Il blog di chi vuole informarsi, di chi crede nella resistenza civile non violenta e democratica e spera in una società migliore
giovedì 23 febbraio 2012
Palazzo Barone- idoneità locali- richiesta UAS
"... si chiede di chiarire,...gli ambienti in argomento, anche se privi di finestre, possono essere utlizzati per postazioni lavorative."
Mercegaglia sull'art.18

“Dire ‘vorremmo avere un sindacato che non protegge assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro’, sottointendendo l’idea che il sindacato difendendo l’art.18 farebbe esattamente il contrario, come ha affermato oggi la leader di Confindustria, Emma Marcegaglia, è davvero troppo”. Lo afferma il Segretario Confederale della CGIL, Fulvio Fammoni, che aggiunge: “si possono avere e sostenere tesi e idee diverse, anche in modo forte, ma così si dicono cose non vere che offendono e mettono in discussione il ruolo del sindacato confederale italiano”. La presidente di Confindustria, conclude il dirigente sindacale, “deve smentire queste affermazioni”.
mercoledì 22 febbraio 2012
Art.18, comunicato stampa di R. Dettori

Comunicato Stampa di Rossana Dettori
Segretaria Generale Fp Cgil
Parlare di articolo 18 è una fuga dalla realtà
Nel bel mezzo di un negoziato già abbastanza complesso, l’uscita del Ministro della
Funzione Pubblica sull’utilità di una riflessione comune anche nel pubblico impiego
sull’articolo 18, ci pare un modo per gettare benzina sul fuoco, oltre che un’allusione ad
una presunta non licenziabilità nelle Pubbliche Amministrazioni e ai “privilegi” di cui
godrebbero i lavoratori e le lavoratrici che operano in questi settori.
Basterebbe leggere le cronache di questi giorni per capire che i problemi veri che ci sono
nei servizi non sono la licenziabilità e l’art. 18, bensì la mancanza di personale, i
licenziamenti già avvenuti dei precari (ricordiamo al Ministro che l’addensamento
maggiore di precari risulta essere proprio nelle Pubbliche Amministrazioni) e quelli che
seguiranno nel corso dell’anno, che provocano un decadimento drammatico delle
prestazioni offerte ai cittadini.
Parlare di licenziabilità a fronte dell’emergenza in sanità e in tanti servizi come ad esempio
i nidi comunali, ci pare francamente incomprensibile.
C’è bisogno di aprire un negoziato che affronti problemi per arrivare alle definizione di un
nuovo accordo che si ponga l’obiettivo di far funzionare davvero le Pubbliche
Amministrazioni, una sorta “di piano industriale” che renda esigibili i diritti di
cittadinanza e i servizi ai cittadini e alle imprese.
Queste sono le priorità del Paese.
Continuare a parlare di privilegi e articolo 18 è una pura e semplice fuga dalla realtà.
Roma 21 Febbraio
Nuovo sito della Funzione Pubblica di Palermo
Assemblea Corpo di P.M.


Palermo, 21/02/2012
Prot. N° 217
Al Commissario Straordinario
Al Segretario Generale
Al Comandante della P.M.
OGGETTO: Convocazione Assemblea Sindacale
È convocata l’assemblea sindacale di tutti i dipendenti della Polizia Municipale di Palermo per giovedì 01 marzo 2012 dalle ore 10,00 alle ore 13,00, presso il Comando di Polizia Municipale in via Dogali, per discutere il seguente ordine del giorno:
1. sicurezza personale e tutela giuridica degli operatori della P.M.;
2. incentivo regionale;
3. nuovo sistema di valutazione e produttività (sabato e domenica);
4. P.E.O. (Progressione Economica Orizzontale);
5. indennità di turnazione;
6. elezioni RSU, candidature e programmi;
7. varie ed eventuali
Si richiede la disponibilità di locale idoneo per il regolare svolgimento dell’assemblea e di dare ampia comunicazione della presente ai lavoratori interessati.
f.to
Il Gruppo RSU della P.M. Il Segretario Aziendale
Paola Caselli
martedì 21 febbraio 2012
Partecipa al sondaggio - Primarie del CentroSinistra
Mercato del lavoro - Monti avanti con chi c'è

da www.unità.it
La riforma del mercato del lavoro come la tela di Penelope. A fare e disfare è sempre Elsa Fornero. Il telaio è sempre basato su grandi principi, su riforme epocali: indennità di disoccupazione universale, forte riduzione e disincentivi alla flessibilità cattiva. Poi, però, quando si entra nel dettaglio non si approda a niente: non ci sono risorse e, soprattutto, le proposte sono fumose, non ci sono dati («si spera di averli giovedì»), nessun numero. Il tutto aggravato dal fatto che la ministra non si degna mai di commentare l’esito degli incontri per fare “sparate” nei giorni successivi, dovendo poi sempre fare retromarcia. E allora ieri il quarto incontro della trattativa, a detta di tutte le parti, è stato «interlocutorio». Riunite per la prima volta nella sala Gino Giugni del ministero del Lavoro a via Veneto, le parti sociali sono rimaste nuovamente deluse dall’atteggiamento della padrona di casa. Sul tavolo aleggiavano le parole appena ribadite da Mario Monti a piazza Affari: «Sia io sia il ministro Fornero siamo molto fiduciosi che entro il termine che ci siamo dati di fine marzo potremo presentare al Parlamento un provvedimento. Lo presenteremo comunque, speriamo di presentarlo con l'accordo delle parti sociali ». La dichiarazione non è una novità, né per il premier né per Fornero. Resta però il fatto di averlo ripetuto a poche ore da un incontro tra le parti. E difatti chi non l’ha presa per niente bene è stato Raffaele Bonanni, il più duro nel rispondere tra i sindacalisti: «È un refrain che inizia a puzzare». Cerca di «vedere il positivo » invece Susanna Camusso che commenta:«Noto che il premier parla sempre più spesso di accordo e questa parola all’inizio della trattativa era sconosciuta». Detto questo, la leader Cgil è stata meno tenera sull’esito dell’incontro: «Usciamo con molti più interrogativi che certezze, sui contratti in ingresso ci sono stati passi indietro». Per Luigi Angeletti «fare una riforma partendo dal presupposto che non deve costare è illogico », mentre per Giovanni Centrella (Ugl) «con questi presupposti meglio lasciare il sistema attuale». Si doveva parlare di ammortizzatori sociali e da qui è partita Elsa Fornero. Sulla tempistica Fornero ha parlato di «autunno 2013», ma sia Camusso che Marcegaglia sono d’accordo sul fatto che sia prematuro fissare una data «a crisi in corso».
I BISTICCI DI ELSA Non sono mancati momenti di tensione. Il primo è stato tutto interno al governo. Si parlava di crisi aziendali ed Elsa Fornero ha tentato più di una volta di avere il conforto di Corrado Passera sulla riforma degli ammortizzatori. Ma il titolare dello Sviluppo economico (e delle centinaia di tavoli per crisi aziendiali) ha declinato l’invito a intervenire: «Oggi il governo parla con una voce sola».Ma la faccia «diceva esattamente il contrario», confida più di un presente. La ministra ha poi bacchettato nuovamente i sindacati che facevano notare come il sistema di ammortizzatori esistente stia funzionando bene. «Ecco, voi difendete sempre l’esistente, io invece guardo avanti, ai giovani e al futuro, non mi posso fermare all’esistente». Il terzo “bisticcio” è stato quello con il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari quando, in conclusione di riunione, si è tornati a parlare di contratti d'ingresso. Mussari, come tutte le imprese che produrranno un documento comune in materia entro giovedì, ha fatto presente di non essere in grado di avanzare delle proposte se prima l'esecutivo non farà chiarezza sulla partita della flessibilità in uscita e, dunque, sull'articolo 18. «Allora lei è poco disciplinato e vuol sapere già il voto finale», ha risposto secca Fornero. Di contratti si parlerà giovedì come di politiche attive del lavoro (incentivi alla stabilizzazione), il primo marzo invece si affronterà il delicatissimo tema della flessibilità in uscita. Sull’articolo 18 ieri c’è da segnalare la presa di posizione direttore generale di Bankitalia, FabrizioSaccomanni, per il quale l'articolo 18 «non è il nodo» della riforma, «ci sono problemi di carattere generale sul funzionamento del mercato che devono essere affrontati in maniera più organica
Massimo Franchi
Comune verso il dissesto?

da www.linksicilia.it
La notizia non è ancora ufficiale, ma già circola da qualche giorno. Non è da escludere che, a breve, il commissario straordinario del Comune di Palermo, Prefetto Silvia Latella, formalizzi la dichiarazione di dissesto finanziario del Comune di Palermo. Non sembra ci siano alternative a questa via. Anche l’incontro di qualche giorno fa, a Roma, tra i vertici del Comune e i rappresentanti del governo nazionale non ha lasciato molti spiragli.
Del resto, la situazione è quella che è. L’ex sindaco della città, Diego Cammarata, dimettendosi, ha detto che il bilancio del Comune è “sano”. Dichiarazione avventata, se non ipocrita. Perché se è vero che il conto economico del Comune, nonostante il proliferare dei debiti fori bilancio, era, bene o male, sotto controllo, lo stesso non può dirsi dei bilanci delle società Municipalizzate, cioè controllate dallo stesso Comune. Si tratta di Amia (la società che si occupa dello smaltimento dei rifiuti), di Amat (trasporto pubblico citadino) e Gesip (lavori vari, tutti pagati dalla stessa amministrazione comunale).
E’ la storia – la solita storia – dei novemila precari che la passata amministrazione comunale (con il concorso di quasi tutta la politica cittadina) ha ‘stabilizzato’ con contratti a tempo indeterminato nei ranghi dell’amministrazione comunale. Un’amministrazione che, fino al 2001 contava 10 mila dipendenti pubblici (che erano già tanti, tantissimi). Ma che, dopo le folli stabilizzazioni, sono diventati 19 mila. Impossibile trovare i soldi per pagare a tutti lo stipendio.
Negli ultimi due anni per pagare le follie della politica palermitana è intervenuto il governo nazionale retto allora da Berlusconi. Ora con 80 milioni di euro, ora con 50 milioni di euro, ora con 40 milioni di euro e via continuando. Soldi a ‘babbo morto’, serviti solo a pagare gli stipendi. Lasciando ai successori – in questo momento al Prefetto Latella – una situazione che non è più gestibile. Soprattutto con un governo nazionale – il governo Monti – che è nato per risanare i conti del nostro Paese e non per avallare le follie della politica di Palermo.
Qual è, in questo momento, la situazione finanziaria? Mancano – o meglio, non sono ancora state rese pubbliche le cosiddette ‘relazioni di dettaglio’ su Amia, Amat e Gesip. Si conoscono solo indiscrezioni che, se confermate, sarebbero già gravi. Nel complesso, le tre società presenterebbero un deficit di 100 milioni di euro a testa. Anche se c’è chi giura che, 300 milioni di euro di deficit, è una stima troppo ‘ottimistica’. La situazione, insomma, sarebbe ancora più grave.
La novità – che poi potrebbe essere il motivo della ‘fuga’ di Diego Cammarata dalla poltrona di sindaco – è che quest’anno il Comune deve presentare un bilancio consolidato. Ovvero un bilancio on dentro anche la situazione finanziaria e contabile di Amia, Amat e Gesip. E questo, a quanto si dice, avrebbe fatto saltare i conti, rendendo ormai inevitabile il ricorso alla dichiarazione di dissesto finanziario da parte del commissario Latella.
Beni confiscati alla mafia, Sicilia al palo

da www.siciliainformazioni.it
Il ministro della Giustizia, Severino, e il Procuratore generale antimafia, Piero Grasso, hanno recentemente affermato che il codice antimafia vigente può essere rivisto e che anche alcuni tabù, come la certificazione antimafia, che burocratizza in modo deleterio l’attività delle imprese. Fino a qualche giorno fa sarebbe stato oltremodo audace e, per certi versi, rischioso mettersi di traverso sul certificato antimafia. Si può essere sospettati di contiguità, collusione o intelligenza con il crimine.
Tolto di mezzo questo tabù, è possibile fare altro?
Probabilmente sì, visto che si tratta di una questione “esterna” al rapporto con i clan, ma interna alla pubblica amministrazione.
Non sono in molti, infatti, a conoscere come stanno le cose grazie al codice antimafia, al riguardo dei beni confiscati alla mafia. Accanto ai problemi molto dibattuti, come i tempi del processo e le modalità di acquisizione dei beni, ce ne sono altri che interessano da vicino la Regione siciliana e gli enti territoriali.
Nell’Isola sono ubicati il 45 per cento degli immobili confiscati alla mafia, ma la Regione siciliana, e con essa le amministrazioni locali, non contano un tubo quando c’è da utilizzare il bene confiscato.
Perché?
Il pregiudizio di affidabilità non c’entra, anche se tutto fa pensare che possa averci messo lo zampino. La Regione e gli enti locali stanno in coda nell’elenco degli enti beneficiari degli immobili sequestrati. Solo nel caso in cui le amministrazioni statali e l’Agenzia per i beni confiscati non ne chiedono l’uso, la Regione siciliana o il Comune, la Provincia, può concorrere e fare istanza per ottenere l’utilizzo dell’immobile.
Quale sia la ratio di queste priorità non è riuscito a spiegarcelo nessuno. Il risultato è che la Sicilia in questo modo viene penalizzata due volte: la prima, perché subisce la mafia, il bene è stato ottenuto dalla cosca a causa di comportamenti illeciti, con la conseguente distorsione del mercato, impoverimento della parte lesa ecc; la seconda, a causa dell’attribuzione allo Stato del ricavato della vendita dell’immobile “siciliano” tolto alla famiglia di mafia.
E non è finita: la Regione siciliana paga l’affitto allo Stato per l’uso di beni sequestrati alla mafia e trasferiti al patrimonio dello Stato. “E’ auspicabile,ha affermato di recente l’assessore all’economia, Gaetano Armao, che le Regioni che utilizzano gli immobili confiscati assegnati al demanio dello Stato (anche se appartenenti a società oggetto del provvedimento di confisca), siano sgravate dei costi che in atto sostengono, com’è il caso dei costi ingenti per gli affitti a fini pubblici dei predetti immobili, che in atto gravano pesantemente sull’erario regionale. La sola Regione siciliana spende oltre sei milioni di euro l’anno”.
L’assessore, in verità, ha evidenziato anche “l’incompatibilità delle previsioni del c.d. Codice antimafia con l’art. 33 dello Statuto che assegna alla Regione i beni appartenenti allo Stato e da esso non direttamente utilizzati”.
La Conferenza delle Regioni, al termine della relazione, ha richiesto audizione alle Commissioni parlamentari per proporre le modifiche al testo governativo. “Nell’attuale formulazione del c.d. Codice antimafia (artt. 55 e segg.) le Regioni e gli altri enti territoriali sono posti soltanto alla fine dell’elenco dei soggetti beneficiari dei beni confiscati, in termini residuali e, pertanto, inaccettabili”, ha osservato Armao: “la scelta del Governo nazionale sembra individuare Regioni ed enti territoriali come soggetti ai quali i beni possono essere conferiti in via sostanzialmente marginale, solo dopo che le amministrazioni statali e l’Agenzia per i beni confiscati non ne richiedano l’assegnazione. Altro aspetto significativo riguarda il mancato coinvolgimento delle Regioni nella individuazione degli enti territoriali locali. In particolare questa scelta può provocare ritardi nell’adozione delle procedure e difficoltà gestionali”.
Milazzo, graziato dal Pres. della Repubblica

da www.repubblica.it
Giorgio Napolitano "grazia" il sindacalista ribelle. Il Capo dello Stato ha annullato l'avviso orale del questore al sindacalista della Cgil Pietro Milazzo, diffidato dall'allora questore di Palermo, Alessandro Marangoni per le sue attività in favore di senzatetto e disoccupati.
L'avviso orale, previsto dalle norme del 1956, in un crescendo di sanzioni che arriva fino alla sorveglianza speciale, era scattato a settembre del 2008, dopo l'ennesima contestazione che aveva visto Milazzo alla testa del comitato di lotta dei senza casa. Contro il provvedimento che il questore aveva giustificato sul piano formale, sostenendo "la pericolosità sociale" di Milazzo, si era levato un coro di solidarietà. Con una raccolta di firme che aveva mobilitato attivisti e intellettuali in tutta Italia. Tanto più che solitamente la misura dell'avviso orale viene adottata nei confronti di criminali incalliti e mafiosi.
I legali, Giorgio Bisagna e Armando Sorrentino, difensori di Milazzo, avevano presentato ricorso al prefetto che lo aveva respinto. Quindi, potendo scegliere tra il Tar e il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, hanno scelto la seconda ipotesi, inappellabile. Sul piano formale l'annullamento del provvedimento del questore è stato giustificato dal Quirinale, con l'assenza dei requisiti di pericolosità che erano stati avanzati dagli uffici di polizia e smentiti dal parere del Consiglio di Stato. In particolare, contro Milazzo, erano stati opposti precedenti penali che in realtà erano cancellati.
Si trattava di vecchie denunce per manifestazioni non autorizzate, nel 1972 e nel 1974, legate alla sua attività politica per le quali, nonostante le condanne, Milazzo aveva ottenuto la piena riabilitazione già nel 1993.
Ora il Capo dello Stato mette la parola fine a una vicenda che aveva provocato indignate reazioni all'idea di una risposta repressiva di fronte alla rivendicazioni di diritti elementari come quelli della casa e di un alloggio, che Milazzo aveva sostenuto con manifestazioni simboliche e una serrata contestazione all'inerzia dell'amministrazione Cammarata culminata nel sit-in in occasione del Festino di Santa Rosalia.
lunedì 20 febbraio 2012
tetto stipendi alti dirigenti P.A.

“Il tentativo di fuga dal tetto retributivo dei dirigenti pubblici da parte di altissime figure di 'grand commis' non è edificante né consono alla stagione che il paese sta vivendo: un'altra prova di scarso senso dello Stato e di profonda iniquità”. Così il responsabile del dipartimento settori pubblici della CGIL nazionale, Michele Gentile, commenta le indiscrezioni “sull'emergere di interpretazioni capziose e limitative” del tetto retributivo posto a 304 mila euro.
Il dirigente sindacale si augura che “il Governo, forte anche della normativa vigente e della disciplina degli incarichi, non acconsenta a tale tentativo ribadendo l'immediata validità della nuova normativa contenuta nel decreto 'Salva Italia'. Crediamo sia altrettanto necessario rivedere complessivamente la normativa dei pluri incarchi, e delle 'pluri' retribuzioni, che vanno bloccati”, conclude Gentile.
L’articolo 18 norma di civiltà

"Una norma di civiltà». Non ha dubbi Susanna Camusso, intervistata da Fabio Fazio a Che tempo che fa, quando parla di articolo 18. Il segretario della Cgil ha espresso il suo parere ieri, il giorno prima di un nuovo incontro al tavolo aperto dal governo per discutere di mercato del lavoro. Questo pomeriggio infatti sindacati ed esecutivo riprenderanno a cercare un punto di intesa. Anche se a riguardo la Camusso si è mostrata molto prudente: «È un po’ presto per dire che siamo vicini».
TEMPO Il segretario della Cgil ieri da Fazio ha illustrato le sue idee su lavoro, governo e ruolo dei sindacati. Ricordando per esempio come l’articolo 18 sia «esistito per tanti anni, anche di crescita, e nessuno aveva mai sollevato il problema. Che ci sia in questo momento un carico del tutto ideologico nella questione, è fuori discussione, ma non si può cambiare l'articolo 18 nella sua sostanza, perché non si può licenziare se non c'è un giustificato motivo». Secondo il segretario Cgil si tratta di «una norma di civiltà ma soprattutto una norma deterrente, visto che il contenzioso giudiziario sull'articolo 18 è basso, non ha numeri infiniti. Questa norma non si può indebolire, perché il messaggio che verrebbe ricavato non è di una maggiore efficacia economica ma piuttosto un “potete fare quello che volete” che porterebbe ad una forma di servitù. Bisognerebbe cambiare qualcosa d’altro: un procedimento giudiziario per un licenziamento dura sei anni, questa è un'incertezza eccessiva sia per il lavoratore che per l'impresa. In questo caso il problema non è cambiare l'articolo 18 ma trovare procedure per risolvere contenziosi in tempi più rapidi». La Camusso si è nuovamente espressa anche in difesa della cassa integrazione: «Quando la ministra del lavoro, Elsa Fornero, dice con troppa scioltezza che la Cigs si può eliminare, dice una cosa non vera. I sussidi non bastano, perché l'indennità di disoccupazione ha due fondamentali difetti: dura 8/10 mesi per il60%dell'ultima retribuzione. quindi molto meno della cassa integrazione. Non è uno strumento universale e dura di meno».
SERVONO RISORSE «Se bisogna trovarlo, questo strumento universale» ha continuato la Camusso «servono le risorse. Dove le troviamo? In parte dalla contribuzione, in parte dalla cassa retribuzione in deroga, in parte bisogna servirsi delle risorse che sono state utilizzate per gli ammortizzatori straordinari. In tal senso si potrebbe pensare poi ad un'imposta patrimoniale progressiva, alla lotta all'evasione. I soldi si può e bisogna trovarli». Per quanto riguarda poi l’incontro di oggi con il governo, la Camusso si è detta convinta della «necessità che il Paese abbia un intervento sul mercato del lavoro e credo sia necessario farlo con il contributo delle parti sociali. Ma per dire che siamo vicini, è un pò presto». Quindi una proposta: «Penso che le pensioni e le retribuzioni sopra un certo reddito, per una quota, dovrebbero essere pagate in titoli di stato. Questo vuol dire riportare il debito nel nostro Paese, non darlo alla speculazione e dire alle banche di investire i soldi che hanno nell'economia reale. Io vedo soprattutto una cosa da fare in questa fase: sollecitare le banche a dare credito alle imprese e alle famiglie». LE REAZIONI La presenza del segretario della Cgil alla trasmissione di Fabio Fazio, non è piaciuta a tutti. La Cisl, che oggi siederà accanto alla Cgil al tavolo, su Twitter ha attaccato Fabio Fazio per la scelta di invitare la Camusso ed al contempo per «l' esclusione scientifica e reiterata del nostro sindacato. Fabio Fazio è il conduttore più pagato e più settario della Rai». Il segretario della Cisl però ieri, nelle sue dichiarazioni, è apparso piuttosto vicino alla collega della Cgil: «Parlare di rimuovere i sostegni, come la cassa integrazione, significa buttare un cerino in un bidone di benzina. Il Paese aspetta una rassicurazione su questo ed inoltre il governo deve capire che se per il lavoro è importante la riforma, la cosa più importante è come si lavora. Senza una buona economia non c'è lavoro». «Non vorrei» ha aggiunto Bonanni «che tutto ciò nascondesse l'intenzione di rimuovere la Cassa in deroga per risparmiare. Noi possiamo anche essere disposti ad incontrare il governo a mezza strada,ma il governo deve incontrare a mezza strada no. Ci vuole buona volontà da parte di tutte le parti in causa»
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