. La scelta fatta invece dalla Mozione 1 è quella di lasciare la “potestà organizzatoria” agli Enti Locali. La “gestione va affidata ad Enti di diritto pubblico”. Questa scelta non evita affatto forme più o meno striscianti di privatizzazione. Come è noto gli enti pubblici economici o secondo alcuni le stesse Spa a totale capitale pubblico possono essere considerate a buon diritto enti pubblici, ma sono non di meno subordinati a logiche di mercato se non di profitto esattamente quanto enti esplicitamente privati.
La posizione della Mozione 2 rappresenta un elemento di coerenza confederale che la Mozione 1 non ha, entrando in palese contraddizione con la reale linea politica di alcune federazioni nazionali e confederazioni locali, che nei fatti avallano la gestione privata.
Nucleare:
Sul tema del nucleare, la Mozione 1 critica il piano energetico del Governo (nel chiedere l'investimento nelle fonti rinnovabili sottolinea il fatto che il nucleare non sia una di queste fonti), ma senza condannare il ritorno al nucleare, cosa che fa invece la Mozione 2.
Mozione 1: Gli aiuti europei conseguentemente devono essere vincolati a tre criteri di fondo: mantenimento dell’occupazione, sviluppo delle fonti rinnovabili (di cui il nucleare non fa parte, e per questo non condividiamo il piano del governo che investe sul nucleare), formazione.
Mozione 2: Per questo esprimiamo la nostra netta contrarietà alle proposte del governo di rilancio del nucleare e di inutili e faraoniche opere pubbliche come il ponte sullo stretto di Messina, nonché di progetti sui trasporti che si rivelino non ecocompatibili e lesivi di territori e popolazioni.
[…]
Occorrono investimenti pubblici nelle nuove tecnologie, nella mobilità sostenibile e nel risanamento ambientale respingendo il ritorno al passato dell’energia nucleare.
Bilateralità
La posizione della Mozione 2 è più netta: si propone di limitare l'utilizzo degli enti e di abolire il trasferimento delle risorse al sindacato.
Mozione 1: Gli enti bilaterali devono essere di esclusiva origine contrattuale. Nel contratto nazionale vanno definiti, salvo quanto già previsto dai CCNL di settori che per la loro peculiarità lo prevedono, compiti e prestazioni, comunque non sostitutive di istituti contrattuali, né del welfare universale, garantendo così una funzione integrativa.
Mozione 2: Il carattere integrativo e contrattuale degli Enti bilaterali. Va contrastata e respinta l’idea, contenuta nel Libro Bianco del governo, della diffusione e sviluppo degli Enti bilaterali. Il carattere integrativo e contrattuale della bilateralità rimane tale solo se il sindacato, e in primo luogo la CGIL, rilancia l’iniziativa per qualificare ed estendere il welfare pubblico e universale.
• Per questo occorre modificare quelle forme di bilateralità che, pur finanziate dai contratti, non erogano alcuna prestazione.
• In nessun caso dagli Enti bilaterali dovranno essere trasferite risorse al sindacato e alle sue emanazioni e remunerazioni ai dirigenti sindacali.
Welfare e ammortizzatori sociali
L'obiettivo comune è di dare al pubblico la priorità sia in termini previdenziali che di assistenza.
Alcune specificazioni che nella Mozione 1 mancano: la Mozione 2 propone una razionalizzazione dei fondi di previdenza contrattuali per dargli più forza, propone che la non autosufficienza ed il reddito minimo di inserimento siano alimentati dalla fiscalità generale, propone di raddoppiare la durata della CIG e di portarla all'80% (contestando l'utilizzo di enti bilaterali per questi scopi).
Azione Confederale
La proposta della Mozione 1 parla di sintesi dei diversi livelli di rappresentanza, quella della Mozione 2 di progetto di trasformazione della società (più coraggioso). Emerge nella Mozione 2 l'accento critico sull'accezione meramente organizzativa – burocratica di cui oggi si sostanzia in gran parte la confederalità. In quest'ottica la Mozione 2 propone anche una diversa impostazione organizzativa.
Democrazia e partecipazione
Entrambi i documenti parlano della necessità di affidarsi al metodo del voto per la validazione degli accordi. L'elemento di differenza è il percorso “dal basso” proposto dalla Mozione 2 che non si limita alla votazione, ma che affronta una riflessione più ampia sulla costruzione della partecipazione a partire dalla rappresentanza dei luoghi di lavoro.
Sulla democrazia economica la Mozione 1 propone una democrazia economica che non sia sostitutiva della contrattazione e che forme di partecipazione agli utili siano aggiuntive alle dinamiche salariali; la Mozione 2 propone una nuova frontiera della democrazia economica che intervenga sulle strategie industriali e le finalità delle produzioni ed escluda la partecipazione sindacale agli assetti azionari e alla distribuzione degli utili come parametro retributivo.
Autonomia del sindacato; classe dirigente; questione generazionale
La questione del rinnovamento della classe dirigente e del coinvolgimento delle giovani generazioni appare, assieme al rinnovamento della forme organizzative in rapporto ai macro-comparti, il punto di maggiore innovazione della Mozione 2. La Mozione 1 produce un'enunciazione di principio sia per quel che riguarda l'indipendenza e l'autonomia del sindacato che per quel che riguarda il rinnovamento generazionale della classi dirigenti. La Mozione 2 affronta entrambe le questioni con maggiore incisività e nettezza, sviscerando il rapporto tra rappresentanza politica e rappresentanza sindacale, scongiurando il collateralismo, senza per questo escludere il sindacato dal dibattito politico.
Altro elemento di distinguo è la nettezza con cui la Mozione 2 pone la questione delle incompatibilità o ad esempio il rifiuto della cooptazione ed il rilancio della democrazia interna, “non escludendo il ricorso alle primarie tra gli strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti”.
Sul fronte del rinnovamento interno, la Mozione 2, partendo da un'analisi critica dell'organizzazione e della sua capacità di inclusione dei giovani e dei soggetti più deboli del mercato del lavoro, avanza proposte statutarie per l'inclusione delle giovani generazioni, andando oltre la loro rappresentazione, e puntando alla loro rappresentanza, con misure che obblighino l'organizzazione a svecchiarsi ed a munirsi di strumenti che le permettano di affrontare un mondo del lavoro nuovo, diverso da quello in cui si sono strutturate le convinzioni diffuse nell'organizzazione e la sua azione sindacale: le cosiddette “quote verdi” nei direttivi di ogni ordine e grado; l'investimento in formazione; la presenza di un under 35 nelle segreterie di ogni ordine e grado; l'investimento nei giovani anche attraverso le agibilità sindacali, i permessi, i distacchi.
Immigrazione:
Il tema dell'immigrazione viene trattato dalle due mozioni con alcune analogie evidenti: condanna del “pacchetto sicurezza”; superamento della Bossi-Fini; chiusura dei Cie.
La Mozione 1 avanza la proposta dell'introduzione dello ius soli, e mette in campo un'analisi di carattere politico-culturale, mentre la Mozione 2, oltre a porre come precondizione per il superamento delle diseguaglianze la conquista di “una universalità dei diritti politici e sociali”, parla espressamente di “lavoratrici e lavoratori migranti”, ponendo cioè l'accento sul godimento dei diritti e delle tutele del lavoro come strumento per acquisire piena cittadinanza, proponendo ad esempio l'estensione del Testo unico sull'immigrazione introducendo i casi di sfruttamento del lavoro tra i requisisti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia.
Informazione e Cultura:
Tale tema non è trattato affatto nella Mozione 1, trova invece un intero capitolo nella Mozione 2.
La Mozione 2 afferma – “L’oscuramento mediatico della crisi e delle lotte dei lavoratori evidenziano la necessità di un impegno forte della Cgil nella tutela: del servizio pubblico radio televisivo, dell’editoria e dell’accesso alla cultura, tutti strumenti fondamentali per lo sviluppo dell’informazione libera, della formazione della persona e di una conoscenza critica.”
Pace:
Entrambe le mozioni partono da una valutazione condivisa di ripudio della guerra come metodo per risolvere le controversie internazionali, ma mentre la Mozione 1 propone una “strategia multilaterale che ponga fine alla missione in Afghanistan”, la Mozione 2 propone “una strategia di uscita del contingente italiano”, esprimendo una posizione di maggior nettezza. Stessa valutazione può essere fatta per quel che riguarda la missione in Iraq: la Mozione 1 sostiene che “va definito a livello delle Nazioni Unite un rapido, progressivo e temporalmente definito ritiro di tutte le forze militari straniere”, mentre la Mozione 2 chiede di “ritirate tutte le truppe estere dall’Iraq”.
Stessa posizione espressa sulla questione israelo-palestinese per quanto riguarda la dismissione delle colonie e la ripresa dei negoziati per il riconoscimento di “due popoli” e “due stati”.
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Confronto analitico tra le due mozioni del
XVI Congresso Nazionale della Cgil
“I diritti e il lavoro oltre la crisi” e “La Cgil che vogliamo”
Questo confronto è stato redatto per fare chiarezza sulle tante differenze di merito esistenti tra i due documenti ed agevolarne la comprensione e la divulgazione. A livello complessivo le differenze di impostazione generale possono essere così riassunte:
1. “La Cgil che vogliamo” (di seguito denominata Mozione 2) si caratterizza per la discontinuità richiesta rispetto al passato, mentre “I diritti e il lavoro oltre la crisi” (di seguito denominata Mozione 1) esprime una linea di sostanziale continuità.
2. La Mozione 2 si caratterizza per la chiarezza delle proposte, mentre la Mozione 1, su molti punti, lascia spazio ad interpretazioni differenti.
La CHIAREZZA delle proposte della Mozione 2 è evidentemente frutto di una maggiore convergenza d'intenti rispetto ai firmatari della prima mozione. Su diversi temi (mercato del lavoro, politiche contrattuali, bilateralità, democrazia partecipativa ed economica...) apparentemente non emergono sostanziali differenze in virtù di un'impostazione della prima mozione “volutamente” vaga.
Mercato del lavoro: la Mozione 2 propone la “semplice” sostituzione delle tipologie contrattuali di lavoro precario e/o di ingresso (esplicitamente somministrazione e collaborazioni in monocommittenza) con un'unica fattispecie, mentre la Mozione 1 propone un ventaglio di proposte che vanno dal mantenimento dei tempi determinati e delle somministrazioni (con le necessarie restrizioni), alla riforma del codice civile sul lavoro economicamente dipendente (dentro cui rientrerebbero le collaborazioni in regime di monocommittenza), alla creazione del contratto di formazione come sostituto di tutte le forme di accesso al mercato del lavoro (ovvero tutte le altre tipologie contrattuali che sono meno utilizzate).
Politiche contrattuali: la Mozione 2 propone il superamento dell'accordo separato e la fine della politica delle compatibilità, una politica salariale che possa essere accanto al fisco una leva per la redistribuzione dei redditi; la Mozione 1 propone il superamento dell'accordo separato determinando il salario in ragione del potere d'acquisto e della distribuzione di produttività, rimanendo nell'ambito della politica concertativa che ha caratterizzato, con pro e contro, gli ultimi 15 anni di storia sindacale
Bilateralità: la Mozione 2 chiede con nettezza il superamento delle ambiguità nella “cogestione”, la Mozione 1 ne difende una parte e ne rifiuta un'altra (ovvero quella sostitutiva di beni pubblici) senza minimamente far riferimento alla degenerazione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, lasciando di fatto sospesa la posizione confederale, che appare poco chiara.
Democrazia economica: la Mozione 2 sostiene di escludere la partecipazione agli utili, mentre la Mozione 1, dopo lungo preambolo, ne ammette la possibilità anche se solo in via aggiuntiva alle dinamiche salariali.
Democrazia partecipativa: apparentemente entrambi i documenti sono accomunati dall'investimento sulla vita democratica dell'organizzazione e nell'ambito della firma degli accordi; la differenza è nella costruzione del percorso democratico che nella Mozione 2 non si limita alla validazone ex ante ed ex post (come nella Mozione 1), ma è un processo che parte dal basso, dai livelli di rappresentanza dei posti di lavoro.
L’azione del Governo
La Mozione 1, chiede al governo di dimostrare se è in condizione di proporre un alternativa credibile di politiche economiche, fiscali, sociali, partendo dalla considerazione che questo ha agito senza un progetto.
La Mozione 2, nel rivendicare la necessità di definire per la CGIL una strategia di contrasto efficace al disegno del governo, riconosce che i provvedimenti su welfare, economia, mercato del lavoro e sul nuovo modello contrattuale perseguono un progetto organico al quale è indispensabile contrapporre le “nostre” priorità.
La DISCONTINUITA' richiesta dalla Mozione 2 si può declinare in:
- Discontinuità rispetto alla politica (di moderazione) salariale: si sceglie la strada della redistribuzione non solo attraverso la fiscalità generale, ma anche attraverso i rinnovi contrattuali, la fonte diretta della ricchezza.
- Discontinuità rispetto alla politica dei NO: si vuole il superamento di una politica di sola resistenza, occorre fare emergere con chiarezza le proposte e farle vivere nel corpo dell'organizzazione.
- Discontinuità nel modo di concepire la confederalità: si vuole il superamento di una logica tutta burocratica (che chiaramente non emerge nella mozione 1, ma nella realtà) della confederalità con l'intento di farla vivere a partire dai luoghi di lavoro. Da qui la proposta di snellire I costi degli apparati a favore del decentramento.
- Discontinuità nella formazione dei gruppi dirigenti: emerge senza equivoci la necessità di operare per un rinnovamento generalizzato del gruppo dirigente.
Quest'ultimo punto, la discontinuità nella formazione dei gruppi dirigenti, appare uno dei tratti distintivi della Mozione 2, che sui temi dell' “autonomia e dell'indipendenza delle decisioni e dei gruppi dirigenti” e sulla questione generazionale all'interno dell'organizzazione, esprime una progettualità forte che la distingue dalla Mozione 1, maggiormente caratterizzata da una sorta di “conservazione dell'esistente”, in continuità con la forma organizzativa e con le pratiche del passato e del presente.
Comparazione per temi
Lavoro-precarietà
La differenza più evidente è la richiesta, da parte de Mozione 1, di ricondurre il grosso delle tipologie contrattuali nell'ambito del contratto di formazione (mantenendo però sia il lavoro in somministrazione che il lavoro a termine che le collaborazioni); da parte della Mozione 2 c'è, invece, la proposta di ricondurre tutti i contratti (con esclusione dei soli contratti a termine e di quelli a causa mista) nella fattispecie unica del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, senza fare differenze tra “economicamente dipendente” e “subordinato”.
Dal punto di vista dell'organizzazione interna, la Mozione 2 propone il superamento del Nidil, esperienza che “in questa modalità organizzativa non fa che rafforzare la disgregazione dei giovani coinvolti e assecondare la lontananza dalle categorie”, e che quindi siano le singole federazioni a rappresentare ed a tutelare i precari, ai quali va esteso il diritto di voto per le Rsu.
La Mozione 2, chiede il superamento delle gare d'appalto al massimo ribasso e clausole sociali per la salvaguardia dei lavoratori, vuole regole diverse per contrastare le delocalizzazioni nei paesi dove il costo del lavoro e la tutela dei lavoratori sono decisamente più basso.
Modello contrattuale e rivendicazioni salariali
La differenza molto complessa è tra una logica ancora concertativa (Mozione 1) ed una di superamento della politica delle compatibilità (Mozione 2): in sostanza, da una parte si propone di determinare il salario in ragione del potere d'acquisto e della distribuzione di produttività, dall'altra di determinarlo con l'obiettivo della redistribuzione dei redditi (il contratto nazionale deve aumentare le retribuzioni reali perché la tassazione non può essere l'unico strumento di riequilibrio). Più netto il documento della Mozione 2 sulla riduzione dei contratti in un'ottica di razionalizzazione per macrocomparti, più timido il documento della Mozione 1 che attribuisce la colpa alle controparti. Sulla contrattazione di secondo livello non vi sono differenze. La Mozione 2 propone la definizione di una salario minimo contrattato di categoria, la Mozione 1 no.
Lavoro Pubblico e beni di pubblica utilità
La Mozione 1 non affronta il tema del Lavoro Pubblico in maniera organica, ma inserendo alcune valutazioni in diversi punti del documento. In generale la Mozione 1 esprime come punto programmatico la necessità di riunificare i “mondi del lavoro” (punto programmatico condiviso da entrambe le mozioni), affrontando il tema in diversi capitoli (contrattazione, welfare, servizi pubblici) ma senza costruire una proposta di riforma. La Mozione 2 affronta in maniera organica il tema del lavoro pubblico, unendolo alla questione dei beni di pubblica utilità, come leva per garantire uguaglianza e giustizia sociale (tema, questo dei servizi pubblici come garanzia di uguaglianza e tutela dei diritti, condiviso dalla due mozioni, ma che la Mozione 2 esprime con maggior vigore). La Mozione 2 pone inoltre particolare accento sulla questione della legalità, e sul legame inscindibile tra pubblica amministrazione trasparente di qualità e lotta alla corruzione, avanzando una proposta di istituzione di un osservatorio che costruisca rapporti sinergici tra gli operatori e le forze di pubblica sicurezza.
Sui beni di pubblica utilità, le due mozioni muovono un medesimo attacco al Dl 135, alla privatizzazione dei servizi pubblici locali.
La Mozione 2 ribadisce la posizione della Cgil, la necessità di mantenere proprietà e gestione pubbliche, chiedendo il ritorno al precedente sistema misto, precisando esplicitamente che la Cgil deve affermare la natura pubblica dell'acqua sia per la proprietà che per le forme di gestione. La scelta fatta invece dalla Mozione 1 è quella di lasciare la “potestà organizzatoria” agli Enti Locali. La “gestione va affidata ad Enti di diritto pubblico”. Questa scelta non evita affatto forme più o meno striscianti di privatizzazione. Come è noto gli enti pubblici economici o secondo alcuni le stesse Spa a totale capitale pubblico possono essere considerate a buon diritto enti pubblici, ma sono non di meno subordinati a logiche di mercato se non di profitto esattamente quanto enti esplicitamente privati.
La posizione della Mozione 2 rappresenta un elemento di coerenza confederale che la Mozione 1 non ha, entrando in palese contraddizione con la reale linea politica di alcune federazioni nazionali e confederazioni locali, che nei fatti avallano la gestione privata.
Nucleare:
Sul tema del nucleare, la Mozione 1 critica il piano energetico del Governo (nel chiedere l'investimento nelle fonti rinnovabili sottolinea il fatto che il nucleare non sia una di queste fonti), ma senza condannare il ritorno al nucleare, cosa che fa invece la Mozione 2.
Mozione 1: Gli aiuti europei conseguentemente devono essere vincolati a tre criteri di fondo: mantenimento dell’occupazione, sviluppo delle fonti rinnovabili (di cui il nucleare non fa parte, e per questo non condividiamo il piano del governo che investe sul nucleare), formazione.
Mozione 2: Per questo esprimiamo la nostra netta contrarietà alle proposte del governo di rilancio del nucleare e di inutili e faraoniche opere pubbliche come il ponte sullo stretto di Messina, nonché di progetti sui trasporti che si rivelino non ecocompatibili e lesivi di territori e popolazioni.
[…]
Occorrono investimenti pubblici nelle nuove tecnologie, nella mobilità sostenibile e nel risanamento ambientale respingendo il ritorno al passato dell’energia nucleare.
Bilateralità
La posizione della Mozione 2 è più netta: si propone di limitare l'utilizzo degli enti e di abolire il trasferimento delle risorse al sindacato.
Mozione 1: Gli enti bilaterali devono essere di esclusiva origine contrattuale. Nel contratto nazionale vanno definiti, salvo quanto già previsto dai CCNL di settori che per la loro peculiarità lo prevedono, compiti e prestazioni, comunque non sostitutive di istituti contrattuali, né del welfare universale, garantendo così una funzione integrativa.
Mozione 2: Il carattere integrativo e contrattuale degli Enti bilaterali. Va contrastata e respinta l’idea, contenuta nel Libro Bianco del governo, della diffusione e sviluppo degli Enti bilaterali. Il carattere integrativo e contrattuale della bilateralità rimane tale solo se il sindacato, e in primo luogo la CGIL, rilancia l’iniziativa per qualificare ed estendere il welfare pubblico e universale.
• Per questo occorre modificare quelle forme di bilateralità che, pur finanziate dai contratti, non erogano alcuna prestazione.
• In nessun caso dagli Enti bilaterali dovranno essere trasferite risorse al sindacato e alle sue emanazioni e remunerazioni ai dirigenti sindacali.
Welfare e ammortizzatori sociali
L'obiettivo comune è di dare al pubblico la priorità sia in termini previdenziali che di assistenza.
Alcune specificazioni che nella Mozione 1 mancano: la Mozione 2 propone una razionalizzazione dei fondi di previdenza contrattuali per dargli più forza, propone che la non autosufficienza ed il reddito minimo di inserimento siano alimentati dalla fiscalità generale, propone di raddoppiare la durata della CIG e di portarla all'80% (contestando l'utilizzo di enti bilaterali per questi scopi).
Azione Confederale
La proposta della Mozione 1 parla di sintesi dei diversi livelli di rappresentanza, quella della Mozione 2 di progetto di trasformazione della società (più coraggioso). Emerge nella Mozione 2 l'accento critico sull'accezione meramente organizzativa – burocratica di cui oggi si sostanzia in gran parte la confederalità. In quest'ottica la Mozione 2 propone anche una diversa impostazione organizzativa.
Democrazia e partecipazione
Entrambi i documenti parlano della necessità di affidarsi al metodo del voto per la validazione degli accordi. L'elemento di differenza è il percorso “dal basso” proposto dalla Mozione 2 che non si limita alla votazione, ma che affronta una riflessione più ampia sulla costruzione della partecipazione a partire dalla rappresentanza dei luoghi di lavoro.
Sulla democrazia economica la Mozione 1 propone una democrazia economica che non sia sostitutiva della contrattazione e che forme di partecipazione agli utili siano aggiuntive alle dinamiche salariali; la Mozione 2 propone una nuova frontiera della democrazia economica che intervenga sulle strategie industriali e le finalità delle produzioni ed escluda la partecipazione sindacale agli assetti azionari e alla distribuzione degli utili come parametro retributivo.
Autonomia del sindacato; classe dirigente; questione generazionale
La questione del rinnovamento della classe dirigente e del coinvolgimento delle giovani generazioni appare, assieme al rinnovamento della forme organizzative in rapporto ai macro-comparti, il punto di maggiore innovazione della Mozione 2. La Mozione 1 produce un'enunciazione di principio sia per quel che riguarda l'indipendenza e l'autonomia del sindacato che per quel che riguarda il rinnovamento generazionale della classi dirigenti. La Mozione 2 affronta entrambe le questioni con maggiore incisività e nettezza, sviscerando il rapporto tra rappresentanza politica e rappresentanza sindacale, scongiurando il collateralismo, senza per questo escludere il sindacato dal dibattito politico.
Altro elemento di distinguo è la nettezza con cui la Mozione 2 pone la questione delle incompatibilità o ad esempio il rifiuto della cooptazione ed il rilancio della democrazia interna, “non escludendo il ricorso alle primarie tra gli strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti”.
Sul fronte del rinnovamento interno, la Mozione 2, partendo da un'analisi critica dell'organizzazione e della sua capacità di inclusione dei giovani e dei soggetti più deboli del mercato del lavoro, avanza proposte statutarie per l'inclusione delle giovani generazioni, andando oltre la loro rappresentazione, e puntando alla loro rappresentanza, con misure che obblighino l'organizzazione a svecchiarsi ed a munirsi di strumenti che le permettano di affrontare un mondo del lavoro nuovo, diverso da quello in cui si sono strutturate le convinzioni diffuse nell'organizzazione e la sua azione sindacale: le cosiddette “quote verdi” nei direttivi di ogni ordine e grado; l'investimento in formazione; la presenza di un under 35 nelle segreterie di ogni ordine e grado; l'investimento nei giovani anche attraverso le agibilità sindacali, i permessi, i distacchi.
Immigrazione:
Il tema dell'immigrazione viene trattato dalle due mozioni con alcune analogie evidenti: condanna del “pacchetto sicurezza”; superamento della Bossi-Fini; chiusura dei Cie.
La Mozione 1 avanza la proposta dell'introduzione dello ius soli, e mette in campo un'analisi di carattere politico-culturale, mentre la Mozione 2, oltre a porre come precondizione per il superamento delle diseguaglianze la conquista di “una universalità dei diritti politici e sociali”, parla espressamente di “lavoratrici e lavoratori migranti”, ponendo cioè l'accento sul godimento dei diritti e delle tutele del lavoro come strumento per acquisire piena cittadinanza, proponendo ad esempio l'estensione del Testo unico sull'immigrazione introducendo i casi di sfruttamento del lavoro tra i requisisti per la concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia.
Informazione e Cultura:
Tale tema non è trattato affatto nella Mozione 1, trova invece un intero capitolo nella Mozione 2.
La Mozione 2 afferma – “L’oscuramento mediatico della crisi e delle lotte dei lavoratori evidenziano la necessità di un impegno forte della Cgil nella tutela: del servizio pubblico radio televisivo, dell’editoria e dell’accesso alla cultura, tutti strumenti fondamentali per lo sviluppo dell’informazione libera, della formazione della persona e di una conoscenza critica.”
Pace:
Entrambe le mozioni partono da una valutazione condivisa di ripudio della guerra come metodo per risolvere le controversie internazionali, ma mentre la Mozione 1 propone una “strategia multilaterale che ponga fine alla missione in Afghanistan”, la Mozione 2 propone “una strategia di uscita del contingente italiano”, esprimendo una posizione di maggior nettezza. Stessa valutazione può essere fatta per quel che riguarda la missione in Iraq: la Mozione 1 sostiene che “va definito a livello delle Nazioni Unite un rapido, progressivo e temporalmente definito ritiro di tutte le forze militari straniere”, mentre la Mozione 2 chiede di “ritirate tutte le truppe estere dall’Iraq”.
Stessa posizione espressa sulla questione israelo-palestinese per quanto riguarda la dismissione delle colonie e la ripresa dei negoziati per il riconoscimento di “due popoli” e “due stati”.
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La CGIL che vogliamo
La CGIL che vogliamo è uno spazio libero nel quale lavoratrici e lavoratori, disoccupati, giovani ed anziani, uomini e donne, meridionali e settentrionali, nativi e migranti possano incontrarsi, riconoscersi ed organizzarsi. E’ così che diventa luogo vero di confronto, proposta e partecipazione.
La CGIL ha detto NO alla politica economica del Governo ed alla scelta del Governo e della Confindustria di imporre con l’accordo separato un sistema contrattuale che colpisce il salario, i diritti e la libertà di contrattazione.
Questi NO sono giusti ma non bastano, se non supportati da decisioni strategiche, proposte innovative e pratiche conseguenti.
Non si tratta infatti di emendare le scelte e le priorità che altri hanno definito, ma bensì di affermare le nostre priorità, le nostre scelte, le nostre esplicite discontinuità per invertire il processo in atto.
Occorre una rinnovata autorevolezza della proposta complessiva e visibilità, estensione ed efficacia della mobilitazione.
Nonostante queste gravi lacune nella nostra azione e dunque nel rapporto con le persone che intendiamo rappresentare, esse guardano comunque a noi come un punto di riferimento forte, a maggior ragione in un contesto politico, economico e sociale così difficile.
La crisi finanziaria, economica e produttiva, la progressiva svalorizzazione del lavoro, la continua messa in discussione dei diritti di cittadinanza, la netta riduzione dei gradi di democrazia e libertà mostrano l’urgenza della ridefinizione di un sindacato confederale forte, autorevole, rappresentativo.
La nostra idea di confederalità è fondata su un progetto di trasformazione della società che fa del principio di uguaglianza e solidarietà, della partecipazione e della democrazia, dei valori sociali e civili della nostra Costituzione, dell’obiettivo della costruzione di un vero spazio sociale europeo basato sull’affermazione dei diritti sociali e del lavoro, l’orizzonte di riferimento.
Sono queste le premesse per un rilancio della confederalità, non più come una sorta di istanza gerarchica superiore ma come una politica e una prassi democratica, che deve vivere concretamente
a partire dal territorio, dal coinvolgimento dei delegati, su obiettivi sociali precisi, su una sintesi più compiuta degli interessi generali del mondo del lavoro, spostando a tal fine risorse e poteri verso i livelli decentrati di categoria e confederali.
Le NOSTRE 7 PROPOSTE
1 Una politica economica e sociale che faccia della redistribuzione della ricchezza e della lotta alla disoccupazione le leve per uscire dalla crisi.
La crisi globale è l’epilogo di un lungo periodo dominato dal pensiero unico neoliberista.
L’obiettivo del cambiamento degli equilibri sociali a favore del mondo del lavoro è oggi, invece, uno strumento fondamentale per uscire dalla crisi con un nuovo modello sociale fondato sulla coesione, la solidarietà e l’uguaglianza data dall’universalità dei diritti.
Va rivendicata una politica economica che anziché sul taglio di diritti del costo del lavoro, punti a competere sull’innovazione, la ricerca e la tecnologia, la scuola e la formazione, il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente. Occorrono investimenti pubblici nelle nuove tecnologie, nella mobilità sostenibile e nel risanamento ambientale respingendo il ritorno al passato dell’energia nucleare. Bisogna dire no alla politica di nuove grandi opere inutili e faraoniche, a partire dal ponte
sullo stretto di Messina, e invece rivendicare e riconquistare il lavoro diffuso, quello per strade, scuole, ospedali, ferrovie, promosso dagli Enti Locali. Occorre un grande programma di investimenti a favore della scuola pubblica e per il diritto allo studio.
Vanno difesi e sviluppati i sistemi pubblici di formazione, previdenza e sanità. Bisogna conquistare nuove politiche pubbliche fondate sulla difesa dell’accesso libero ed eguale ai beni comuni fondamentali dall’acqua, all’energia, all’istruzione, alla sanità.
Occorre una riforma fiscale a favore dei redditi da lavoro dipendente e da pensione, che combatta davvero l’evasione fiscale e contributiva e che tocchi la finanza, i patrimoni e le ricchezze reali.
Il lavoro pubblico va finalizzato al benessere delle persone.
La CGIL si deve impegnare a definire una nuova frontiera per una riforma generale del rapporto di lavoro dei lavoratori pubblici che abbia al centro un sistema contrattuale che riunifichi il lavoro pubblico con quello privato e che riconnetta chi lavora per produrre diritti con i soggetti portatori
di questi diritti. A questo scopo la CGIL, oltre a contrastare con la mobilitazione sindacale e l’azione nei posti di lavoro la controriforma Brunetta, insieme ad altri soggetti e movimenti
promuoverà una legge di iniziativa popolare per una vera riforma del lavoro pubblico.
Nel Mezzogiorno occorre accompagnare un programma di investimenti e di lotta alla disoccupazione con il contrasto alla corruzione ed alle mafie. Lo sviluppo economico sociale
e civile del Mezzogiorno è condizione per la ripresa economica di tutta l’Italia.
2 La lotta alla precarizzazione e alla riduzione dei diritti e delle libertà delle lavoratrici e dei lavoratori.
Vanno semplificati e riunificati i canali di accesso al lavoro, ripristinando la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ( e per questo va superata la legge 30) senza distinzione di tipologia o dimensione aziendale nell’esercizio di tutti i diritti previsti dallo Statuto dei Lavoratori, a partire dall’art. 18.
Vanno ricondotti a fattispecie circoscritte e definite i contratti a termine, mentre vanno superate tutte le altre forme di accesso quali le collaborazioni a monocommittenza e i contratti a somministrazione.
Va fortemente limitato sia l’utilizzo del lavoro supplementare che delle clausole elastiche nel part-time.
Vanno contrastate le pratiche di ricorso agli appalti al massimo ribasso. Nel caso di esternalizzazione dei servizi sia in attività pubbliche (a partire da quelli alla persona) che private, è necessario garantire parità di trattamento a parità di mansioni svolte tra lavoratori dipendenti e quello in appalto.
La lotta al lavoro nero ed al supersfruttamento deve diventare impegno centrale del sindacato e di tutte le istituzioni superando la deregolazione e deresponsabilizzazione affermatesi in questi anni. La tutela della salute e della sicurezza del lavoro devono essere la priorità assoluta. Il diritto al lavoro non può essere messo in alternativa ai diritti nel lavoro.
Le lavoratrici ed i lavoratori migranti hanno diritto alla piena parità ed alla piena cittadinanza superando le vergognose discriminazioni ed i ricatti sul permesso di soggiorno che alimentano supersfruttamento e lavoro nero.
Nell’immediato bisogna bloccare i licenziamenti sia nel sistema privato che in quello pubblico, generalizzando l’utilizzo dei contratti di solidarietà.
Gli ammortizzatori sociali devono avere carattere universale e vanno pertanto estesi a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori senza distinzione e senza legami con la bilateralità. Va superato
il massimale attualmente previsto per la CIG perché si arrivi all’80% della retribuzione e ne va raddoppiata la durata.
Va inoltre ridefinito un Reddito Minimo o Salario sociale, sul modello di altri paesi europei, al quale alcune regioni si sono già ispirate.
3 La fine delle compatibilità definite dal governo nelle rivendicazioni salariali.
Il modello contrattuale frutto dell’accordo separato del 22 gennaio 2009 non può essere soggetto a semplici aggiustamenti, ma va sconfitto. Bisogna respingere il ritorno alle gabbie salariali, al cottimo, al salario discriminatorio, riaffermando il principio per cui a pari lavoro pari salario.
Vanno ricostruite la piena autonomia e libertà di contrattazione sia nei contratti nazionali, che a livello d’impresa.
Bisogna difendere ed estendere la contrattazione collettiva fondata sulla solidarietà.
Occorre un sistema contrattuale che non ponga vincoli alla possibilità dell’incremento delle retribuzioni reali nei contratti nazionali ed alla libertà di contrattare nell’impresa tutti gli aspetti della condizione di lavoro.
Un salario minimo per garantire i lavoratori dei settori più deboli privi di sufficiente forza rivendicativa.
La triennalizzazione prevista dall’accordo del 22 gennaio, in assenza di qualsiasi meccanismo di recupero dell’inflazione reale, soprattutto alla luce di così grandi incertezze del ciclo economico globale e dunque degli andamenti dell’inflazione ha come effetto una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni.
Per quanto riguarda infine le pensioni in essere, vanno incrementate quelle più basse, a partire da quelle da lavoro dipendente, va rivendicato per tutte l’adeguamento reale al costo della vita e un riferimento all’incremento delle retribuzioni.
Va sostenuto il reddito dei pensionati anche attraverso una vertenzialità diffusa a livello territoriale per adeguate politiche sociali e di sostegno (servizi, politiche tariffarie ecc). Va inoltre rivendicato un forte rifinanziamento del fondo nazionale per la non autosufficienza, alimentato dalla fiscalità generale.
4 Tutta l’azione sindacale dev’essere fondata sulla democrazia, cioè sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a scegliere chi li rappresenta e a decidere con il voto segreto sulle piattaforme e sugli accordi.
La conquista di una piena democrazia sindacale che sviluppi una reale partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati, a tutte le scelte dell’organizzazione
sindacale, è la condizione di premessa per l’unità.
Che, così concepita, è strumento indispensabile per tutte le lotte del mondo del lavoro. La pratica degli accordi separati e la scelta di CISL e UIL di rifiutare il voto delle lavoratrici e dei lavoratori su piattaforme ed accordi hanno messo in crisi l’unità. La sua ricostruzione passa ora anche attraverso una legge che garantisca al mondo del lavoro il diritto alla democrazia sindacale.
Va riconosciuta per via legislativa l’ efficacia erga omnes dei Contratti Nazionali di Categoria, validati da criteri oggettivi di misurazione della rappresentanza delle OO.SS. firmatarie e dal referendum delle lavoratrici e dei lavoratori interessati.
5 La contrattazione a tutti i livelli, fondata sulla democrazia, dev’essere la pratica prioritaria dell’organizzazione.
Per questo la CGIL dev’essere ancor più, ma in alcuni casi ridiventare, il sindacato che sta dentro il mondo del lavoro e contratta.
Il modello sindacale fondato sulla contrattazione è oggi alternativo a quello fondato sul servizio assistenziale governato dagli enti bilaterali. Contrattare significa sviluppare una vertenzialità diffusa che si misuri con le diverse condizioni sociali e di libertà del mondo del lavoro e nell’organizzazione del lavoro.
Nella crisi dell’unità sindacale la CGIL deve essere in grado di costruire ovunque pratiche sociali e vertenze anche in assenza di piattaforme unitarie. Questo richiede una pratica della democrazia ed una verifica del consenso delle lavoratrici e dei lavoratori
6 E’ necessario riformare l’organizzazione per un grande processo di sindacalizzazione del lavoro frantumato e diffuso.
La CGIL deve scegliere di riformare la propria struttura organizzativa e conseguentemente di distribuire diversamente le proprie risorse al fine di ridurre gli apparati centrali e regionali a favore della presenza nel territorio e nei luoghi di lavoro; accorpare le categorie in funzione dell’unificazione contrattuale dei lavoratori, partendo dalle federazioni che hanno come controparte immediata i settori industriali della Confindustria; sperimentare strumenti di partecipazione dei lavoratori alle scelte sindacali, in aggiunta alle RSU, quali delegati di reparto e di ufficio, comitati territoriali.
Valorizzare i giovani prevedendo che nella composizione dei comitati direttivi di ogni ordine e grado sia presente una quota non inferiore al 20% di under 35. E’ questa la strada per dare valore vincolante, inserendolo nel nostro statuto, alla presenza di almeno un under 35 nelle segreterie di ogni struttura.
7 Autonomia e indipendenza nella formazione delle decisioni e dei gruppi dirigenti.
Va riaffermato il valore dell’autonomia e/o dell’indipendenza e respinta ogni forma di collateralismo, anche se, per i valori e i progetti sociali di cui è portatore, per gli interessi che
rappresenta, il sindacato confederale non può prescindere dal rapporto esistente tra i programmi elettorali e le politiche degli schieramenti politici e gli interessi della sua area di rappresentanza. L’autonomia e/o indipendenza non significa in alcun modo indifferenza.
Significa invece stare in campo con l’autonomia della nostra proposta strategica di cambiamento e trasformazione della società.
Significa rafforzare le regole dell’incompatibilità e costruire pratiche di selezione democratica
dei dirigenti che escludano la cooptazione dall’alto e favoriscano il rinnovamento e l’accesso diffuso ai ruoli di direzione.
Occorre aprire una grande e libera discussione sulle forme, i modi di coinvolgimento dei nostri iscritti nei processi di formazione delle decisioni e nella formazione stessa dei gruppi dirigenti, non escludendo il ricorso alle primarie tra gli strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti.
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