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venerdì 23 settembre 2011

Il governo taglia le stime di crescita


L’Italia cresce meno del previsto e il debito supera quota 120% rispetto al Pil. Ma il governo - nella nota di aggiornamento al Def (documento di economia e finanza) esaminato dal Consiglio dei ministri, conferma comunque l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. E questo grazie alle manovre di correzione varate in estate. Ma la brutta notizia è che la pressione fiscale arriverà al record del 43,9% nel 2013, superando anche quella sopportata con l’Eurotassa (era al 43,7%) già il prossimo anno quando si attesterà al 43,8%.

Il problema principale rimane comunque quello della scarsa crescita prevista per quest’anno in un timido 0,7%, 0,4 punti in meno rispetto alla previsione iniziale dell’1,1%. Ma su questo il governo ribadisce nel Def di essere già al lavoro e di avere in programma a breve interventi per il Sud, liberalizzazioni, privatizzazioni ed un impulso alla realizzazione delle infrastrutture. Allo stato comunque il Tesoro rivede al ribasso le stime sul Pil italiano in linea con le previsioni dei principali istituti internazionali e della Commissione Ue. Quest’anno la crescita si fermerà dunque allo 0,7% (1,1% la precedente previsione) e l’anno prossimo scenderà allo 0,6% (contro l’1,3% precedentemente ipotizzato).

Nel 2013 si intravede un minimo di ripresa (il Pil crescerà dello 0,9%) ma per tornare almeno sopra l’1% bisognerà attendere il 2014 (all’1,2%). Si conferma comunque il percorso che porterà l’Italia al pareggio nel 2013, e questo senza bisogno di ulteriori interventi perchè le manovre estive consentiranno di raggiungere l’obiettivo. «Tenuto conto delle previsione macroeconomiche aggiornate, la manovra complessiva varata dal governo è comunque coerente con il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013». Questo anche se - ammette il Tesoro - la manovra appena varata «se da un lato era necessaria» per contrastare l’ampliamento dei differenziali di rendimento sui titoli italiani rispetto a quelli europei, «dall’altro lato può produrre effetti non positivi sul livello di attività economica nel breve periodo». Comunque gli «effetti positivi sulla crescita si faranno via via sempre più consistenti con il passare del tempo». «Occorre infine tener presente - si legge ancora nel documento - che il pacchetto fiscale prevede misure a favore della crescita suscettibili di un impatto positivo sul potenziale dell’economia italiana».

Il percorso è dunque: il deficit si attesterà al 3,9% del Pil quest’anno per calare poi nel 2012 all’1,6% ed allo 0,1% (close to balance) nel 2013. Brutte notizie invece sul fronte debito che volerà quest’anno al 120,6% del prodotto interno lordo, per poi tornare a scendere al 119,5% nel 2012, al 116,4% nel 2013 e al 112,6% nel 2014. Le precedenti stime prevedevano dal 2011 al 2014 un rapporto debito-Pil del 120,0% (2011), 119,4% (2012), 116,9% (2013), 112,8%. Ma a ridurre l’enorme ’caricò contribuirà - secondo il Tesoro - l’aumento progressivo dell’avanzo: 0,9% nel 2011, 3,7 nel 2012, 5,4 nel 2013 e 5,7% nel 2014. Il Tesoro conferma infine le prossime mosse già annunciate: oltre ai provvedimenti sulla crescita anche la riforma fiscale-assistenziale entro il 2012 (20 miliardi) e a brevissimo (sul Def è riportata la data del 25 settembre) la ripartizione, attraverso un Dpcm, dei tagli ai ministeri. Estremamente critica sulle nuove stime la leader della Cgil, Susanna Camusso, «L’aggiornamento delle previsioni economiche era scontato per tutti quelli che hanno guardato la manovra e l’hanno giudicata depressiva». Mentre il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, commentando le stime sul Pil parla di «situazione problematica».

Italia quasi ferma, crescono solo le tasse



da www.kataweb.it
Aggiornato il Def Il Tesoro conferma il raggiungimento del pareggio di bilancio previsto nel 2013 Ma ammette: nel breve periodo per l’economia effetti non positivi
ROMA Stagnazione economica e tasse da record. E’ la realtà dell’Italia dopo che il governo è stato costretto ad ammettere che il Paese è quasi fermo. Il ministero del Tesoro, confermando il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013, ha infatti tagliato le ottimistiche stime di crescita del Pil per il 2012 e per gli anni successivi. Nella nota di aggiornamento al Def (Documento di economia e finanza) approvata in consiglio dei ministri si porta la crescita del Pil dello 0,7% per il 2011 (dall’1,1% di aprile), dello 0,6% per il 2012 (dall’1,3%), dello 0,9% (dall’1,3%) per il 2013 e dell’1,2% per il 2014 (rispetto all’1,6%). Le stime si avvicinano a quelle della Commissione europea e del Fmi, quest’ultimo dubbioso che l’Italia possa centrare il pareggio di bilancio. Nonostante la pesantezza della decisione (dimezzamento delle stime precedenti), la riunione del consiglio dei ministri si è svolta molto velocemente, creando tensione in alcuni ministri, già irritati per l’assenza di Tremonti. Rispetto al documento di aprile il Tesoro, pur affermando che non c’è bisogno di una nuova manovra, ammette una crescita minore di due punti. Si tratta di uno «scenario drammatico - commenta Stefano Fassina, responsabile economico del Pd - nonostante sia decisamente ottimistico rispetto alle valutazioni fatte dal Fmi». La non crescita si accompagna all’aumento di prezzi e tariffe e al livello record della pressione fiscale (quota media di reddito prelevata dallo Stato per finanziare la spesa pubblica). Secondo le stime del Tesoro arriverà al 43,8% nel 2012 e al 43,9% l’anno dopo. Un livello mai raggiunto nemmeno nel 1997 quando l’Eurotassa portò il peso del fisco al 43,7%. I tagli ai trasferimenti locali certamente faranno accrescere il peso del fisco sui cittadini. Secondo la Cgil di Mestre, infatti, nel 2014 gli effetti complessivi delle manovre correttive di luglio e di agosto faranno schizzare la pressione fiscale alla«mostruosa» quota 54%. Il debito pubblico italiano si attesterà quest'anno al 120,6% del prodotto interno lordo, al 119,5% nel 2012 e al 116,4% nel 2013 per scendere al 112,6% nel 2014. Le precedenti stime prevedevano dal 2011 al 2014 un rapporto debito-Pil del 120,0% (2011), 119,4% (2012), 116,9% (2013), 112,8% (2014). Nel Def il Tesoro conferma comunque il pareggio di bilancio nel 2013: il deficit raggiungerà il 3,9% del Pil quest’anno per poi calare nel 2012 all’1,6% e allo 0,1% nel 2013. Nella nota di aggiornamento del Def si prevede, a completamento della manovra, di collegare i provvedimenti per infrastrutture, liberalizzazioni, privatizzazioni e interventi per il sud. Inoltre, si legge nel Def, gli effetti sull’economia saranno duri da digerire nel breve periodo. Solo in futuro ci sarà un «impatto positivo». Il presidente dei senatori Pdl Cicchitto è fiducioso sugli annunciati provvedimenti di crescita ma Susanna Camusso, segretario Cgil, trae la conferma che è stata fatta una manovra «depressiva». Di questo passo, ha aggiunto, «ogni manovra precede quella successiva». Colpa del governo che ha presentato un «piano decennale della crescita e se fossimo in un paese normale si sarebbero messi tutti a ridere. Noi abbiamo un problema di risposte a breve e ci raccontano una cosa a costo zero che andrà nel tempo». Intanto il Pd ha presentato la proposta di legge per l’abrogazione dell’articolo 8 della manovra di agosto.

giovedì 22 settembre 2011

Camusso: «Una firma giusta per il futuro del Paese, ora il governo lasci»


Lavoratori in piazza che protestano e la polizia che li aggredisce. Sono i lavoratori della Irisbus, da mesi senza stipendio. Nei manganelli che tagliano l’aria, nelle divise antisommossa, negli spintoni è l’immagine di un Paese poco civile e dell’inclinazione ancor meno civile di un governo verso i problemi del lavoro. Come è successo altre volte, succedeva anche ieri a Roma, poche ore dopo la firma definitiva sull’accordo del 28giugno, accordo che potrebbe essere il primo mattone di un Paese diverso, per il futuro, accordo che stabilisce principi fondamentali: che la contrattazione spetta alle parti sociali in autonomia, che si fanno contratti che valgono per tutti i lavoratori. Susanna Camusso, segretario della Cgil, rivendica il valore di una scelta compiuta malgrado difficoltà, diffidenze, malgrado divisioni anche nel sindacato. Sconfitto il governo?
Sconfitta l’idea dell’articolo 8,lasciapassare per la liquidazione dei contratti nazionali? «Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno confermato il 21 settembre ciò che era stato sottoscritto il 28 giugno: l’articolo 8, arrivato dopo, non può rimettere in discussione autonomia e contratti nazionali, il governo non può intervenire modificando a piacere le relazioni sindacali, cercando di delegittimare la rappresentanza delle parti sociali, creando condizioni perché si presentino, qui e là, sigle di comodo, allestendo contratti di comodo, negando il quadro nazionale. Questa è una risposta al tentativo ripetuto di scaricare sul lavoro tutti i guai di questo Paese. Da tempo è sembrato di assistere ad una sorta di esercizio di vendetta sociale nei confronti di chi ha cercato di fronteggiare questo tentativo. L’ostinazione punitiva del governo è la dimostrazione di quanto il sindacato sia rappresentativo della società italiana. Non lo fosse, come sostengono, se ne sarebbero fregati».
Al segretario della Cgil tocca subito una verifica:oggi s’apre a Cervia l’assemblea nazionale della Fiom… «Spiegheremo le ragioni per cui riteniamo importante, in questo momento, questa conclusione. Per lunedì è convocato il direttivo della Cgil. Seguirà la consultazione di tutti i lavoratori iscritti».
L’articolo 8 resta in piedi, però… «Con questa firma l’articolo 8 è stato ufficialmente dichiarato inutile ai fini della contrattazione. Le parti sociali hanno scelto un’altra strada,mala nostra mobilitazione contro l’articolo 8 continuerà, anche, come si è già annunciato, ponendo una questione di costituzionalità. Ci rivolgiamo però alle forze politiche d’opposizione, perché si impegnino per l’abrogazione. Perché lo scrivano nei loro programmi elettorali. Aggiungo che il capogruppo del Pd Franceschini ha fatto sapere d’aver pronto un progetto di legge. Semplicissimo, un solo articolo: abroghiamo l’articolo 8. L’accordo ovviamente deve realizzarsi nei fatti, lo chiederemo a tutti. Abi e bancari stanno già lavorando».
Ma ci si può fermare al 28 giugno? «Non neghiamo che esista un problema di qualità della contrattazione a tutti i livelli. Abbiamo posto una premessa, stabilendo che la rappresentanza è una cosa seria e che si può misurare, respingendo le velleità di qualcuno al governo che avrebbe voluto essere lui a distribuire patenti di rappresentatività ».
La firma dice qualcosa di nuovo sullo stato dei rapporti tra i sindacati? «Dice che una crisi grave come questa non può diventare un’occasione per colpire i diritti dei lavoratori, dice che siamo tutti convinti che non esiste rilancio se non si rimette al centro il lavoro. Credo che vi sia conferma dell’importanza dello sciopero del 6 settembre: in quelle manifestazioni s’è mostrato un Paese capace di reagire alle logiche depressive imposte dal governo, un governo che ha nascosto la crisi, che ha protetto evasori e speculatori e ha giustificato la propria inettitudine sostenendo che non si fa ripresa per decreto. Per decreto però ha peggiorato lo stato del Paese, inventandosi manovre finanziarie che ci lasciano dopo tanti sacrifici sempre al punto di partenza, perché mai si indica un obiettivo di rilancio. Lo sciopero del 6 settembre ha reclamato discontinuità e mi sembra che sulla necessità di interrompere al più presto questo ciclo politico si ritrovino ormai in molti. Anche Confindustria e in modo molto chiaro. La vera manovra da fare sono le dimissioni del governo. Il governo se ne deve andare ».
Però il governo resta… «Resta, pur rappresentando un peso insopportabile. Quando cadrà, tireremo un sospiro di sollievo e dall’estero ci guarderanno in altro modo. L’Italia ha ancora qualcosa di buono da mostrare e non merita il castigo di un esecutivo che non sa balbettare una politica economica».
Però questo governo ha promesso un piano decennale… «Siamo al ridicolo. Non sanno proporre qualcosa per il presente e annunciano piani decennali. Sembra di tornare all’epoca dell’Unione sovietica, che i piani decennali sapeva pure realizzarli. Ma è ben strano che proprio gli ultraliberisti berlusconiani riscoprano con l’acqua alla gola la pianificazione, senza un numero però, senza una proposta. Un po’ di pianificazione servirebbe, mala pianificazione è una cosa seria». Sappiamo di un suo contrasto con il sindaco di Roma, Alemanno, a proposito di piazze e manifestazioni… «Alemanno si deve rendere conto che se Roma è la capitale, a Roma si deve venire per manifestare contro il governo. Lo faremo ancora. A proposito di manifestazioni, ricordiamoci di Irisbus: polizia contro i lavoratori, questa è la logica di un governo che lascia marcire le crisi aziendali solo tergiversando e rinviando».
Tornerete a Roma per una manifestazione nazionale? Alemanno si sentirà male… «Saranno mesi di mobilitazione. L’8 ottobre sarà la giornata dei lavoratori pubblici, pubblico impiego, scuola, università, sui quali questa manovra peserà in modo insopportabile. E non ci fermeremo». ❖

Pubblico e' futuro, 8 ottobre manifestazione nazionale CGIL, FLC, FP


8 ottobre 2011
corteo alle ore 14,00 da piazza della Repubblica
manifestazione in piazza del Popolo
intervengono Dettori - Pantaleo - Camusso

mercoledì 21 settembre 2011

Assenze per malattia nuova circolare


la circolare 612939 del 01/09/2011, modifica e integra le circolarinn. 735225, 789626 e 511163
Introdotte le novità previste dalla circolare n.10 del Dipartimento della Funzione Pubblica:
° controllo sulle assenze per malattia
° reperibilità ai fini del controllo
° giustificazione assenza per visite specialistiche e diagnostiche


Marcia Perugia Assisi 2011


Un solo essere, purché sia intimamente persuaso, sereno e costante, può fare moltissimo, può mutare situazioni consolidate da secoli, far crollare un vecchiume formatosi per violenza e vile silenzio”. E' con le parole di Aldo Capitini, il filosofo pacifista che il 24 settembre del 1961 diede vita alla prima Marcia per la Pace, che si apre l'appello lanciato in occasione della 'Marcia Perugia-Assisi per la Pace e la fratellanza dei popoli' che festeggia quest'anno il cinquantesimo anniversario. Quattro giorni di iniziative, dal 22 al 25 settembre, precederanno la Marcia, che partirà da Perugia alle ore 9 presso i Giardini del Frontone per arrivare ad Assisi alle 15 sulla Rocca Maggiore, dove prenderà la parola, tra i tanti, il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso.

Anche quest'anno, infatti, la CGIL aderisce e partecipa a questo importante evento di solidarietà, per la rivendicazione di diritti per tutti e per la costruzione di un futuro migliore. L'invito lanciato è quello di “entrare a far parte della soluzione” per affrontare tutti insieme i grandi mali che investono la nostra società. Il cinquantenario della Marcia per la Pace Perugia-Assisi, che si celebra quest'anno, rappresenta, ha spiegato Leopoldo Tartaglia, Coordinatore del dipartimento Politiche Globali della CGIL nazionale ai microfoni della CGILtv “un risultato importante per il movimento pacifista nella storia d'Italia, che quest'anno festeggia, i 150 anni dell'Unità”. Il rapporto che lega il sindacato al movimento pacifista, ha sottolineato il dirigente sindacale è “un rapporto storico”, se si considera per esempio che, “il movimento operaio nasce sullo slogan 'pace, lavoro, reddito, diritti'”. Tartaglia ha ricordato come nell'ultimo ventennio il rapporto tra CGIL e Marcia per la Pace si sia “rivitalizzato”, infatti oggi, ha proseguito il sindacalista, anche nel movimento pacifista “si è giunti al principio che la pace non è soltanto assenza di guerra ma anche realizzazione di giustizia sociale, di un modello economico e sociale diverso” e questo, ha concluso Tartaglia “è il segno che la CGIL porterà nelle iniziative che accompagnano la marcia”.

Dal 23 al 25 settembre meeting '1000 giovani per la Pace'. Un invito particolare, nel cinquantenario della Marcia è stato rivolto alle giovani generazioni. Saranno proprio i giovani i protagonisti dei dibattiti in programma nei tre giorni che precedono la marcia. Lo scopo del meeting è quello di costruire uno spazio di confronto nel quale progettare un futuro migliore che si basi su nuovi percorsi di pace. Sono oltre 4mila le richieste di partecipazione giunte fin'ora da parte di ragazzi e ragazze a dimostrazione di come tanti giovani siano particolarmente interessati e sensibili ai temi della pace.

Nell'ambito del meeting '1000 giovani per la Pace' si terranno due importanti seminari organizzati dalla CGIL nelle giornate di venerdì 23 e sabato 24 settembre, presso lo spazio fieristico di Bastia Umbra. Il Seminario sul Mediterraneo, offre un'occasione per estendere le relazioni del sindacato con i movimenti dei Paese arabi e del vicino oriente (tra cui Tunisia, Egitto, Marocco, Iraq, Palestina, Israele), con l'obiettivo di rafforzare un percorso di condivisione che avrà come sbocco il Forum Sociale Mondiale del 2013, che si terrà nel Maghreb. Le due giornate si articoleranno in un'assemblea plenaria che coinvolgerà tutti i partecipanti al Meeting e in gruppi di lavoro che la CGIL gestirà insieme a un cartello di associazioni che condividono questo percorso. Il Seminario sul Lavoro Dignitoso 'Ma io avrò diritto a un lavoro?', in accordo con CISL e UIL, si realizzerà portando delle testimonianze di RSU, di immigrati, giovani precari per far conoscere ai giovani i valori e la dignità del lavoro. Interverranno, inoltre, esperti sulle convenzioni OIL e sull’Agenda del lavoro Dignitoso.

Intanto giovedì 22 settembre, a Perugia, presso la sala della Partecipazione di Palazzo Cesaroni, si terrà a partire dalle ore 15 una conferenza sindacale promossa da CGIL CISL UIL Umbria dal titotlo 'PaceLavoroFuturo': una riflessione su come il movimento sindacale italiano e più in generale il mondo del lavoro abbiano dato il loro contribuito all'affermarsi di una cultura di pace nel nostro paese

CGIL, CISL, UIL e Confindustria firmano l'intesa applicativa dell'accordo interconfederale del 28 giugno


CGIL, CISL, UIL e Confindustria firmano l'intesa applicativa dell'accordo interconfederale del 28 giugno, su rappresentanza e contratti. Con l'incontro di questa mattina, che si è svolto presso la foresteria di Confindustria, ha spiegato Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, “abbiamo ribadito che la contrattazione è materia dell'autonomia delle parti e non del governo”.

Si tratta, ha proseguito Camusso, “dell'impegno formale all'applicazione dell'accordo del 28 giugno”, dopo il quale la CGIL intende comunque andare avanti per arrivare alla cancellazione dell'articolo 8 della manovra che consente le deroghe dei contratti aziendali e territoriali ai contratti nazionali ed alle leggi in materia di lavoro. Le iniziative giuridico-legali non sono affatto concluse, assicura il leader della Confederazione Susanna Camusso, “la settimana prossima convocheremo il direttivo e decideremo come fare la consultazione. La cancellazione dell'articolo 8 è un obiettivo fondamentale. L'ipotesi su cui ci stiamo muovendo è quella del ricorso alla Corte Costituzionale”.

martedì 20 settembre 2011

Avviso di pubblicazione della Banca Dati Corsi Formazione Dipendenti 2002-2010


Si comunica che in data 18/08/2011, sul Portale Intracom del Comune di Palermo – “Servizi – Informativa - Banca Dati Corsi Formazione Dipendenti 2002-2010”, è stata pubblicata la banca dati, aggiornata al 31/12/2010, dei corsi di formazione - di cui lo scrivente Ufficio ha contezza e più precisamente dei corsi organizzati e/o autorizzati dall’Amministrazione Comunale a partire dall’anno 2002.
Sarà cura delle SS.LL. voler portare a conoscenza del personale la presente comunicazione.
Distinti saluti.

F.to Il DIRIGENTE RESPONSABILE dello Svo

Convocazione coordinamento FPCGIL Comune di Palermo


E' convocato per martedì 27 settembre, ore 16,00,
Camera del Lavoro, via Meli n. 5, saloncino 1° piano,
il coordinamento dei dirigenti sindacali fp cgil del comune di palermo
odg. : progressioni economiche orizzontali; concertazione piano triennale risorse umane; nuove iniziative

Fiat Termini Imerese


Gli operai della Fiat e dell'indotto hanno bloccato questa mattina per un'ora la stazione ferroviaria di Termini Imerese. La decisione di fermare i treni era stata presa al termine di un'assemblea, che si è svolta davanti ai cancelli della fabbrica dove si assembla la Lancia Ypsilon. La Fiat a fine anno lascerà lo stabilimento siciliano. Gli operai chiedono anche un incontro urgente con i sindaci della provincia di Palermo.

"Questa vertenza, giorno dopo giorno, diventa sempre più difficile - dice il segretario provinciale della Fiom di Palermo, Roberto Mastrosimone - Chiediamo un incontro per questo pomeriggio stesso nella sede del Comune di Termini Imerese con i sindaci del comprensorio".

E intanto cresce l'attesa per la riunione di domani in programma a Palazzo d'Orleans con il presidente della Regione Raffaele Lombardo e i sindacati. Gli operai chiedono garanzie sui livelli occupazionali per tutti i 2.200 metalmeccanici dell'area industriale termitana. Domani la protesta si sposterà nel capoluogo siciliano; i sindacati organizzeranno un sit-in a piazza Indipendenza davanti alla sede della Presidenza, dove le tute blu arriveranno con 8 pullman da Termini Imerese. È slittato, intanto, l'incontro al ministero delle Attività produttive che era in programma il 27 settembre. Dura, Mariella Maggio, segretario regionale della Cgil: "È un fatto grave che conferma che sull'argomento non ci sono al momento idee chiare e nulla di concreto".

Art.9 - discrimina i disabili


"Ripristinare i reparti confino per i lavoratori disabili la Confederazione afferma "è una scelta gravissima e penalizzante" che rischia di "cancellare di fatto i diritti sociali fin qui acquisiti"
“Cancellare l'articolo 9 della manovra economica che introduce forme intollerabili di discriminazione nei confronti delle persone con disabilità”. E' quanto affermato dalla responsabile dell'ufficio politiche della disabilità della CGIL Nazionale, Nina Daita, in merito a quella norma, inserita nella correzione di bilancio, che rischia di ripristinare i reparti confino per i lavoratori disabili.

Intervenendo al congresso nazionale dell'Anmic, Daita ha puntato il dito contro “una scelta gravissima e penalizzante che smantella la legge 69 del '99 rendendo inefficiente il collocamento dei disabili, attraverso modifiche che rendono impossibile la corretta applicazione della norma”. La sindacalista paventa, infatti, il rischio “che si ritorni a vedere nei luoghi di lavoro i 'reparti confino' per le persone con disabilità, e politiche di occupazione che potrebbero penalizzare i territori già poveri e colpiti da alte percentuali di disoccupazione tra i disabili”.

Per questo, aggiunge, “l'articolo 9 va cancellato anche per mettere fine a quello stato di ansia e di inquietudine che sta pericolosamente investendo le persone con disabilità, insieme alle loro famiglie, che temono - conclude - la cancellazione di fatto dei diritti sociali fin qui acquisiti”.

Iva, la tassa sui poveri: a loro costa il 60% in più che ai contribuenti ricchi


da www.repubblica.it
Peserà soprattutto sui redditi bassi, su chi - lo voglia o no - impegna buona parte delle sue entrate in consumi. E l´aumento sarà minimo solo all´apparenza, perché se è vero che l´aliquota sale di un punto solo, è altrettanto fuori dubbio che quel balzo rischia di mettere in moto il volano dell´inflazione, di provocare un ulteriore aumento di prezzi senza creare, d´altro canto, alcun intralcio agli evasori.
La scelta del governo di contrastare il debito pubblico alzando l´Iva dal 20 al 21 per cento non è una scelta equa. Lo dimostra uno studio di Corrado Pollastri, ricercatore del Cer (Centro Europa Ricerche), che mette a confronto i redditi delle famiglie e i maggiori esborsi legati all´imposta.
Di per sé l´Iva è regressiva: incide maggiormente sulle famiglie povere, su quei soggetti che consumano del tutto o in gran parte le risorse per acquistare beni e servizi. E anche se a versarla sono le imprese, il costo finale viene scaricato in gran parte sul consumatore finale. Considerando tutti i beni e tutte e tre le aliquote presenti sul mercato, sostiene lo studio, già prima della manovra si poteva dire che per ogni mille euro di reddito le famiglie più povere (quelle che vivono con un reddito di nemmeno 8 mila euro l´anno) dedicano 143 euro all´Iva, le più ricche si fermano a 77. Ora con l´aumento dell´aliquota al 21 per cento i più poveri «sacrificheranno» all´Iva ulteriori 5 euro ogni mille di reddito, i più ricchi solo 3,2. Una sofferenza che pesa, nel primo caso, circa il 60 per cento in più.
Gli effetti della novità si manifesteranno in molti casi con un po´ di ritardo. Il rincaro varato dalla manovra, infatti non riguarda i beni primari, ma una miriade di altri consumi che comunque entrano nel carrello-base delle famiglie: bevande e vino, ma anche abbigliamento, calzature e servizi vari. I prezzi di alcuni beni sono già aumentati - la benzina prima di tutto, o le sigarette (dai 15 ai 20 centesimi in più a pacchetto) - ma altre mini-stangate sono in arrivo. «Basta aspettare che gli effetti del maggior costo dell´energia si abbattano sul trasporto e quindi sul prezzo dei prodotti finali» spiegano Adusbef e Federconsumatori. Ai centralini delle associazioni non sono arrivate particolari segnalazioni, ma già si sa che riscaldare casa con il metano, quest´anno, costerà in media 12 euro l´anno in più. E non è finita qui: lo studio del Cer mette in evidenza come, oltre ai rincari diretti, ne possano arrivare anche di indiretti. «In un mercato non perfettamente concorrenziale, un incremento simultaneo dei prezzi potrebbe indurre comportamenti opportunistici delle imprese oligopolistiche» si legge nel rapporto. Qualcuno potrebbe approfittarne per alzare i listini più di quell´1 per cento di Iva ordinato dalla manovra. Comunque sia, la misura non colpisce gli evasori: il commerciante, l´artigiano o il professionista possono applicare al prezzo l´imposta maggiorata, ma se non rilasceranno scontrino o ricevuta, lo Stato non ne vedrà gli effetti. Le famiglie pagano, ma non è detto che il gettito aumenti. Non solo: il prelievo sui consumi è finalizzato a motivi di cassa e non a finanziare operazioni di crescita (per esempio non genera riduzioni del prelievo sul lavoro). Sembra quindi siano state le caratteristiche distributive dell´imposta (basso impatto medio pro capite, amplia platea, prelievo indiretto) «a far preferire l´opzione Iva rispetto a forme di prelievo più esplicitamente penalizzanti per segmenti della base elettorale di riferimento della maggioranza di governo».

FP - festa nazionale al Mugello



Il 21 settembre a Borgo S. Lorenzo prende il via la festa nazionale della Funzione Pubblica Cgil, "Effepiù, Una festa per il lavoro, per i diritti, per il futuro". Quattro giorni di dibattiti, approfondimenti, musica e socialità, per discutere di lavoro, servizi pubblici e beni comuni.

I principali dibattiti:
- 21 settembre, ore 18:00, dibattito con gli amministratori locali con ospiti, tra gli altri, Vasco Errani, Presidente della Regione Emilia Romagna, ed Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana;

- 22 settembre, ore 18:30, confronto su servizi e lavoro pubblico tra Nichi Vendola, Presidente della Regione Puglia, e Rossana Dettori, Segretaria Generale dell'Fp-Cgil Nazionale;

- 23 settembre, ore 21:00, confronto su servizi e lavoro pubblico tra Rosy Bindi, Presidente del Partito Democratico, e Rossana Dettori, Segretaria Generale dell'Fp-Cgil Nazionale;

- 24 settembre, ore 19:00, Sabina Guzzanti intervista Susanna Camusso, Segretario Generale CGIL.

I principali eventi:
- 21 settembre, ore 21.30, Rosalia Porcaro
- 22 Settembre, ore 21.30, Banda Osiris
- 23 Settembre, ore 22.30, Dario Vergassola e David Riondino
- 24 Settembre, ore 22.00, Bandao

Art.8 - intervento di M. Rusciano


(Mario Rusciano è ordinario di Diritto del lavoro e presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali dell’Università di Napoli Federico II)

L’articolo 8 è contro la Costituzione
Il governo ha approfittato della manovra finanziaria per infilare nel decreto una disposizione chiaramente anticostituzionale. Il diritto del lavoro deriva da norme quasi tutte previste nella Carta fondamentale e quindi vincolanti per lo stesso legislatore
Mario Rusciano

Stento a credere che, nell’infilare l’art. 8 nel decreto legge 138 del 2011, approfittando della manovra finanziaria, il ministro Sacconi non sapesse o avesse dimenticato (assieme ai suoi consiglieri) che il diritto del lavoro è un sistema complesso di regole, tenute insieme da quella logica stringente ed elementare, che i professori raccontano agli studenti di Giurisprudenza nella prima lezione del corso. Posto che un tizio disposto a lavorare per altri, nella stragrande maggioranza dei casi, è un soggetto debole sul mercato del lavoro – soprattutto se c’è crisi occupazionale – e che poi, se ha la fortuna di essere assunto, diventa debole perché sottoposto al suo datore di lavoro, non può essere un semplice contratto tra i due a stabilire le regole del loro rapporto. Infatti, il timore di essere senza lavoro vizia la volontà del lavoratore e, quindi, fa presumere che tali regole non siano concordate, ma dettate dal solo datore di lavoro.


Perciò occorre la legge a ristabilire, per quanto possibile, la parità contrattuale tra datore e lavoratore, vale a dire a fissare diritti e doveri nello scambio della forza-lavoro, in pratica sostituendo alla volontà dei contraenti norme legali, che ovviamente sono inderogabili: anche perché quasi tutte radicate in principi della Costituzione, dunque vincolanti per lo stesso legislatore.

Questa rigida inderogabilità delle norme legali può subire qualche attenuazione se a tutelare i lavoratori è la contrattazione collettiva, strumento ad hoc che la stessa Costituzione prevede all’art. 39. Se ne intuisce la ragione: se il lavoratore è garantito dal sindacato, è meno solo e, dunque, meno debole contrattualmente. Si tratta di un’attenuazione affermata dalla giurisprudenza e dalla dottrina e agevolata dalle politiche unitarie di una stagione sindacale, ispirata a quella concertazione sociale – tra governo, imprese e sindacati – che ha consentito al paese di crescere, superando più d’una crisi economico-produttiva.

Arriviamo così al punto centrale e più delicato del problema. Se è vero che il fondamento della contrattazione collettiva è la libertà sindacale – grazie alla quale, nel tempo, la contrattazione si è molto articolata e variegata, a seconda dei settori, delle categorie e dei livelli territoriali – è altrettanto vero che non può essere qualunque sindacato e qualunque contratto collettivo ad attenuare l’inderogabilità delle norme legali. Ciò si deduce inequivocabilmente dai commi successivi al primo dell’art. 39 della Costituzione: dove si prevede che a stipulare il contratto collettivo nazionale con efficacia erga omnes per tutti i lavoratori di una categoria, sia una rappresentanza unitaria, proporzionata al numero degli iscritti ai sindacati registrati della categoria medesima, aventi uno statuto a base democratica.

Il fatto che tali commi non siano attuati in legge ordinaria non vuol dire che non esistano. Vuol dire semmai che il legislatore, se e quando interviene nella materia, deve comunque rispettare almeno lo spirito della norma costituzionale, sintetizzabile in due requisiti irrinunciabili della contrattazione: effettiva rappresentatività e democrazia sindacale. E difatti si deve alla sapienza giuridica di Gino Giugni, estensore dello Statuto dei lavoratori nel 1970, aver dato spazio e voce, a livello aziendale, ai sindacati confederali più rappresentativi: in piena coerenza, appunto, con lo spirito della Costituzione, come più volte ribadito in quarant’anni dalla Corte costituzionale. Non a caso la legge 300 del 1970 viene indicata come legislazione di sostegno e di promozione dell’autonomia sindacale: essa valorizza il movimento confederale unitario e democratico dei lavoratori, selezionandone gli enti esponenziali degli interessi, secondo criteri di razionalità organizzativa e compatibilità con le esigenze produttive.

Fondamentale, in un simile contesto, è l’armonico equilibrio tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale, onde evitare il prevalere dell’aziendalismo e del corporativismo categoriale. Solo una feconda e continua dialettica tra Confederazioni, Sindacati di categoria e Rappresentanze aziendali può davvero giovare al sistema economico-produttivo nel suo complesso.

Un grave vulnus a questo equilibrio è stato dato dal nefasto referendum del 1995, dal quale l’art. 19 della legge 300 sulle rappresentanze sindacali aziendali è uscito monco della parte più significativa ed importante. Consentendo ad una qualsiasi aggregazione sindacale di firmare un qualsiasi accordo aziendale per vedersi riconosciuta la rappresentatività, non si fa altro che agevolare la frammentazione e la dispersione degli interessi dei lavoratori e dare spazio ad organismi sindacali estemporanei: simili – seppure, almeno per ora, di segno uguale e contrario – a quei gruppuscoli di estrazione (allora si diceva) “extraparlamentare”, particolarmente attivi all’epoca della conflittualità permanente del ‘68-69 del secolo scorso.

Ebbene, con l’art. 8 del decreto legge 138, in pratica si stabilisce una linea di continuità logica, dal punto di vista giuridico: con l’aziendalizzazione della rappresentanza, della contrattazione e della conflittualità; e, approfittando delle divisioni sindacali (il famoso divide et impera!), si tenta di soppiantare la contrattazione nazionale. Né serve indorare la pillola avvelenata intitolando l’art. 8 “sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità”: un’oscura tipologia dalla equivoca configurazione! Mi chiedo come possa il legislatore di una Repubblica “fondata sul lavoro” dare sostegno ad una contrattazione aziendale sapendola a dir poco drogata: perché gestita con molta probabilità da sindacati di comodo del datore di lavoro e perché i lavoratori, impauriti dalla perdita del lavoro, sono disposti obtorto collo ad accettarla persino con un referendum, magari pilotato.

Ad ogni buon conto, il sistema dell’art. 8 è contrario alla Costituzione, perché la contrattazione nazionale di categoria, ove vengono fissati i minimi di trattamento economico e normativo dei lavoratori di una determinata categoria professionale, è uno strumento costituzionalizzato dall’art. 39 – quindi non disponibile dal legislatore ordinario – volto a garantire l’eguaglianza sostanziale, sancita all’art. 3 della Carta: non solo tra i lavoratori di una stessa categoria, ma anche – si badi – tra le imprese di uno stesso settore. Sorprende anzi che quest’ultimo aspetto non sia stato per nulla messo in luce dalle organizzazioni imprenditoriali, che pure lamentano continuamente la pesantezza della competizione globale, spinta da una concorrenza sleale proprio sull’uso della manodopera.

La verità è che il sistema del diritto del lavoro non può fare a meno, per funzionare, del collegamento tra la legislazione e la contrattazione nazionale, gestita unitariamente da soggetti sindacali effettivamente e democraticamente rappresentativi. Questa è una oggettiva esigenza tecnico-giuridica, oltre che politico-sindacale. La contrattazione aziendale può dettare regole per una certa azienda solo se autorizzata dalla contrattazione nazionale: modello peraltro ribadito dall’accordo tra le parti sociali confederati del 28 giugno 2011. Perché non tener conto di talune buone prassi sindacali che possono realmente giovare all’economia?

Il legislatore allora, anziché impegnarsi in interventi surrettizi, estemporanei e poco meditati, si applichi piuttosto ad agevolare senza ipocrisie la concertazione tra le parti sociali per un riordinamento serio e tecnicamente rigoroso della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva. Sempre che la ragion politica non gli faccia preferire il disordine giuridico!

(08/09/2011)
articolo riproducibile citando la fonte

lunedì 19 settembre 2011

Camusso: "Senza crescita ci vorrà un´altra manovra"


ROMA - L´economia italiana rischia di crollare. Lo hanno detto ieri sera, quasi in contemporanea in due diverse trasmissioni televisive, Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, e Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. Da sindacato e banche un´analisi della situazione del tutto coincidente: le ultime manovre correttive per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio non ci hanno messo al riparo né dalla possibilità in tempi ravvicinati di un altro intervento, né dal pericolo di un default. Pesano sul nostro prossimo futuro l´alto debito pubblico (siamo al 120%), la bassa crescita del Pil (quest´anno chiuderemo con un misero +0,7%), la scarsa credibilità sullo scenario globale del nostro governo.
Ha detto Camusso, intervistata da Fabio Fazio a "Che tempo che fa": «Se non ripartono il lavoro e gli investimenti tra un po´ faremo un´altra manovra: le manovre mangiano se stesse perché hanno un effetto depressivo». E poi: «A Roma si parla molto di un´ulteriore manovra a breve per accelerare la delega su assistenza e fisco, per compensare l´effetto inflazionistico dovuto all´aumento dell´Iva e per compensare il fatto che nel 2011 cresceremo meno delle previsioni per effetto proprio della manovra».
C´è un problema di credibilità, ha detto il leader della Cgil. «E se il governo dicesse che se ne va - ha aggiunto - sarebbe un passo in avanti». Non si è spinto fino a questo punto Passera (intervenuto a "In Onda" sul La7) che però non ha nascosto la prospettiva di uno scenario drammatico: «Dobbiamo sapere che il rischio default c´è. Non dobbiamo dare per scontato che possiamo farcela senza scelte coraggiose. Il fatto che l´Italia sia la terza economia dell´euro significa che siamo troppo grandi per fallire, ma anche troppo grandi per essere salvati».
Analisi sovrapponibili e, in qualche modo, proposte simili per uscire dall´impasse. Camusso ha rilanciato l´idea della Cgil di un´imposta sulle grandi ricchezze, sul modello francese; Passera ha suggerito di approvare rapidamente le misure per la crescita, di varare la riforma del fisco e, solo a quel punto, «si potrebbe pensare all´introduzione di una patrimoniale» ma non nelle dimensioni (400 miliardi) indicate tempo fa dall´ex ad di Unicredit Alessandro Profumo. «Sarebbe sbagliata nella dimensione e nella tempistica», ha chiosato.
Proprio sulla crescita riprende domani al ministero dell´Economia il confronto tra il governo e le associazioni imprenditoriali. Si punta a un pacchetto di misure a costo zero per rilanciare le infrastrutture e ridurre il peso della burocrazia. Ma domani dovrebbero arrivare con la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) anche le nuove previsioni di crescita del governo, quasi certamente al ribasso

Comune di Genova - al via i licenziamenti -nota di R. Dettori


Anche se il Ministro Brunetta continua a ripetere il contrario, la pubblica amministrazione licenzia. Uno spiacevole esempio lo fornisce il Comune di Genova, intenzionato a esternalizzare l'assistenza ai bambini disabili negli asili nido e nelle scuole d'infanzia per cederla a una cooperativa sociale. Un servizio destinato a 116 bambini e che impiega 60 lavoratori vincitori di concorso e assunti con contratti a tempo determinato per supplenze annuali, a cui si aggiungono poi i 200 precari che effettuano supplenze brevi. Tutti lavoratori destinati alla disoccupazione.

Da quando i dipendenti delle municipalizzate rientrano nel capitolo delle spese per il personale, quindi nel calcolo ai fini del rispetto del patto di stabilità, il Comune di Genova sfora i parametri. La soluzione individuata, la soppressione del servizio e l'affidamento senza gara, non prevede la salvaguardia dell'occupazione di questi 60 lavoratori, che resterebbero così senza un lavoro, con il conseguente peggioramento dei livelli di assistenza ai bambini disabili e la dispersione di un patrimonio di competenze.

Il Comune di Genova trovi, di concerto con le organizzazioni sindacali, una soluzione che non preveda l'abbandono delle proprie funzioni e che
tuteli il lavoro senza sprecare la professionalità di questi educatori già formati da anni di esperienza e, fatto non marginale, vincitori di un concorso pubblico.

Il disastro a cui ogni giorno assistiamo in giro per il Paese ha proporzioni inedite. Il Governo e la maggioranza parlamentare riflettano e ascoltino le denunce dell'Anci, perché di questo passo i nostri enti locali non reggeranno il peso dei tagli, chiuderanno o cederanno i servizi a soggetti non sempre idonei, e il patto di stabilità li costringerà troppo spesso a misure rozze e ingiuste come quelle adottate a Genova.

Il Ministro Brunetta si ravveda. Purtroppo ha torto: la pubblica amministrazione licenzia.