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mercoledì 4 gennaio 2012

Art.18. A volte ritornano per fare ulteriori danni, in nome dell'Europa



Superare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. L'obiettivo, a pochi giorni dall'avvio del confronto con sindacati e Confindustria, rientra nell'agenda del governo. Anche se forse non ne era mai uscito. Era stato solo sapientemente accantonato dopo la bufera provocata dalle parole del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che aveva invitato i sindacati a discuterne senza tabù.

D'altra parte è l'Europa (dalla Commissione alla Banca centrale) che ha chiesto all'Italia di cambiare le regole sui licenziamenti individuali, e su quell'indicazione il premier, Mario Monti, non ha alcuna intenzione di fare orecchie da mercante.

"Siamo stati chiamati per fare queste cose", ripete il Professore in questi giorni ai suoi diversi interlocutori. "Dobbiamo farle anche senza l'accordo di tutti. Questo è il nostro compito altrimenti non ci avrebbero chiamati. Tra un anno ce ne andremo. E questa è pure la ragione per cui non possiamo accettare veti". Né da parte della Cgil di Susanna Camusso, né da parte dei partiti che hanno dato il loro consenso al programma del governo tecnico fortemente voluto dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
È una questione di credibilità. "Perché questo è il nostro problema centrale: il deficit di credibilità", insiste Monti. "Altrimenti - aggiunge - lo spread non calerà mai". Tra due giorni Mario Monti comincerà il suo tour europeo: prima a Parigi per un convegno, ma dove dovrebbe incontrare anche Nicolas Sarkozy, poi, il 18 gennaio, a Londra con il primo ministro David Cameron, infine il previsto vertice trilaterale Roma-Parigi-Berlino.

Monti si giocherà così la sua partita sulla flessibilità in materia di riduzione del debito in una fase negativa del ciclo economico. E l'ampiezza dei margini di manovra del nostro premier dipenderanno proprio dalle decisioni di politica economica che saprà prendere. Dunque difficile presentarsi al tavolo con Sarkozy e Merkel dicendo che sull'articolo 18 (considerato in Europa un'anomalia tutta italiana) non si può far nulla perché i sindacati non lo permettono e una parte del Pd nemmeno.

Questo, dunque, è il contesto in cui si sta muovendo il governo, convinto di avere una sponda decisiva al Quirinale. Ma questo spiega molto del crescente nervosismo con il quale ci si sta avvicinando agli appuntamenti della prossima settimana tra il ministro Fornero e i rappresentati di tutte le parti sociali.

Il governo ha deciso di incontrare separatamente le singole organizzazioni. Un'impostazione che ha fatto imbufalire la Camusso la quale vede così chiaramente l'intenzione di non voler aprire alcuna trattativa. Ed è esattamente questo il metodo scelto dall'esecutivo. Non la concertazione triangolare tipica degli anni Novanta spesso inconcludente, bensì lo schema del dialogo sociale europeo: si ascoltano le opinioni di tutte le parti in causa su un tema ben delimitato (in questo caso il mercato del lavoro), ma poi si prendono i provvedimenti senza scambi.

Appunto: senza negoziati. Questa è la missione del governo tecnico, secondo la concezione dello stesso premier. D'altra parte è il medesimo metodo che ha portato nell'arco di pochi giorni a una riforma strutturale delle pensioni che i sindacati, e la loro base, hanno finito per subire, praticamente senza reazione, se si esclude uno sciopero di mezza giornata: non era mai successo, dal 1967 in poi, che le confederazioni venissero del tutto tagliate fuori dalla definizione di una legge sulla previdenza. Pure questo è un segno dell'emergenza nella quale opera il governo Monti.

E l'emergenza impone tempi stretti. Monti e Fornero puntano a chiudere rapidamente anche il capitolo del mercato del lavoro. Non c'è comunque ancora una dead-line, di certo non lo è la data del 23 gennaio in cui è prevista la prossima riunione dell'Eurogruppo. "Ma prima si fa e meglio è", spiegano al Lavoro dove i tecnici stanno preparando la proposta-Fornero.

Formalmente l'articolo 18 dello Statuto (la legge 300 del 1970) non sarà toccato. Continuerà ad essere valido per i lavoratori ai quali (quelli delle imprese con più di quindici dipendenti) già si applica. Per i nuovi assunti, per i disoccupati e per quanti lavoreranno per nuove aggregazioni aziendali, però, cambierà tutto.
Sarà seguita la proposta del "contratto unico" presentata dal senatore del Pd, Pietro Ichino: licenziamento individuale possibile per motivi economici, tecnici o organizzativi ma al posto del reintegro nel posto di lavoro l'impresa dovrà corrispondere al lavoratore un'indennità economica decrescente nell'arco di un triennio durante il quale questi sarà impegnato in un piano di ricollocazione.

La Confindustria sta preparando un confronto sui costi dell'indennità nei diversi paesi europei. Per oggi è previsto un incontro tra la Fornero e Ichino. E i sindacati, per ora fuori dal gioco, protestano.

Galli, n.2 di Confindustria, dichiarazioni sul lavoro pubblico-nota di R. Dettori


"Le dichiarazioni di Giampaolo Galli non sono una novità. Da tempo Confindustria propone il licenziamento dei dipendenti pubblici. Si chiama populismo e punta alla pancia della gente. Da irresponsabili", con queste parole Rossana Dettori, Segretaria Generale dell'Fp-Cgil Nazionale, commenta le dichiarazioni del Direttore Generale di Confindustria.

"Il grande assente del dibattito di queste settimane è la programmazione, tanto nella politica industriale quanto nella pubblica amministrazione. All'azione di questo Governo manca una 'vision', un orizzonte che non sia la riduzione della spesa fine a se stessa. In questo, Galli - continua Dettori - è in linea con i tempi: non ha idee, preferisce raschiare il fondo facendo pagare il costo interamente ai ceti meno abbienti e punta il dito sul solito capro espiatorio, il lavoro pubblico".

"Galli, come molti altri, è in mala fede. Prova a convincere il Paese che si possa uscire dalla crisi come fanno molte aziende italiane, senza innovazione, senza modernizzazione, senza investimenti. La stessa ricetta che Confindustria propone da anni e che ha messo in ginocchio il sistema delle imprese. L'unica soluzione sembra essere il licenziamento, il taglio dei salari e la riduzione, quando non la vera e propria privatizzazione, dei servizi ai cittadini. Un luogo comune - conclude la sindacalista - che è alla radice del nostro declino".


Roma, 3 gennaio 2012

martedì 3 gennaio 2012

Qualità della vita, 7 città siciliane negli ultimi quattordiciposti


da www.http://www.siciliainformazioni.it
Sette città siciliane negli ultimi quattordici posti. Sempre peggio, un autentico record. Per il Sud, per la Sicilia. In coda Trapani, preceduta da Enna, Catania, Agrigento, Caltanissetta, Messina e Palermo). È la consueta inchiesta annuale di ItaliaOggi sulla qualità della vita, a ratificare la condizione di “minorità” del Mezzogiorno d’Italia. La prima città del Sud, Potenza, occupa il 61esimo posto della classifica generale. Appena sei città meridionali migliorano le loro posizioni rispetto al 2009, tutte le altre precipitano verso il basso. Quelle che starebbero meglio in Sicilia sono Palermo (89esima) e Messina (90esima). Il condizionale è d’obbligo, perché avere Trapani fanalino di coda e le due città metropolitane meglio attrezzate qualche dubbio lo lascia.

Catania è seguita da Enna e Trapani. Fra le due città siciliane c’è Napoli, nientemeno. Fra Messina e Caltanissetta (96esima) ci sono solo città meridionali: Foggia, Crotone, Oristano, Benevento e Vibo Valentia; fra Caltanissetta e Agrigento (99esima), si collocano Brindisi e Imperia, una eccezione.

Trento rimane per il secondo anno consecutivo al primo posto nella classifica elaborata dall’Università La Sapienza di Roma per ItaliaOggi. Chiedersi quanto sia aderente alla realtà la ricerca è legittimo, prendere atto che le cose potrebbero stare effettivamente così come la classifica le descrive impietosamente è altrettanto legittimo.

Difficile scrollare le spalle e fare finta di niente: la modesta qualità della vita nel Sud è acutamente percepita dalle popolazioni locali, e l’idea che con la fantasia, il buonumore, le qualità caratteriale si possa bilanciare il gal di infrastrutture e di servizi incontra sempre meno sostenitori con il passare degli anni. Anzi, si fa strada l’opinione che il dato caratteriale favorevole, insieme al sole ed il mare, siano nient’altro che alibi per rendere la pillola meno amara e in qualche misura imbrogliare le carte. I servizi sociali e le infrastrutture dipendono dal buon governo (o dal cattivo governo), il buonumore (presunto), il sole e il mare (quel che rimane), arrivano da lontano (cultura, tradizione, Dna ecc).

In controtendenza un dato: il livello di benessere migliora nei grandi centri urbani piuttosto che nelle piccole città, la qualcosa sembra sfatare l’idea ben consolidata che se si vuole stare tranquilli occorre scappare dalle metropoli.

Una osservazione, a questo punto. Gli indicatori con cui è stata realizzata la ricerca potrebbero portarci fuori strada. Se ci si affida al conto delle strutture del tempo libero per fare la pagella, è ovvio che a spuntarla siano le grandi città. Impossibile trovare centri di aggregazione, locali pubblici dedicati al tempo libero ed al divertimento, in piccoli centri. Solo nelle grandi città sono realizzabili e remunerativi. Chi investe in strutture di questo tipo lo fa, naturalmente, nelle metropoli.

La popolazione delle grandi città ha perciò ripreso ad aumentare, dopo gli anni ottanta, grazie alla migliore qualità della vita. In venticinque anni circa Roma è cresciuta di un milioni di abitanti (da 3 a 4 milioni), più o meno la stessa cosa è avvenuta a Milano.

Le metropoli regalano un’offerta importante nel campo dell’istruzione, grazie alla presenza delle università.


Ecco la classifica generale realizzata da ItaliaOggi:

1 TRENTO
2 BOLZANO
3 PORDENONE
4 MANTOVA
5 REGGIO EMILIA
6 BELLUNO
7 PARMA
8 VICENZA
9 CUNEO
10 TREVISO
11 VERONA
12 VERBANO-CUSIO-OSSOLA
13 UDINE
14 SIENA
15 PESARO E URBINO
16 LODI
17 BERGAMO
18 RAVENNA
19 SONDRIO
20 ROVIGO
21 ANCONA
22 AOSTA
23 LECCO
24 MODENA
25 FORLI
26 COMO
27 VARESE
28 PERUGIA
29 BRESCIA
30 NOVARA
31 FERRARA
32 CREMONA
33 PADOVA
34 MACERATA
35 PISA
36 AREZZO
37 GORIZIA
38 PIACENZA
39 LIVORNO
40 BOLOGNA
41 VERCELLI
42 FIRENZE
43 ASTI
44 TERNI
45 ASCOLI PICENO
46 MILANO
47 TORINO
48 GROSSETO
49 LA SPEZIA
50 PAVIA
51 ROMA
52 CAMPOBASSO
53 BIELLA
54 VENEZIA
55 RIMINI
56 TRIESTE
57 RIETI
58 LUCCA
59 PISTOIA
60 ALESSANDRIA
61 POTENZA
62 L'AQUILA
63 RAGUSA
64 MASSA-CARRARA
65 FROSINONE
66 TERAMO
67 MATERA
68 PRATO
69 PESCARA
70 COSENZA
71 LATINA
72 BARI
73 CHIETI
74 SIRACUSA
75 CAGLIARI
76 VITERBO
77 SASSARI
78 SAVONA
79 TARANTO
80 GENOVA
81 ISERNIA
82 SALERNO
83 LECCE
84 NUORO
85 REGGIO CALABRIA
86 AVELLINO
87 CATANZARO
88 CASERTA
89 PALERMO
90 MESSINA
91 FOGGIA
92 CROTONE
93 ORISTANO
94 BENEVENTO
95 VIBO VALENTIA
96 CALTANISSETTA
97 BRINDISI
98 IMPERIA
99 AGRIGENTO
100 CATANIA
101 ENNA
102 NAPOLI
103 TRAPANI

Europa, no diktat, può attendere


intervista di P. Baroni
Serve un piano per il lavoro» dice Susanna Camusso. Perché la situazione è grave e di qui in avanti non può che peggiorare. Non occorre ridurre le tutele, nè aumentare il debito pubblico, di certo però sulla trattativa col governo non può pendere ancora la spada di Damocle dell’Europa. «La fretta produce sempre cattivi accordi».

Segretario, cosa vi fa dire che la crisi è così grave?
«I numeri delle ore di cassintegrazione e delle aziende in crisi confermano brutalmente che per il terzo anno di fila la cassa integrazione è a livelli record: 1 miliardo di ore e quasi 10mila fabbriche interessate. A questo bisogna poi aggiungere il numero di vertenze di grandi gruppi che si stanno aprendo e che producono sempre un trascinamento su fornitori e piccole imprese. L’altro fattore che preoccupa è il continuo calo dei consumi: il dato del 2011 rischia di rafforzarsi e porta con se la chiusura di una infinità di piccoli esercizi commerciali».

Siamo nel tunnel della recessione.
«Si. E credo che andrebbe fatto qualche ragionamento sul fatto che se piccole e medie imprese ormai da tre anni sono con la cassintegrazione in deroga probabilmente si tratta di aziende che non hanno più uno spazio di attività: la riduzione della produzione, che tutti i dati dall’autunno in poi hanno iniziato a dare, sta diventando insomma strutturale».

Il governo questa situazione ce l’ha presente?
«Bisogna farglielo capire, ma spero proprio che questa situazione ce l’abbia presente. Anche gli ultimi dati di Confindustria, del resto, non danno una fotografia molto diversa. E’ evidente però che una cosa il governo ha gravemente sottovalutato, ed è un problema che resta aperto: nel cambiare così bruscamente, ed erroneamente, le norme pensionistiche non ha infatti tenuto conto dei contraccolpi sul mercato del lavoro. C’è un mondo, che non è fatto - come dice il presidente del Consiglio - dei lavoratori in mobilità, ma che è fatto di migliaia di lavoratori che stavano in un piccolo esercizio, in una piccola attività, che hanno deciso di licenziarsi perché avevano abbastanza vicino il traguardo di una pensione che ora non arriva invece più. Ed ora non solo sono disoccupati, ma avendo 58-59 anni nessuno offre più loro un posto. In un mercato del lavoro così debole è stato un grosso errore prolungare di 5-6 anni l’età della pensione».

Nella telefonata con Monti vi siete limitati agli auguri oppure avete già fissato dei temi o delle date per incontravi?
«No, non abbiamo accennato a date: ci vedremo nei prossimi giorni. Io l’ho presa come una conferma dell’impegno del governo ad aprire il confronto».

Confronto che secondo il premier dovrà avvenire con tempi rapidi, perché il 23 vuole andare a Bruxelles con qualche novità anche sul lavoro.
«Credo che continuare a farci dettare i tempi da Bruxelles sia un altro errore, fatta la manovra non doveva arrivare il momento del confronto con l’Europa come ci hanno detto nei loro messaggi di fine anno sia Napolitano che Monti? Nelle trattative si può fissare la data di inizio, non quella di chiusura, e l’esperienza della manovra di dicembre ci dice che occorre fare le cose per bene, non con urgenza. Perché non stiamo facendo teoria ma stiamo discutendo delle condizioni materiali delle persone in difficoltà, perché non hanno il lavoro, o lo stanno perdendo o non sanno con quali regole vi entreranno».

A parte le diatribe sull’articolo 18, è pensabile avviare un discorso a tutto campo sulla materia lavoro, senza pregiudizi o veti?
«Il Paese è messo molto male, la preoccupazione è alta, il tema dell’occupazione è un grande dramma per la maggior parte degli italiani che non hanno nessun bisogno di sentirsi raccontare delle favole come quella che bisogna intervenire sull’articolo 18. Bisogna discutere dei problemi che abbiamo non di quelli che non abbiamo».

Quindi?
«Bisogna ragionare sugli ammortizzatori per trovare una soluzione che copra davvero tutti. E poi occorre dare risposte ai giovani e avviare un piano per l’occupazione, perché dire investimenti ed infrastrutture non basta».

Ma per fare questo servono risorse. E Monti non ne ha.
«Si, se però pensano di prenderli ancora ai lavoratori non iniziamo nemmeno a discutere. Ci sono tante cose che si possono fare e tante risorse da reperire senza aumentare per forza il debito pubblico. Se si discute di mercato del lavoro bisogna parlare anche di legalità e di sommerso: basterebbe regolarizzare tutti gli immigrati per avere 5 miliardi. Un piano per la difesa del territorio convogliando su un progetto nazionale tutte le risorse che oggi vengono disperse in mille rivoli consentirebbe di crare molti posti di lavoro, stabili, per tanti giovani».

Se al dunque vi fosse proposto uno scambio?
«Nelle trattative ci sono sempre degli scambi quantitativi. Però se mi si propone di aumentare l’indennità di disoccupazione in cambio della rinuncia alla norma antidiscriminatoria sui licenziamenti dico di no. Non è scambiabile, anche perchè nessuno finora ha dimostrato che riducendo i diritti aumentano i posti».


PAOLO BARONI